John Roemer e la razionalità plurale
Le società non vivono soltanto di contratti, incentivi, controlli e sanzioni. Vivono anche di aspettative condivise
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“Senza fiducia le persone non potrebbero neanche alzarsi dal letto la mattina. Verrebbero assalite da una paura indeterminata, da un panico paralizzante”. Scriveva così Niklas Luhmann ne La fiducia (Il Mulino, 2002). E, in effetti, ogni volta che saliamo su un autobus lo facciamo presumendo che qualcuno lo guidi con prudenza e competenza.
Quando accompagniamo i figli a scuola confidiamo che insegnanti e collaboratori scolastici si prenderanno cura di loro. Quando entriamo in un ospedale affidiamo la nostra salute a sconosciuti che assumiamo essere preparati e responsabili. Quando paghiamo un’imposta, rispettiamo una fila, attraversiamo sulle strisce, conferiamo i rifiuti, ci fidiamo di una regola, di una procedura, di un comportamento atteso. Nulla di tutto questo appare eroico. Anzi, proprio perché funziona, nella maggior parte dei casi scompare alla vista. La cooperazione è così. Quando regge, non fa rumore. Quando funziona, non si nota. Diventa normalità. “Abitiamo in un clima di fiducia, così come abitiamo dentro un’atmosfera. Ci rendiamo conto di essa, così come notiamo l’aria che respiriamo, solo quando scarseggia oppure è inquinata”, scriveva Annette Baier in un saggio divenuto classico, “Trust and Antitrust” (Ethics, 96, 1986, p. 231).
Le società non vivono soltanto di contratti, incentivi, controlli e sanzioni. Vivono anche di aspettative condivise. Di regole rispettate non perché ogni violazione sia immediatamente punita, ma perché molti riconoscono e accettano di partecipare a una pratica comune. E ci accorgiamo dell’importanza di questa trama soprattutto quando si rompe. Quando nessuno crede più che gli altri faranno la loro parte. Quando chi rispetta una regola si sente ingenuo. Quando il contribuente onesto appare come un perdente. Quando il cittadino responsabile comincia a chiedersi perché dovrebbe continuare a esserlo se intorno a lui prevale la convinzione che la furbizia sia l’unica forma adulta della razionalità.
Negli ultimi tre Mind the Economy abbiamo discusso il significato dell’eguaglianza delle opportunità, abbiamo provato a distinguere le circostanze non scelte dall’impegno di cui possiamo essere ritenuti responsabili e abbiamo mostrato che una società giusta deve guardare a ciò che accade prima della linea di partenza invece di limitarsi a classificare gli arrivi. Ora, ancora con riferimento al pensiero di John Roemer cerchiamo di fare un ulteriore passo. Perché non basta provare a rendere più equa la gara. Bisogna domandarsi perché tante dimensioni della vita comune continuino a essere pensate come una gara.
Oltre la gara
In How We Cooperate. A Theory of Kantian Optimization (Yale University Press, 2019), Roemer formula la questione in modo netto: “La teoria economica si è concentrata quasi interamente sul modo in cui gli agenti economici competono tra loro, nelle economie di mercato e nelle relazioni strategiche (games). Ma la competizione non esaurisce il nostro comportamento economico: gli esseri umani cooperano in molte situazioni economiche e spesso ottengono risultati migliori di quelli che potrebbero ottenere attraverso la competizione” (p. vii). La competizione, dunque, non esaurisce il nostro comportamento economico. Non perché non esista o non sia importante., ma perché una società non può essere compresa a fondo se la guardiamo soltanto dal punto di vista di individui che competono tra loro per massimizzare il proprio interesse. La vita economica e sociale è attraversata da forme di cooperazione senza le quali nessun mercato, nessuna amministrazione, nessuna scuola, nessuna impresa, nessun sistema sanitario, nessuna democrazia potrebbe funzionare.








