Mind the Economy/Justice 156

John Roemer e la razionalità plurale

Le società non vivono soltanto di contratti, incentivi, controlli e sanzioni. Vivono anche di aspettative condivise

di Vittorio Pelligra

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“Senza fiducia le persone non potrebbero neanche alzarsi dal letto la mattina. Verrebbero assalite da una paura indeterminata, da un panico paralizzante”. Scriveva così Niklas Luhmann ne La fiducia (Il Mulino, 2002). E, in effetti, ogni volta che saliamo su un autobus lo facciamo presumendo che qualcuno lo guidi con prudenza e competenza.

Quando accompagniamo i figli a scuola confidiamo che insegnanti e collaboratori scolastici si prenderanno cura di loro. Quando entriamo in un ospedale affidiamo la nostra salute a sconosciuti che assumiamo essere preparati e responsabili. Quando paghiamo un’imposta, rispettiamo una fila, attraversiamo sulle strisce, conferiamo i rifiuti, ci fidiamo di una regola, di una procedura, di un comportamento atteso. Nulla di tutto questo appare eroico. Anzi, proprio perché funziona, nella maggior parte dei casi scompare alla vista. La cooperazione è così. Quando regge, non fa rumore. Quando funziona, non si nota. Diventa normalità. “Abitiamo in un clima di fiducia, così come abitiamo dentro un’atmosfera. Ci rendiamo conto di essa, così come notiamo l’aria che respiriamo, solo quando scarseggia oppure è inquinata”, scriveva Annette Baier in un saggio divenuto classico, “Trust and Antitrust” (Ethics, 96, 1986, p. 231).

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Le società non vivono soltanto di contratti, incentivi, controlli e sanzioni. Vivono anche di aspettative condivise. Di regole rispettate non perché ogni violazione sia immediatamente punita, ma perché molti riconoscono e accettano di partecipare a una pratica comune. E ci accorgiamo dell’importanza di questa trama soprattutto quando si rompe. Quando nessuno crede più che gli altri faranno la loro parte. Quando chi rispetta una regola si sente ingenuo. Quando il contribuente onesto appare come un perdente. Quando il cittadino responsabile comincia a chiedersi perché dovrebbe continuare a esserlo se intorno a lui prevale la convinzione che la furbizia sia l’unica forma adulta della razionalità.

Negli ultimi tre Mind the Economy abbiamo discusso il significato dell’eguaglianza delle opportunità, abbiamo provato a distinguere le circostanze non scelte dall’impegno di cui possiamo essere ritenuti responsabili e abbiamo mostrato che una società giusta deve guardare a ciò che accade prima della linea di partenza invece di limitarsi a classificare gli arrivi. Ora, ancora con riferimento al pensiero di John Roemer cerchiamo di fare un ulteriore passo. Perché non basta provare a rendere più equa la gara. Bisogna domandarsi perché tante dimensioni della vita comune continuino a essere pensate come una gara.

Oltre la gara

In How We Cooperate. A Theory of Kantian Optimization (Yale University Press, 2019), Roemer formula la questione in modo netto: “La teoria economica si è concentrata quasi interamente sul modo in cui gli agenti economici competono tra loro, nelle economie di mercato e nelle relazioni strategiche (games). Ma la competizione non esaurisce il nostro comportamento economico: gli esseri umani cooperano in molte situazioni economiche e spesso ottengono risultati migliori di quelli che potrebbero ottenere attraverso la competizione” (p. vii). La competizione, dunque, non esaurisce il nostro comportamento economico. Non perché non esista o non sia importante., ma perché una società non può essere compresa a fondo se la guardiamo soltanto dal punto di vista di individui che competono tra loro per massimizzare il proprio interesse. La vita economica e sociale è attraversata da forme di cooperazione senza le quali nessun mercato, nessuna amministrazione, nessuna scuola, nessuna impresa, nessun sistema sanitario, nessuna democrazia potrebbe funzionare.

La mossa di Roemer, però, è più sottile di quanto possa sembrare. Non si tratta di un moraleggiante invito a essere più buoni. Non sta contrapponendo l’altruismo alla razionalità auto-interessata, come se da una parte ci fossero gli interessi e dall’altra i valori. Il suo gesto teorico è più radicale. Roemer mette in discussione l’idea che esista un unico modo razionale di scegliere quando le nostre azioni sono intrecciate con quelle degli altri.

La teoria economica standard ci ha abituati a pensare che, in una situazione di interdipendenza, ciascuno debba chiedersi che cosa gli convenga fare, date le azioni altrui. Gli altri diventano così parte dell’ambiente. Sono dei vincoli o delle opportunità, minacce o fonti di informazione. In questo quadro io non decido con loro; decidono nonostante loro, a partire da ciò che immagino faranno. È la logica dell’ottimizzazione alla Nash, dal nome del matematico John Nash, premio Nobel per l’economia e padre del concetto omonimo di equilibrio.

