Food delivery, business da 1,8 miliardi ma c’è chi abbandona l’Italia
Il mercato è esploso in pochi anni e ora vive una fase di assestamento: UberEats, Gorillas e Getir se ne sono andati, ma c’è chi ne ha tratto vantaggio espandendosi e caratterizzando l’offerta
di Maria Teresa Manuelli
4' di lettura
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Sta scoppiando la bolla del delivery in Italia? Sembra di no, almeno per quanto riguarda il food. La consegna di cibo e piatti pronti a domicilio muove un mercato che vale oggi 1,8 miliardi di euro e questo servizio raggiunge ormai il 71% della popolazione italiana. Le piattaforme di food delivery, inoltre, continuano a giocare un ruolo fondamentale tanto che nell’ultimo anno hanno rappresentato il 97% del valore totale dei piatti venduti (e solo il 3% proviene dai canali online dei ristoranti tradizionali). Anzi, il loro sviluppo ha permesso al settore dell’ecommerce alimentare di crescere esponenzialmente tra il 2010 e oggi mediamente del 39% all’anno.
Eppure quest’estate Uber Eats ha annunciato l’abbandono della nostra Penisola, così come già avevano fatto Gorillas e Getir l’anno prima. Cosa non ha funzionato? «L’Italia rappresenta un mercato unico – risponde Glovo – sia da un punto di vista culturale che demografico. Sul primo aspetto il nostro Paese ha una grande tradizione culinaria che rende importante offrire una proposta ampia e variegata, ma prestando comunque attenzione alla scelta delle collaborazioni con grandi catene e realtà locali. Analizzando l’aspetto demografico, poi, l’Italia ha una popolazione estremamente decentrata e ciò rappresenta una grande sfida per la logistica, in quanto richiede la presenza di un team locale strutturato».
La chiave per Glovo è stata la multicategoria, ovvero essere una piattaforma che consente ai propri utenti di ricevere e inviare prodotti all’interno della città, grazie agli accordi siglati nel mondo del retail e anche alle partnership strette con i player della grande distribuzione. «Nello specifico l’uscita di Getir e Gorillas ha rafforzato il nostro posizionamento nel quick commerce – la terza generazione dell’ecommerce: ricevo il prodotto quando ne ho bisogno – mentre quella di Uber Eats ci ha permesso di consolidare il posizionamento in tutto il Sud Italia e nelle grandi città». Per fare qualche esempio, solo a Napoli 19 dei maggiori 25 partner di Uber Eats hanno scelto di lavorare esclusivamente con Glovo.
«La redditività di breve periodo – aggiunge Marco Pieri, direttore digital & ecommerce di Selex Gruppo Commerciale – è tuttavia la maggiore sfida da affrontare affinché si possa espandere un servizio che ha costi rilevanti di tecnologia e di logistica per la gestione degli ordini». CosìComodo, il servizio per la gestione online degli ordini di prodotti alimentari e non di Selex, genera una contribuzione alle vendite tra il 4 e l’8%, con l’obiettivo di espandere il più possibile le aree in cui operare con il servizio di spesa online.
«Il mercato – dice Daniele Contini, country manager di Just Eat Italia – avrebbe anche bisogno di essere normato per garantire la tutela dei lavoratori e consentire alle aziende del comparto di operare in maniera efficiente e competitiva. Siamo stati i primi ad avviare questo percorso e siamo sempre più convinti che garantire dignità e sicurezza economica ai rider si traduca in benefici per il territorio e in un servizio migliore per tutti. Tornando alle opportunità o strategie da adottare, pensiamo alla diversificazione dei servizi come la costruzione di offerte dedicate alle aziende o all’investimento nella logistica per intensificare la nostra capillarità in Italia. Ci sono poi due asset imprescindibili per distinguersi: l’innovazione tecnologica per migliorare la customer experience e l’attenzione nella scelta di servizi che abbiano un minore impatto ambientale e sociale».








