La giustizia prima della linea di partenza
Una società giusta non promette a tutti lo stesso arrivo. Ma può e deve impedire che l’arrivo sia già scritto nella partenza
9' di lettura
I punti chiave
9' di lettura
A volte l’ingiustizia appare sotto mentite spoglie. Non fa rumore e non produce scandalo immediato. Si presenta sotto forma di differenze. Differenze di rendimento scolastico, di salute, di fiducia, di sicurezza, di ambizione, di capacità di orientarsi nel mondo. Un bambino impara a leggere prima, un altro dopo. Una ragazza inizia le superiori sapendo già che cosa sia l’università, un’altra non conosce nessuno che l’abbia mai frequentata. Qualcuno trova in casa libri, silenzio, supporto e incoraggiamento. Qualcun altro, invece, trova stanchezza, precarietà, spazi stretti, adulti nervosi e assenti non per colpa, ma per fatica. Poi, a un certo punto, la società misura, confronta, seleziona. Chi ha fatto meglio viene premiato, chi è rimasto indietro viene invitato a impegnarsi di più. È qui che la disuguaglianza compie la sua truffa morale. Si presenta come un risultato, dopo aver lavorato a lungo, dietro le quinte, come una precondizione.
Prima della gara
Il contributo più importante di John Roemer alla teoria dell’eguaglianza delle opportunità sta proprio nell’aver costretto la filosofia politica a gettare luce su questo punto e aver tentato di smontare la logica perversa della meritocrazia ingenua. Non basta dire che le persone devono essere giudicate per ciò che fanno e non per ciò che sono. Non basta neppure dire che la competizione deve essere aperta e non discriminatoria. Occorre chiedersi che cosa sia accaduto prima che la competizione avesse inizio. Quali risorse fossero disponibili. Quali capacità fossero già state formate. Quali aspettative fossero state incoraggiate o spente. Quali ferite, quali mancanze e quali vantaggi impliciti avessero già determinato la possibilità stessa di scegliere. Roemer distingue due modi di intendere l’eguaglianza delle opportunità. Il primo è il principio di “non discriminazione”. Quando si compete per una posizione, tutti coloro che possiedono le qualità rilevanti devono poter entrare nella competizione e devono essere giudicati solo in base a quelle qualità. È un principio fondamentale, figlio dell’illuministico “carrière ouverte aux talents” (carriere aperte ai talenti). La violazione di questo principio imprigiona la società in gerarchie arbitrarie fondate sul sesso, sull’origine sociale, sull’etnia, sulla religione. Ma per Roemer questo principio non basta. Perché una selezione formalmente imparziale può essere lo stesso profondamente ingiusta se avviene dopo che le condizioni di formazione delle persone sono state radicalmente diseguali. Come scrive in Equality of Opportunity, “Prima che la competizione abbia inizio, occorre garantire pari opportunità, ricorrendo se necessario a misure di intervento sociale; una volta iniziata, però, ognuno deve cavarsela da solo” (Harvard University Press, 1998, p. 2). Prima che la competizione inizi, le opportunità devono essere rese uguali, anche attraverso l’intervento sociale; dopo, gli individui rispondono personalmente delle proprie scelte.
Circostanze, impegno e responsabilità
Tutta la difficoltà sta in quel “prima”. Dove finisce la responsabilità della società e dove comincia quella dell’individuo? Dove collocare la linea di partenza? Roemer non offre una risposta retorica, ma un criterio analitico. Dobbiamo distinguere ciò che dipende dalle circostanze da ciò che può essere attribuito all’impegno del singolo. Le “circostanze” sono quei fattori che influenzano le possibilità di vita delle persone e dei quali non le possiamo ritenere responsabili: il patrimonio genetico, la famiglia in cui nascono, il quartiere in cui crescono, il livello di istruzione dei genitori, la lingua parlata in casa, la ricchezza o la povertà dell’ambiente culturale, la salute, la qualità delle scuole disponibili, la rete di relazioni, perfino l’orizzonte delle aspettative che viene trasmesso nei primi anni di vita. L’impegno, invece, è ciò che resta nell’ambito della scelta personale. Non perché sia puro e scevro da condizionamenti - Roemer sa bene che anche la capacità di impegnarsi è influenzata dal contesto - ma la sua proposta è proprio quella di trovare un modo per attribuire responsabilità senza trasformare le circostanze in colpe individuali. Da qui nasce l’idea dei “tipi”. Gli individui che condividono circostanze simili appartengono allo stesso “tipo”. L’impegno non va allora confrontato in termini assoluti tra persone collocate in mondi diversi, ma in termini relativi all’interno del proprio “tipo”. Due persone hanno compiuto uno sforzo comparabile non quando hanno dedicato lo stesso numero di ore allo studio, ma quando occupano la stessa posizione nella distribuzione dell’impegno del gruppo a cui appartengono, definito dalle circostanze che hanno condizionato la loro esistenza. Lo studente al cinquantesimo percentile di impegno tra coloro che provengono da famiglie fragili e lo studente al cinquantesimo percentile tra coloro che provengono da famiglie avvantaggiate devono essere considerati, in questo senso, egualmente meritevoli, anche se, a causa delle diverse circostanze, il loro impegno genererà risultati differenti.