In un “equilibrio di Nash” ciascun decisore prende come date le scelte degli altri e sceglie la propria azione come risposta ottimale. Immaginando che anche tutti gli altri faranno lo stesso. Arriveremo all’equilibrio quando la mossa di ciascuno sarà una risposta ottimale alle risposte ottimali di tutti gli altri decisori. È una forma potente di razionalità. Ma non è l’unica possibile. Soprattutto, non è sempre quella più adatta a descrivere la logica profonda della cooperazione.

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Un’altra idea di razionalità

Cooperare non significa soltanto trovare un equilibrio tra individui separati. Significa riconoscere che alcune azioni hanno senso solo se vengono pensate come parte di un piano comune d’azione. Qui entra in gioco l’idea centrale della proposta di Roemer. In una situazione cooperativa il soggetto non si domanda soltanto che cosa conviene a me, dato ciò che fanno gli altri, si chiede, piuttosto - “Qual è la strategia che vorrei che tutti noi adottassimo?” (p. viii). Roemer chiama questa diversa forma di ragionamento “ottimizzazione kantiana”, perché vi riconosce una traduzione economica dell’imperativo categorico: agire secondo una massima che si possa volere universalizzata.

Naturalmente, Roemer non sta suggerendo che il soggetto razionale debba dimenticare sé stesso e sacrificarsi agli altri. Ci sta dicendo qualcosa di più interessante e cioè che in molte situazioni sociali, il mio stesso interesse non può essere definito correttamente se separo la mia scelta dalla struttura collettiva dell’azione. Questa differenza è decisiva. Nel ragionamento alla Nash, gli altri restano esterni alla mia scelta, come dei parametri dati. Devo prevedere e anticipare le loro scelte per potere adattare le mie nel modo migliore. Nel ragionamento kantiano, invece, gli altri entrano nella forma stessa della deliberazione. Non sono più soltanto ciò a cui mi adatto. Sono parte dell’azione che sto cercando di pensare. La questione non è più come sia possibile ottenere il massimo, dato ciò che faranno gli altri, ma riguarda il comportamento che avrebbe senso mettere in atto se tutti coloro che si trovano nella stessa situazione lo adottassero?

Per capire la portata di questo rivolgimento proviamo a pensare a qualche esempio. Partiamo dalle tasse. Secondo una logica puramente strategica, ciascuno può essere tentato di pensare che se gli altri pagano in maniera corretta, i servizi pubblici saranno finanziati. Se invece gli altri non pagano, non ha senso che sia io l’unico a farlo. In entrambi i casi, l’evasione può apparire la scelta più conveniente. È la logica del free-rider, dell’opportunista che beneficia del contributo altrui senza contribuire a sua volta.

  Ma questo ragionamento, se generalizzato, distrugge la condizione stessa del bene pubblico di cui tutti beneficiano. La domanda, in una prospettiva kantiana, assume allora una forma diversa.

 Qual è il comportamento fiscale che tutti dovrebbero adottare se volessimo vivere in una società capace di finanziare scuole, ospedali, infrastrutture, sicurezza, giustizia, assistenza, ricerca scientifica di qualità? Non è una domanda da anime belle, è una domanda sulla natura dei beni pubblici e sulla razionalità del loro processo produttivo. Una questione centrale in ogni società avanzata. Proviamo a pensare ora alle elezioni. Da un punto di vista strettamente individuale, il voto di un singolo elettore ha una probabilità infinitesimale di risultare decisivo.

 Perché allora andare a votare? L’economia standard ha spesso trattato questa domanda come un paradosso. Roemer la scioglie cambiando la cornice di riferimento. Non voto perché credo che il mio voto, da solo, determinerà l’esito. Voto perché vorrei che tutti coloro che partecipano alla vita democratica facessero la loro parte. Voto perché la democrazia è un bene pubblico che esiste e può sopravvivere solo se un numero sufficiente di cittadini non ragiona come se il proprio gesto fosse separabile da quello degli altri. La stessa logica è quella che caratterizza le scelte di tutela dell’ambiente e di contrasto ai cambiamenti climatici. L’azione del singolo, presa isolatamente, ha effetti trascurabili. Da qui nasce la tentazione di arrendersi all’impotenza. Perché dovrei modificare i miei consumi, i miei spostamenti, le mie abitudini, se il mio gesto non cambia il destino del pianeta? Ma anche ora il problema è mal posto. Nessuna trasformazione collettiva nasce perché il gesto individuale è sufficiente da solo. Nasce quando il gesto individuale viene pensato dentro una pratica che ha senso solo se condivisa. L’ottimizzazione kantiana non chiede al singolo di salvare il mondo da solo. Gli chiede di non ragionare come se il mondo fosse soltanto lo sfondo muto della sua esistenza privata.

Si vince davvero se si vince insieme

Questo punto consente a Roemer di chiarire una distinzione spesso trascurata e cioè che il comportamento cooperativo e il comportamento altruistico non sono la stessa cosa. “La cooperazione di tipo esteso può essere intrapresa perché è nell’interesse di ciascuno, non perché ciascuno si preoccupi degli altri” (p. 5) scrive Roemer al proposito.

