Fuga dalla Calabria: 13 medici per 159 posti e i dottori cubani tengono in vita i reparti
In una sanità che sta letteralmente implodendo, la mancanza di personale compromette l'intero sistema regionale
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Non è bastato il ritorno della gestione del piano di rientro nelle mani del presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto. Nemmeno l'approvazione dei bilanci di asp e ospedali, che prima praticavano la contabilità orale. Men che meno hanno dato linfa alla sanità calabrese i nuovi bandi di assunzione: agli avvisi per 159 posti in emergenza-urgenza, hanno aderito in tredici. E non si sa ancora quanti effettivamente accetteranno. Una prospettiva che preoccupa Occhiuto, che intanto ammette: «Abbiamo difficoltà a reperire personale medico in Calabria. Facciamo bandi ogni mese. Per le guardie mediche ce ne servono 574». Certo, è caccia ai medici (e agli infermieri) in tutta Italia, in Veneto, in Campania, in Alto Adige. Ma in Calabria è peggio: in una sanità che sta letteralmente implodendo, la mancanza di personale compromette l'intero sistema regionale.
Il balzo (apparente?) dei Livelli essenziali di assistenza
Al momento, in Calabria, non dà segnali di cambiamento neanche il nuovo ente di governance della Sanità (Azienda Zero). E l'annunciato riordino della rete ospedaliera – con interventi previsti per 600 milioni di euro – ancora non migliora in modo tangibile la situazione: molti calabresi continuano a curarsi fuori regione. Almeno quelli che non rinunciano del tutto alle cure. Eppure, apparentemente migliorano i Lea, i livelli essenziali di assistenza: lo segnala l'ultimo report di Agenas su prevenzione, territorio e assistenza ospedaliera.
Sanità calabrese bocciata in prevenzione e territorio
«Ma attenzione, il balzo in avanti di cui parla il report si riferisce solo alla macro area dell'assistenza ospedaliera – spiega Rubens Curia, medico infettivologo, fondatore di Comunità competente, associazione per una riforma etica e organizzativa della sanità calabrese -, vuol dire che la Calabria è entrata nell'intervallo di adempimento. Ma viene bocciata, invece, in assistenza distrettuale, dalla psichiatria ai posti letto per gli hospice, e risulta insufficiente in prevenzione, per gli indicatori degli screening oncologici, della copertura vaccinale e per l'emergenza, cioè il tempo di risposta alle richieste di intervento sanitario. Così, si muore perché i servizi di emergenza non funzionano: qualche giorno fa Serafino Congi, 48 anni, a San Giovanni in Fiore, colpito da infarto, ha atteso per tre ore i soccorsi. L'unica ambulanza disponibile è partita da Cosenza quando era troppo tardi.
I cubani mantengono in vita molti reparti
Quel poco di sanità calabrese che resiste si deve ai medici cubani “arruolati” un anno fa in 500: smistati fra le strutture di Cosenza, Vibo Valentia, Crotone, Reggio Calabria, Catanzaro e l'azienda ospedaliero-universitaria Dulbecco, fanno squadra con i colleghi italiani e mantengono in vita molti reparti. Il loro ingaggio inizialmente ha fatto molto discutere: l'accordo siglato dalla Regione Calabria con la Comercializadora de Servicios Medicos Cubanos, secondo alcuni europarlamentari, rappresentava una forma di caporalato legalizzato. È finita che i medici cubani sono stati apprezzati ovunque e richiesti anche in altre regioni. Resteranno in Calabria almeno fino al 2027.
Curia, Valorizzare la medicina territoriale
«I cubani ci hanno consentito e ci consentono di tamponare la situazione. Ma il problema alla base rimane sempre lo stesso – continua Curia -. Non assumiamo psicologi, assistenti sociali, ostetriche con cui potremmo migliorare i servizi per le dipendenze patologiche, la salute mentale, i consultori familiari, così da potenziare la medicina territoriale. Non spendiamo i fondi che abbiamo a disposizione: su 86 milioni assegnati cinque anni fa dal Cipe per nuove apparecchiature, ne sono stati spesi circa un terzo. Eppure abbiamo ospedali fuori norma, attrezzature medicali obsolete, carenza di spazi per l'intramoenia. E ci chiediamo perché la sanità calabrese non sia attrattiva».