Le implicazioni politiche di questo ragionamento sono chiare. Una società giusta opererà per compensare le differenze nelle circostanze in modo che, a parità di sforzo relativo, i risultati non siano sistematicamente diversi. “La parità di opportunità richiede che si compensino le persone per le differenze nelle loro condizioni di vita, nella misura in cui tali differenze incidono sul rendimento scolastico, ma non che si compensino le conseguenze di un diverso impegno profuso” (p. 7). La giustizia non consiste, dunque, secondo Roemer, nel cancellare ogni differenza nei risultati, né nel negare la responsabilità personale, consiste, piuttosto, nel fare in modo che ciò di cui non siamo responsabili non determini ciò che possiamo diventare. Per questo Roemer sposta la discussione dall’astrazione morale al disegno istituzionale. Come deve essere finanziata la scuola? Come devono essere distribuite le risorse educative? Che cosa significa garantire accesso alla salute? Quanto e come dobbiamo investire nella prima infanzia, nel sostegno al reddito, nelle borse di studio. Come organizzare l’orientamento, la formazione, le politiche attive del lavoro? In questo quadro teorico l’eguaglianza delle opportunità è tutt’altro che uno slogan. È piuttosto una tecnologia istituzionale.
Uguagli non identici
Il punto decisivo è che trattare tutti nello stesso modo non significa necessariamente trattare tutti in modo giusto. Questa è forse la lezione più difficile da accettare per una cultura pubblica abituata a confondere l’eguaglianza con l’“identicità”. Se due bambini hanno bisogni diversi, dare a entrambi la stessa cosa può voler dire lasciare intatto il divario iniziale. “Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali” scriveva don Lorenzo Milani nella sua Lettera a una professoressa. Se uno arriva a scuola avendo già ricevuto anni di stimoli linguistici, letture, conversazioni, viaggi e sostegno familiare, mentre l’altro arriva con un patrimonio molto più fragile, la stessa aula, lo stesso banco, lo stesso insegnante, lo stesso libro non producono necessariamente la stessa opportunità. Roemer lo dice con una chiarezza che dovrebbe diventare criterio ordinario di valutazione delle politiche pubbliche: “Costruire scuole identiche e dotarle di insegnanti identici in diverse comunità in cui i bambini vivono in condizioni molto diverse non servirà quindi, in linea di massima, a garantire loro pari opportunità di successo” (p. 24). La ragione è semplice. Un’opportunità non è una cosa. Non è un edificio, un banco, una mensa, un computer o una borsa di studio. Questi sono strumenti. L’opportunità è la capacità effettiva di trasformare quei mezzi in apprendimento, scelte e possibilità reali. Roemer scrive ancora: “Un’opportunità è una cosa astratta. Non è una scuola, né un piatto di cibo nutriente, né una dimora accogliente, ma è piuttosto una capacità che si sviluppa utilizzando in modo appropriato quella scuola, quel cibo e quella dimora” (ibid.). L’opportunità è una capacità che prende forma nell’uso appropriato di ciò che riceviamo. Ma proprio questa capacità non è distribuita in modo uniforme. Dipende da condizioni precedenti, da abitudini, da sicurezza, da linguaggio, da salute, da relazioni, da fiducia. Per questo una politica delle opportunità non può limitarsi a distribuire oggetti uguali. Deve interrogarsi sulla diversa capacità delle persone di trasformare quegli oggetti in un orizzonte di vita possibile.








