Fairtrade, da una direttiva Ue occasione di sviluppo per il commercio equo
In vigore la norma Ue per la responsabilità sociale delle imprese, ora obbligate a valutare l’impatto su diritti dei lavoratori e ambiente
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Ci sono i chiodi di garofano e la cannella, il pepe nero e lo zenzero. Vengono prodotti in Sri Lanka, coltivati in maniera biologica ma soprattutto nel rispetto dei diritti dei lavoratori e nella tutela dell’ambiente. In tutto, la linea di boccettine Fairtrade Bio comprende sette spezie, e a produrla è Cannamela, lo storico marchio emiliano della drogheria industriale. Nel 2019 l’azienda ha partecipato a un progetto finanziato dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, di cui erano partner anche l’ong Icei e Fairtrade Italia. Con l’aiuto dei fondi per la cooperazione, in Sri Lanka Cannamela ha dunque acquisito una nuova filiera, fatta da un produttore locale certificato Fairtrade - la cooperativa Mopa - e un distributore (Biofoods).
La veronese Nicofrutta, che importa e distribuisce ananas, è invece passata attraverso la Giz, l’Agenzia per la cooperazione allo sviluppo tedesca. Con il suo supporto finanziario ha dato vita in Costa Rica alla società Nicoverde, di proprietà italo-costaricana, che oggi lavora i frutti direttamente sul posto e in maniera sostenibile: retribuisce il giusto prezzo agli agricoltori e mette in campo pratiche avanzate per la coltivazione delle piante, dall’uso di droni per l’irrigazione di precisione fino al recupero degli scarti del fogliame, con cui produce concimi e fibre tessili. Anche in questo caso, gli ananas sono certificati Fairtrade, che garantisce il rispetto dei giusti standard sociali, economici e ambientali.
Nicofrutta e Cannamela sono solo due esempi di come le aziende, con il supporto economico della cooperazione internazionale e insieme a un partner come Fairtrade, possono contribuire a uno sviluppo più equo delle comunità, senza dimenticare l’obiettivo del proprio profitto.
«Fare cooperazione internazionale non vuol dire fare assistenzialismo – spiega Paolo Pastore, direttore generale di Fairtrade Italia – vuol dire trasferire know how e competenze da un’altra parte del mondo con un obiettivo comune. Vogliamo far capire alle aziende che fare le cose in maniera sostenibile non è fare beneficenza, ma mostrare responsabilità nei confronti di chi lavora la terra e proporsi ai consumatori come portatori di questi valori».
La filosofia che Faitrade propone alle aziende è dunque una rivoluzione copernicana: «Un tempo – dice Pastore – le imprese che andavano bene devolvevano una parte dei loro guadagni per opere filantropiche. Era un atto di bontà. Oggi invece deve diventare un’atto di responsabilità, verso le persone e verso l’ambiente».









