Economia del cibo

Fairtrade, da una direttiva Ue occasione di sviluppo per il commercio equo

In vigore la norma Ue per la responsabilità sociale delle imprese, ora obbligate a valutare l’impatto su diritti dei lavoratori e ambiente

di Micaela Cappellini

3' di lettura

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Ci sono i chiodi di garofano e la cannella, il pepe nero e lo zenzero. Vengono prodotti in Sri Lanka, coltivati in maniera biologica ma soprattutto nel rispetto dei diritti dei lavoratori e nella tutela dell’ambiente. In tutto, la linea di boccettine Fairtrade Bio comprende sette spezie, e a produrla è Cannamela, lo storico marchio emiliano della drogheria industriale. Nel 2019 l’azienda ha partecipato a un progetto finanziato dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, di cui erano partner anche l’ong Icei e Fairtrade Italia. Con l’aiuto dei fondi per la cooperazione, in Sri Lanka Cannamela ha dunque acquisito una nuova filiera, fatta da un produttore locale certificato Fairtrade - la cooperativa Mopa - e un distributore (Biofoods).

La veronese Nicofrutta, che importa e distribuisce ananas, è invece passata attraverso la Giz, l’Agenzia per la cooperazione allo sviluppo tedesca. Con il suo supporto finanziario ha dato vita in Costa Rica alla società Nicoverde, di proprietà italo-costaricana, che oggi lavora i frutti direttamente sul posto e in maniera sostenibile: retribuisce il giusto prezzo agli agricoltori e mette in campo pratiche avanzate per la coltivazione delle piante, dall’uso di droni per l’irrigazione di precisione fino al recupero degli scarti del fogliame, con cui produce concimi e fibre tessili. Anche in questo caso, gli ananas sono certificati Fairtrade, che garantisce il rispetto dei giusti standard sociali, economici e ambientali.

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Nicofrutta e Cannamela sono solo due esempi di come le aziende, con il supporto economico della cooperazione internazionale e insieme a un partner come Fairtrade, possono contribuire a uno sviluppo più equo delle comunità, senza dimenticare l’obiettivo del proprio profitto.

«Fare cooperazione internazionale non vuol dire fare assistenzialismo – spiega Paolo Pastore, direttore generale di Fairtrade Italia – vuol dire trasferire know how e competenze da un’altra parte del mondo con un obiettivo comune. Vogliamo far capire alle aziende che fare le cose in maniera sostenibile non è fare beneficenza, ma mostrare responsabilità nei confronti di chi lavora la terra e proporsi ai consumatori come portatori di questi valori».

La filosofia che Faitrade propone alle aziende è dunque una rivoluzione copernicana: «Un tempo – dice Pastore – le imprese che andavano bene devolvevano una parte dei loro guadagni per opere filantropiche. Era un atto di bontà. Oggi invece deve diventare un’atto di responsabilità, verso le persone e verso l’ambiente».

Del resto, là dove non sono i consumatori a domandare più attenzione per la sostenibilità economica, sociale ed ambientale, è l’Unione europea a chiederlo alle aziende. Questo mese, dopo una gestazione lunghissima e sofferta, è stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale europea la direttiva sulla due diligence per la sostenibilità sociale delle imprese, che rende obbligatorio per le grandi aziende affrontare l’impatto sui diritti umani e sull’ambiente delle loro catene di approvvigionamento. Ora le imprese di grandi dimensioni avranno due anni di tempo per mettersi in regola e garantire redditi dignitosi e pratiche di acquisto responsabili lungo tutta la loro filiera. Esattamente quanto garantisce il marchio Fairtrade, che quest’anno peraltro festeggia trent’anni di presenza in Italia: «Per la fine del 2024 lo standard Fairtrade sarà pienamente conforme con quanto richiesto dalle nuove normative europee», ricorda il dg Pastore.

Ad oggi, nei negozi e nei supermercati del nostro Paese sono presenti più di 2.500 prodotti certificati Fairtrade. Nel 2023, grazie a vendite per 500 milioni di euro sono stati redistribuiti premi per oltre 3,6 milioni alle organizzazioni di agricoltori che fanno parte del network, presente in 85 Paesi.

Grazie allo sprint imposto dall’Europa, il numero di aziende che cominciano a informarsi sono in aumento: «Il comparto che si sta muovendo di più è quello del dolciario – racconta Pastore – in particolare per quanto riguarda l’utilizzo del cacao e dello zucchero». Proprio di zucchero, per esempio, si occupa uno dei progetti più interessanti sostenuti da Fairtrade: «Nell’area di Medellin, in Colombia – continua il dg – un gruppo di contadini deportati dai narcotrafficanti ha scelto di tornare nelle proprie terre e le ha riconvertite dalla coltivazione della coca a quella della canna da zucchero. Noi li aiutiamo a vendere il loro prodotto al giusto prezzo».
In Italia, è distribuito da Coop e Conad. Tra i marchi più avanti di tutti c’è Alce Nero: «Oggi tutti i prodotti extra Ue che utilizza sono già certificati Fairtrade».

I più interessati ad adeguarsi in fretta alla nuova direttiva europea sono però i produttori italiani che lavorano con il mercato tedesco: «In Germania – spiega Pastore – sono più avanti di un anno, perché hanno già una legge nazionale che li obbliga a fare la due diligence sulla sostenibilità sociale delle imprese. Chi oggi vuole distribuire i propri prodotti attraverso le catene dei supermercati tedeschi deve già dimostrare di avere determinati requisiti di social responsability».

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