Evoluzioni

La seconda vita del second hand: così l’usato diventa profitto

Con il mercato di capi e accessori «pre loved» in costante crescita negli anni, oggi i marchi hanno capito che gestirlo direttamente può generare ricavi, anche con il supporto del passaporto digitale

di Chiara Beghelli

La storica insegna Printemps nel 2021 ha ristrutturato l’ultimo piano dell’edificio parigino di Boulevard Haussmann per aprirvi 7éme Ciel, spazio per la moda vintage e usata

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L’ultimo giorno dello scorso anno è stato l’ultimo anche per la maggior parte dei negozi di Saks Off 5th, la catena dedicata a quello che gli americani chiamano off price (merce venduta con ingenti sconti), ma anche alla moda second hand, inaugurata dal gruppo statunitense nel 1990. Una scelta imposta dal fallimento del gigante dei department store Saks Global, progetto nato nel 2024 dalla fusione fra Saks e Neiman Marcus e chiuso con il Chapter 11 a gennaio, e non certo dalla crisi dell’usato, che invece è uno dei fenomeni più rilevanti e influenti dell’industria della moda dell’ultimo decennio: il mercato globale del resale toccherà i 360 miliardi di dollari entro il 2030, secondo uno studio di Bcg e Vestiaire Collective (piattaforma specializzata nella rivendita di creazioni di lusso, lanciata nel 2009), e crescerà più velocemente di quello della moda first hand. Il concorrente Vinted – nato nel in Lituania nel 2008 e oggi presente in oltre 20 Paesi, con un’offerta sempre più ampia di articoli di lusso – ha annunciato che i ricavi del 2025 (saranno presentati in aprile) probabilmente supereranno per la prima volta il miliardo di euro, in aumento del 40% rispetto al 2024.

La crescente attenzione per la sostenibilità e il riuso, il desiderio di unicità e ricercatezza, l’attrattività di prezzi più accessibili, soprattutto dopo gli ingenti aumenti dei listini post Covid, sono fattori che hanno spinto sempre più persone ad alimentare questo mercato.

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Oggi, però, il second hand sembra pronto a vivere una seconda vita esso stesso, presentandosi come opportunità non solo per i consumatori, ma anche per i marchi, che con il resale possono generare una nuova fonte di ricavi. Il re-commerce di creazioni delle passate collezioni, o di capi raccolti dai clienti stessi in cambio di buoni per comprare del nuovo, è certamente un modo per dimostrare il proprio impegno per la sostenibilità, ma anche per ottenere nuove entrate, come ha sottolineato anche il recente Monitor for Circular Fashion della Sda Bocconi.

Un negozio Patagonia con l’offerta di prodotti Worn Wear

Che la formula sia un successo lo dimostrano già molti casi: il più celebre è forse quello di Patagonia, azienda fra le più sostenibili del pianeta, che già nel 2012 ha lanciato il programma Worn Wear, sviluppato in negozi dedicati e che nel 2025 ha contribuito con 13 milioni ai ricavi complessivi dell’azienda, pari a 1,47 miliardi di dollari. Con la selezione SecondHand, per ora limitata ai negozi statunitensi, Levi’s offre ai clienti la possibilità di consegnare capi usati a fronte di buoni da spendere in nuovi, stessa strategia adottata online dalle piattaforme Zalando e Farfetch.

Sembra un paradosso, ma rispetto ai marchi di lusso quelli del fast fashion sono molto più organizzati nella proposta e nella gestione del second hand: il gruppo H&M gestisce quello dei suoi marchi attraverso la piattaforma svedese Sellpy, e nel 2024 (ultimo dato disponibile) ha raddoppiato i ricavi della categoria, ancora minimi, visto che rappresentano lo 0,6% del totale. Zara, primo marchio del gruppo Inditex, ha lanciato l’offerta pre owned nel 2022 e dopo averla resa disponibile in Europa, visto il successo, nel 2024 l’ha estesa anche agli Stati Uniti.

Certo, comprare di seconda mano una creazione che già nasce con un prezzo accessibile è ben diverso che destinare un budget importante a una creazione di lusso, della quale peraltro, in un’industria afflitta dalla contraffazione, non è sempre semplice tracciare la provenienza. Per questo molti appassionati prediligono il più sicuro canale delle aste: le maggiori case hanno ormai da anni un dipartimento dedicato a moda, accessori e lusso, che registra successi crescenti.

La borsa Birkin di Hermès appartenuta a Jane Birkin, per la quale fu creata, è stata battuta da Sotheby’s per 8,6 milioni di dollari

Sotheby’s, per esempio, nel 2025 ha battuto il 42% dei lotti della categoria a un prezzo più alto delle stime, con una clientela formata per un terzo da nuovi appassionati; il dipartimento Luxury di Christie’s ha chiuso lo scorso anno a 795 milioni di dollari, in aumento del 17%. Tuttavia, a sostenere l’affidabilità arriverà presto anche l’obbligo di adottare, nell’ambito del nuovo Ecodesign for Sustainable Products Regulation (Espr), il “passaporto digitale del prodotto”, che nelle sue versioni più avanzate potrà permettere di conoscere ogni fase della vita di un prodotto anche dopo la sua messa in commercio, e di mantenerne e difenderne così il valore nel tempo. Una blockchain che alimenta una value chain, il digitale al servizio del fisico.

Al di là delle normative, questa seconda vita del second hand sta prendendo forma anche attraverso nuovi canali distributivi: se i department store – con alcune eccezioni come Printemps, che dal 2012 ha riservato il settimo piano del suo storico edificio di Parigi alla moda vintage – sono ancora incerti sul da farsi, il retailer tedesco Gebr. Heinemann ha inaugurato diversi negozi “Pre-loved Luxury” in alcuni aeroporti europei e di recente anche a bordo della Wonder of the Seas di Royal Caribbean, una delle navi da crociera più grandi in circolazione. Con il mercato delle crociere previsto in costante aumento, una scelta più che saggia.

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