Cooperare non significa necessariamente sacrificarsi per l’altro, né attribuire al suo benessere un peso diretto nella propria funzione di utilità. Due persone possono costruire insieme una casa perché entrambe vogliono abitarci. Due cacciatori possono cooperare perché nessuno dei due riuscirebbe da solo a catturare la preda. Una comunità può finanziare un bene pubblico perché tutti sanno che, senza il contributo di molti, quel bene non esisterebbe e nessuno ne potrebbe trarre beneficio.

La cooperazione, dunque, non richiede una base morale. Richiede l’accettazione di una condizione comune. Richiede di riconoscere che ci sono beni che non possono essere prodotti da individui che si comportano soltanto come massimizzatori isolati. Una città sicura, una scuola di qualità, un ambiente vivibile, una sanità pubblica efficiente, un sistema fiscale credibile, una democrazia efficace non sono beni che si ottengono semplicemente sommando egoismi ben regolati. Sono beni che esistono solo se un numero sufficiente di persone accetta di pensarsi come parte di una comunità cooperante. In questo senso, il ragionamento sulla ottimizzazione kantina aggiunge un elemento decisivo alla riflessione più generale che Roemer elabora sul tema della giustizia.

Nei tre precedenti Mind the Economy abbiamo visto che la retorica del merito tende a immaginare la società come una gara nella quale ciascuno parte, corre, si impegna e arriva dove lo portano talento e disciplina. Ma la gara non comincia mai davvero dallo stesso punto. Le circostanze date dalla famiglia, dalle condizioni di salute, dal genere, dal luogo in cui si nasce e dalla qualità della scuola che si frequenta, modellano le possibilità molto prima che l’individuo possa essere considerato responsabile delle proprie scelte.

Per questo l’eguaglianza delle opportunità non può coincidere con un trattamento uniforme, uguale per tutti. Se alcuni partono più indietro, fargli correre la stessa distanza non cambia la situazione. Trattarli nello stesso modo significa spesso preservare, e perfino amplificare, le disuguaglianze. Ora, però, Roemer ci propone di fare un passo ulteriore perché anche una gara più equa resta pur sempre una gara. Anche una competizione corretta nelle sue condizioni iniziali continua a spingere gli individui a pensarsi come avversari. Certo, è meglio una competizione equa di una competizione truccata. È meglio una scuola che compensi gli svantaggi familiari e territoriali di una scuola che li erediti e li certifichi. È meglio un mercato del lavoro che non trasformi la nascita, il genere, la salute o il capitale culturale in destino.

Ma una società giusta non può fermarsi qui. Non può soltanto mettere tutti nelle condizioni di competere meglio. Deve anche chiedersi perché abbiamo deciso che così tante dimensioni della vita in comune debbano essere pensate e vissute come una competizione permanente. Questa è forse la questione più cruciale del ragionamento di Roemer. La giustizia non riguarda soltanto la distribuzione delle risorse, ma la forma stessa delle relazioni sociali. Non basta correggere gli esiti se continuiamo a produrre istituzioni che insegnano agli individui a diffidare gli uni degli altri. Non basta compensare gli svantaggi se poi ogni bene comune viene trattato come un’occasione di appropriazione individuale. Non basta parlare di responsabilità se le istituzioni fanno apparire irragionevole e sconveniente proprio quei comportamenti più responsabili.

La vita in comune non è un gioco a “somma zero”; non ogni bene è posizionale; non ogni valore cresce se qualcuno resta indietro; non ogni successo ha bisogno di sconfitti. Ci sono beni che aumentano solo se condivisi: la fiducia, la conoscenza, la salute pubblica, la sicurezza, la qualità democratica, la pace sociale, la sostenibilità ambientale. Per questi beni la domanda “che cosa conviene a me?” è riduttiva. Non perché l’io non conti, ma perché conta dentro relazioni che lo precedono e lo rendono possibile.

Cooperare, allora, non è competere meglio. È sottrarre alcune dimensioni decisive della vita sociale alla logica della competizione permanente. È capire che una società giusta non si misura soltanto dalla attendibilità delle sue classifiche, ma dalla qualità dei beni comuni che riesce a produrre. Non soltanto da quanto equamente distribuisce le opportunità individuali, ma da quanto rende possibile riconoscersi parte di un destino condiviso. Forse è questa la lezione più esigente dell’ultimo Roemer. La giustizia non chiede soltanto da dove partiamo, quanto ci impegniamo, quali ostacoli incontriamo e quali compensazioni siano necessarie perché la gara non risulti truccata. Chiede anche quale immagine degli altri impariamo ad abitare: avversari, concorrenti, minacce, free-rider, oppure compagni di viaggio e cointestatari di una casa comune.

Una società si indebolisce quando crescono le disuguaglianze, certamente. Ma si indebolisce anche quando l’intelligenza collettiva si riduce all’arte di sottrarsi, quando la prudenza diventa sospetto e ogni gesto non immediatamente vantaggioso appare come una concessione ingenua. Allora il compito delle istituzioni non è soltanto correggere gli esiti ingiusti. È anche quello rendere di nuovo plausibile l’idea che nessuno si salva davvero da solo, che alcune forme di benessere esistono solo se vengono prodotte insieme e che la razionalità, quando prende sul serio la vita in comune, smette di essere calcolo difensivo e torna a essere capacità di costruire un mondo migliore

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