L’anonimato in rete: libertà di espressione o libertà di insulto?
La Cedu pone un limite che rischia di favorire l'impunità. E ritenere che il massimo esercizio della libertà di espressione sia connesso alla garanzia dell'anonimato porta con sè conseguenze poco desiderabili
di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani
3' di lettura
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Persone senza nome e senza volto spargono quotidianamente in rete offese, insulti e contumelie di vario genere. Chi risponde di tutto ciò? Si tratta solitamente di parole ospitate da piattaforme di diversa natura, social network, giornali online, ove pullulano commenti che non di rado deragliano in veri e propri insulti da parte di soggetti la cui identità è coperta da sigle, pseudonimi, veri e propri nomi di battaglia (il famigerato “napalm51”, magistralmente interpretato da Maurizio Crozza).
Il bersaglio di queste diffamazioni si trova, di regola, di fronte a soluzioni diverse che hanno un comune amaro denominatore: l'inefficacia, o se non altro la casualità, del risultato della propria azione di difesa della reputazione. E ciò, non tanto per l'ampiezza dei confini che la libertà di espressione giustamente gode nel nostro sistema, quanto perché è pressoché impossibile avere la ragionevole certezza di ottenere una pronuncia nel merito.
Difesa difficile per la persona offesa
Il gestore del sito possiede almeno alcuni dati dell'autore del messaggio ma quasi mai li mette a disposizione spontaneamente. La persona offesa, quindi, trova davanti a sé strade tutte assai accidentate. Può percorrere quella della querela, affidandosi al pubblico ministero che, in astratto, avrebbe il potere di compiere indagini anche assai approfondite, che però di rado attiva per il gran numero di casi sulla sua scrivania rispetto alle risorse obiettivamente scarse di cui dispone.
Si può percorrere la strada del risarcimento in sede civile ove, tuttavia, se non si conosce l'identità della controparte, l'iniziativa si arena prima ancora di iniziare, per la semplice ragione che non si possono citare in giudizio ignoti. La strada della richiesta di cancellazione a volte funziona, ma non esiste per il sito un obbligo di rimuovere prima dell'intervento della magistratura e in ogni caso la ripubblicazione è talmente facile che la iniziale eliminazione rischia di essere una vittoria di Pirro.
Confronto con la “via austriaca”
In questo panorama, una recente sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo (Standard Verlagsgesellschaft c. Austria) si confronta con la “via austriaca”. A quanto è dato capire dalla motivazione della sentenza, nel Paese mitteleuropeo l'ordinamento impone ai titolari di uno spazio pubblico di discussione in rete di mettere a disposizione i dati di chi diffonde una affermazione ritenuta lesiva se l'autorità giudiziaria, o anche un privato, li chiede per esercitare un diritto in giudizio.









