Vinitaly

Export di vino, l’esempio vincente degli accordi con il Canada

A quasi 10 anni dalla forma degli accordi Ceta, i vini europei hanno registrato una crescita media annua del 5,1% nel mercato canadese, a fronte del +1,4% dei vini extra-Ue

di Redazione Food

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Si parla tanto dei possibili effetti positivi che gli accordi sugli scambi commerciali con l’area Mercosur e quelli con l’India e l’Australia potrebbero avere sull’export di vino italiano, alle prese con i dazi americani e più in generale con il calo dei consumi. Un esempio di successo in questo senso è sotto gli occhi di tutti: si tratta dell’accordo con il Canada (Ceta).

Dopo la sua entrata in vigore nel 2017, i vini europei hanno registrato una crescita media annua del 5,1% nel mercato canadese, a fronte del +1,4% dei vini extra-Ue. È questo il dato principale che emerge da uno studio del Centro Studi Fondosviluppo/Confcooperative presentato al Vinitaly a margine del Walk Around Tasting, l’evento B2B organizzato da Confcooperative in collaborazione con Ice Agenzia e sotto il patrocinio del Maeci, che ha coinvolto 50 cantine cooperative e oltre 90 buyer internazionali, secondo cui l’accordo ha segnato «un rafforzamento strutturale del posizionamento europeo in un mercato ad alto potere d’acquisto e sempre più orientato alla qualità».

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«A dieci anni dalla ratifica del Ceta - sottolinea Raffaele Drei, presidente di Confcooperative Fedagripesca - l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Canada si conferma quindi uno strumento decisivo per la crescita e il rafforzamento competitivo del vino italiano e dell’intero agroalimentare nazionale, un accordo che ci ha consentito di consolidare la presenza del Made in Italy e di ridurre il gap con i principali competitor.

Il Ceta ha contribuito in modo significativo all’espansione delle esportazioni europee e italiane, in particolare nei comparti ad alto valore aggiunto e identitario. Uno degli elementi più rilevanti riguarda come è noto il rafforzamento della tutela delle indicazioni geografiche: prima del Ceta la protezione nel rapporto UE-Canada era limitata a vini e distillati, mentre con l’accordo è stata estesa a 171 denominazioni agroalimentari, di cui 41 italiane, che rappresentano circa il 98% del valore dell’export italiano Dop/Igp verso il Canada.

Dallo studio emergono altri dati significati per le esportazioni di vino dall’Italia: l’eliminazione del dazio canadese del 6,9% ha contribuito a incrementare le esportazioni di bevande, trainate dal vino, che hanno raggiunto la cifra di oltre 120 milioni di euro medi annui nel periodo post-Ceta. La quota di mercato dei vini italiani in Canada è salita dall’8,2% nel 2013 al 10,7% stimato nel 2029. Il confronto internazionale conferma la solidità della dinamica italiana: mentre Francia e Italia rafforzano la propria leadership, altri esportatori come Australia e Cile perdono terreno, a conferma che il nuovo assetto commerciale abbia premiato in particolare l’offerta europea.

«Il ritorno di politiche protezionistiche – prosegue Drei – sta rendendo sempre più instabili i mercati internazionali. In questo scenario, il Canada si attesta come partner affidabile e strategico. Il Ceta ha consentito alle imprese italiane di diversificare i mercati di sbocco, riducendo i rischi e rafforzando la resilienza del nostro export. È la dimostrazione concreta di come gli accordi di libero scambio, se ben costruiti, possano sostenere crescita, qualità e competitività del Made in Italy».

 

I numeri di Confcooperative nel mondo del vino: 266 cantine e consorzi cooperativi, 100mila soci viticoltori, 5,2 miliardi di euro di fatturato aggregato di cui 1,8 generato dall’export. Sono 100 le cantine e i consorzi con valore della produzione superiore a 10 milioni di euro. Nell’ultimo anno le cooperative vitivinicole hanno investito 395 milioni di euro in sostenibilità ambientale.

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