Calabria, scontro sugli ospedali

Politiche della salute. Da Praia a Mare a Polistena i sindaci in prima linea contro il ridimensionamento. Procede la riprogrammazione delle risorse per l’edilizia sanitaria: previsti interventi per 557 milioni

di Donata Marrazzo

In costruzione. Il cantiere dell’ospedale della Sibaritide

3' di lettura

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Ospedali chiusi, depotenziati, sospesi. Riaperti a scartamento ridotto. Alcune strutture senza reparti e senza personale. E “gettonisti” e medici cubani a ridare fiato a una rete ospedaliera in molti casi asfittica.

Riprendere in mano le redini del sistema sanitario calabrese non è stato facile: con la disastrosa eredità di 12 anni di commissariamento e un debito strutturale che sfiora il miliardo, il governatore Roberto Occhiuto, in qualità di commissario ad acta della sanità, sapeva di impegnarsi in una mission impossibile. Da un lato il riordino della rete ospedaliera, di recente approvato dai ministeri dell’Economia e della Salute («Un ottimo risultato per la Calabria», per Occhiuto), sposta o cancella strutture, reparti e posti letto, alimentando preoccupazioni e polemiche dall’altro la riprogrammazione delle risorse per l’edilizia sanitaria procede, invece, a passo svelto. E traccia una nuova mappa delle strutture, con interventi che impegnano complessivamente circa 557 milioni.

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Ma fra Regione e territori si avverte l’attrito: da Praia a Mare a Polistena i sindaci sono in prima linea per garantire il diritto alla salute dei cittadini, difendendo gli ospedali. Così, se a Praia a Mare, alto Tirreno cosentino - un territorio che d’estate registra un milione di presenze - il sindaco Antonino De Lorenzo è preoccupato perché «l’ospedale, senza chirurgia, senza direzione sanitaria, non prende forma», esattamente dall’altra parte, sull’alto Ionio si sta realizzando quello della Sibaritide, all’interno del comune di Corigliano Rossano. Le strutture già esistenti saranno convertite in ospedali di comunità. Ma intanto, De Lorenzo continua a colpi di ricorsi legali a chiedere il potenziamento dell’ospedale di Praia a Mare, che ha subito negli anni smantellamenti e riaperture, con tanto di sentenze del Consiglio di Stato. E ora pretende anche che, concretamente, in osservanza del cosiddetto “decreto Sciabica” (dal nome di Eugenio Sciabica, commissario esecutore della sentenza del Consiglio di Stato che ha ridisegnato l’ospedale), quello di Praia risulti un ospedale di pronto soccorso, con 62 posti letto, una direzione sanitaria autonoma e otto nuovi incarichi dirigenziali, di cui tre per strutture operative complesse. Un riassetto radicale: basti pensare che attualmente, la radiologia, dotata di attrezzature tecnologicamente avanzatissime, è gestita da un’unica radiologa.

Il nuovo ospedale della Sibaritide, invece, sarà «uno spoke, struttura poli-specialistica per acuti con livello di assistenza media, per un bacino d’utenza di 180mila persone e con 340posti letto», spiega Pasquale Gidaro, ingegnere, dirigente dell’unità organizzativa autonoma del dipartimento Salute e Welfare che si occupa di edilizia sanitaria. «Il costo complessivo, finanziato con un partenariato pubblico privato, sarà di 293 milioni di euro».

Quella del partenariato è la stessa formula adottata anche per il nuovo ospedale di Vibo Valentia (un progetto lungo 20 anni), di cui sono appena iniziati i lavori. O quello della Piana di Gioia Tauro, a Palmi, con 345 posti letto. Il progetto definitivo è in fase di verifica. Ma sta mettendo in allarme il sindaco di Polistena Michele Tripodi, che della difesa dell’ ospedale ha fatto il fulcro della sua azione politica.

«La costruzione dell’ospedale di Palmi è solo un alibi per smantellare il nostro, senza restituire nulla al territorio. Qui resistiamo con i medici gettonisti e gli specialisti cubani, che sono una ventina. Ma mancano almeno altre 70 unità». Nella sua battaglia, Tripodi ha coinvolto 27 sindaci che, di recente, hanno sfilato in testa a un corteo di 3mila persone. Ma la direttrice generale dell’Asp di Reggio Calabria Lucia Di Furia smussa i toni della polemica, dichiarando di «non aver avuto mai alcun input a chiudere l’ospedale di Polistena, semmai a intervenire per risanare alcuni reparti, in particolare il pronto soccorso, che oggi è una punta di diamante».

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