Ospitalità al Vinitaly

Enoturismo, business in crescita a 3,1 miliardi

Le attività di accoglienza secondo Nomisma contribuiscono in media per oltre il 20% del fatturato delle cantine italiane che si stanno attrezzando sempre di più per offrire una vasta opportunità di esperienze che accompagni la classica degustazione

di Emiliano Sgambato

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L’enoturismo cresce e diventa una voce sempre più importante nei bilanci delle cantine italiane. Soprattutto di quelle “a gestione familiare”, che per la loro autenticità stanno scalando posizioni nelle preferenze dei visitatori e che negli anni si sono meglio attrezzate per ampliare la loro capacità di accoglienza.

Si tratta di un settore in cui ci sono ancora molte opportunità di sviluppo, soprattutto in ottica di diversificazione e destagionalizzazione delle esperienze. Una scommessa che può continuare a essere vincente, però, solo se vengono affrontati con efficacia gli ostacoli legati alla insufficiente digitalizzazione dell’offerta e alla sua maggior integrazione all’interno dei pacchetti dei tour operator internazionali e del sistema turistico-culturale dei territori.

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È il quadro che emerge incrociando le anticipazioni di alcune ricerche presentate nel corso del Vinitaly. E gli stessi spazi, in crescita, che la fiera dedica all’enoturismo sono una dimostrazione pratica del crescente interesse per questa attività, non più residuale in un momento in cui i consumi di vino sono in calo (per motivi culturali e legati agli stile di vita, ancora prima che per questioni economico congiunturali).

Secondo il primo report di Nomisma Wine Monitor Unicredit sull’Enoturismo in Italia, realizzato in collaborazione con Città del Vino, nel 2025 questa attività ha generato un valore per le cantine italiane di circa 3,1 miliardi di euro, contribuendo mediamente per il 21% al fatturato delle aziende vinicole.

La spesa media del visitatore – si legge nel report – mostra variazioni significative in funzione dei servizi fruiti, con le componenti a maggiore valore, in particolare gli acquisti in cantina e i pernottamenti, che possono superare i 100 euro per persona. Il trend complessivo, secondo Nomisma, «si conferma saldamente orientato alla crescita, tanto nella fotografia degli ultimi mesi quanto nelle aspettative per il futuro: sia i flussi sia il fatturato mostrano dinamiche positive, trainate in particolare dalle imprese più strutturate, che riescono ad intercettare segmenti di visitatori disposti a investire in esperienze più articolate, immersive e ad alto contenuto di personalizzazione». Analizzata l’offerta delle aziende, l’Osservatorio individua alcuni «driver evolutivi ormai chiari»: la ricerca di percorsi multisensoriali e narrativi, il consolidamento dello slow tourism come cornice valoriale dell’esperienza, la crescente centralità dell’outdoor come spazio di fruizione autentica e, infine, l’ampliarsi della domanda per pacchetti su misura.

Secondo la ricerca sull’evoluzione delle esperienze enoturistiche presentata da Roberta Garibaldi – presidente di Aite (Associazione italiana turismo enogastronomico) e autrice dello studio realizzato in collaborazione con Ascovilo (Associazione consorzi del vino della Lombardia) – nel 2026 si stima che saranno circa 18 milioni gli italiani coinvolti in esperienze legate al vino, in aumento di 4,5 milioni rispetto al 2024, con un trend costante di crescita anche per le ricerche online su offerte e destinazioni. Potrebbe sembrare un paradosso se si pensa al calo dei consumi, ma nell’enoturismo «prevale l’esperienza rispetto al prodotto – dice Garibaldi – il contatto con la natura e le attività all’aria aperta. Dai dati emerge che vengono visitate meno cantine, ma con più calma e con un ventaglio più ampio di attività. La degustazione rimane importante, ma è associata sempre di più alla cucina e alla gastronomia. Nel nostro sondaggio visitare una cantina a conduzione familiare ha ad esempio superato per importanza l’acquisto dei vini a prezzi interessanti. Dall’altro lato c’è l’intelligenza artificiale che sta ridefinendo profondamente la customer journey – continua Garibaldi – e le cantine devono strutturarsi per rispondere a entrambe queste dinamiche, investendo in competenze, nella qualità dell’accoglienza e nella capacità di interpretare i nuovi bisogni dei visitatori, soprattutto stranieri, che coprono il 30% delle visite contro ad esempio il 40% della Francia».

Su questo tema, lo studio condotto dal Centro studi enoturismo e oleoturismo dell’Università Lumsa a cura del Movimento turismo del vino, evidenzia come non sia «la domanda turistica a mancare ma la capacità delle cantine di intercettarla». Secondo lo studio, il 60% delle cantine nel 2025 ha registrato un aumento dei visitatori e per il 30% delle cantine Mtv i turisti stranieri rappresentano la metà dei visitatori: «un quadro decisamente positivo rispetto al contesto nazionale dove, secondo i dati Istat, a fronte di 104 milioni di stranieri accolti nel 2025, meno del 10% visita una cantina», dicono i ricercatori. Il nodo risulta essere l’accessibilità, con un uso ancora predominante dell’auto privata (con il noleggio o i taxi che costano caro). Qualcosa però si muove: al Sud circa una cantina su cinque tra quelle interpellate organizza transfer privati contro il 13% del campione nazionale.

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