Tribunale di Milano

Hate speech sul web, identificazioni ostacolate dalle piattaforme social

Per i provider prevale il diritto a diffondere «idee» sull’interesse a indagare. Imputazione coatta per sette utenti e indagini su altri 90 ignoti autori dei post

di Patrizia Maciocchi

Photographer: Chris Ratcliffe/Bloomberg

3' di lettura

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Il web non è una zona franca. Anche se gli Internet service provider negano qualunque collaborazione per identificare gli odiatori da tastiera. Partendo da questo principio il Gip di Milano, dopo aver disposto l'imputazione coatta di sette hater che hanno affidato alla rete i loro insulti contro la senatrice a vita Liliana Segre, ha deciso di indagare su altri 90 rimasti anonimi, malgrado gli Isp abbiano rifiutato di cooperare.

Un no che non ha convinto il Tribunale di Milano ad avallare la richiesta di archiviazione della procura. «Gli Internet service provider che gestiscono i social media hanno sede all'estero - si legge nell'ordinanza - e non ritengono di essere assoggettati alla disciplina comunitaria in tema di discovery e data retention dei file di log. Ciò nonostante, in molti casi sono stati emessi decreti di acquisizione di dati di traffico telematico ed è stata sollecitata la collaborazione degli Isp».

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Le risposte dei provider

Le risposte ottenute, precisa il Gip, «possono essere così sintetizzate: Facebook e Instagram hanno comunicato di aver assunto in carico le richieste e hanno risposto solo su base discrezionale; Google ha comunicato che il diritto dell'utente di avere opinioni e diffondere idee libere da interferenze dell'autorità pubblica prevale sul legittimo interesse delle forze dell'ordine nelle indagini; Twitter ha risposto su base discrezionale ritenendo di poter comunicare i dati in possesso, sia di registrazione sia di connessione, solo per alcuni degli account richiesti; Telegram non ha fornito alcuna risposta». Da due provider è arrivata invece l'indicazione di una via possibile in teoria, ma inutile in pratica.

«Facebook e Twitter hanno chiesto che venga formulata una richiesta in via rogatoriale: sebbene il tenore formale della risposta lasci intendere che la rogatoria sia una strada percorribile - scrive il Tribunale - è tuttavia noto che il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti non dà seguito alle richieste di collaborazione per l'identificazione degli autori del reato di diffamazione».

Ne consegue che «le sole attività che potrebbero essere svolte con profitto sono gli approfondimenti basati sulle informazioni personali pubblicate sui vari profili social». Come risulta dalle indagini svolte in relazione alle prime querele - in relazione alle quali altri 12 utenti sono stati identificati e rinviati a giudizio - nella maggior parte dei casi gli utenti Facebook registrano il profilo con il proprio nome reale e inseriscono numerose informazioni personali.

Il veto all’archiviazione e la posizione del Gip

La decisione del Gip arriva dopo l'opposizione all'archiviazione della senatrice. Nel mirino soprattutto i post con i quali la Segre viene definita nazista. Nella richiesta di archiviazione si sostiene che «è frequente nel dibattito politico l'utilizzo, per contrastare e stigmatizzare l'avversario politico, del termine “nazista”, ovviamente in un senso differente rispetto a quello proprio e storico».

Diverso il parere del Gip, secondo il quale accusare «di nazismo una reduce dai campi di sterminio integra di per sé» la diffamazione ed è «uno sfregio alla verità oggettiva». La più infamante delle offese «per la reputazione di chi ha speso la propria vita per testimoniare gli orrori del regime e per coltivare la memoria dell'olocausto».

Per il giudice il web non può essere un terreno franco dove ogni insulto è consentito. Lo schermo di un computer non è una barriera che assicura l’anonimato e la tastiera non è un’arma contro la quale non ci sono difese. «Va ribadito – come già dimostrano le indagini finora svolte – che lo Stato è presente e che è pronto ad andare fino in fondo per tutelare i diritti di chi invoca il suo intervento».

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