Fidarsi della ragione. Martin Hollis e le radici della razionalità plurale
Non si tratta di scegliere tra ragione e fiducia. Si tratta di salvare la ragione dalla sua versione più impoverita
9' di lettura
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Ogni promessa contiene un piccolo enigma. Quando promettiamo qualcosa, non stiamo semplicemente annunciando ciò che oggi pensiamo ci converrà fare domani. Stiamo dicendo qualcosa di più impegnativo. Che domani, anche se il calcolo delle convenienze dovesse cambiare, quella parola continuerebbe a vincolarci. Una promessa che valesse solo finché conviene non sarebbe davvero una promessa. Sarebbe una dichiarazione condizionata, un’ipotesi soggetta a revisione. La promessa, invece, ci impegna ad attraversare il tempo. Si rivolge a un futuro nel quale potremmo avere ragioni per sottrarci e, proprio per questo, prova a legarci prima che quelle ragioni si presentino.
Chiedilo al Sole
Una domanda essenziale
Da qui nasce una domanda essenziale per chiunque si interroghi sulla natura della vita in comune. Che cosa rende gli esseri umani capaci di fidarsi gli uni degli altri? Non basta dire che la fiducia è utile. Certo che lo è. Senza fiducia nessun mercato complesso potrebbe funzionare, nessuna amministrazione potrebbe reggere, nessuna scuola potrebbe educare, nessuna democrazia potrebbe durare, nessuna amicizia potrebbe fiorire. Ma così come la fiducia è utile è anche vulnerabile. Chi si fida si espone. Chi promette apre uno spazio che l’altro può abitare lealmente oppure sfruttare. Chi coopera rende possibile un bene comune, ma lascia anche all’opportunista la possibilità di appropriarsi dei vantaggi senza pagare i costi. Se non fosse rischiosa non sarebbe fiducia. La questione, allora, non è se la fiducia serva. La questione è quanto fidarsi sia razionale. Possiamo fidarci senza essere ingenui? Possiamo mantenere promesse senza diventare vittime del calcolo altrui?
È attorno a questo interrogativo che Martin Hollis costruisce il suo ultimo libro, Trust within Reason, pubblicato nel 1998, poco prima della sua partenza. La fiducia non va cercata fuori dalla ragione, ci dice Hollis, fin dal titolo, come se appartenesse a un mondo premoderno di abitudini, appartenenze e tradizioni che la modernità avrebbe dissolto. Va cercata dentro, nei limiti della razione. Ma questo ci interroga immediatamente rispetto a cosa intendiamo per “ragione”. Hollis parte proprio da qui. Se per razionalità intendiamo soltanto il calcolo autointeressato dei mezzi migliori per raggiungere fini individuali, allora la fiducia diventa fragile, perfino paradossale. Se invece la ragione viene compresa in modo più ricco, come capacità di reciprocità, di riconoscimento dei vincoli, di orientamento verso beni comuni, allora la fiducia non è un residuo sentimentale. È una possibilità tanto essenziale quanto razionale della vita sociale.
Il paradosso
Il ragionamento di Hollis nasce da una tensione che attraversa tutta la modernità. Da un lato, l’Illuminismo ha promesso che gli esseri umani, liberati da superstizioni, paure e autorità arbitrarie, avrebbero potuto vivere secondo ragione. Dall’altro lato, una certa versione moderna della ragione ha finito per identificarsi sempre più con la prudenza individuale, con il calcolo strategico, con la massimizzazione dell’utilità. Ma se la ragione diventa soltanto questo, allora rischia di corrodere proprio il legame sociale che avrebbe dovuto illuminare. Una società di individui perfettamente prudenti può diventare una società in cui nessuno si fida più abbastanza da cooperare.
Per mostrare il paradosso Hollis ricorre a un piccolo apologo, l’Enlightenment Trail. Adamo ed Eva percorrono un sentiero lungo il quale incontrano diverse locande. Entrambi preferirebbero arrivare alla locanda finale, chiamata The Triumph of Reason. Tuttavia, lungo il percorso ciascuno ha la possibilità di fermarsi prima, scegliendo un’opzione che, in quel momento, gli conviene di più. Se ciascuno anticipa il calcolo dell’altro, e se ciascuno sa che l’altro farà lo stesso, il risultato è sorprendente. Proprio perché entrambi sono razionali nel senso prudenziale del termine, nessuno dei due può fidarsi dell’altro abbastanza da arrivare alla meta migliore per entrambi. La ragione, ridotta a calcolo individuale, non conduce al Trionfo della Ragione. Blocca il cammino prima che possa davvero cominciare. È un esperimento mentale, naturalmente. Ma la sua forza sta proprio nella sua logica stringente. Quando due persone potrebbero ottenere insieme un risultato migliore, ma ciascuna ha un incentivo a deviare lungo il percorso, la cooperazione richiede qualcosa che il semplice calcolo autointeressato non riesce a garantire. Richiede fiducia. E la fiducia, a sua volta, richiede che l’altro non sia visto soltanto come un centro di preferenze che reagirà alle convenienze del momento. Deve essere visto come qualcuno capace di riconoscere un vincolo.








