Consumi

Dry January, lo sprint dell’Italia nelle vendite dei prodotti senza alcol

Il mercato dei cosiddetti «No-Lo» e dei «mocktail» è cresciuto in volume del 15% in tre anni contro il -2,7% del settore tradizionale

di Maria Teresa Manuelli

I mocktail, cioè i coktail analcolici, sono sempre più richiesti e frutto si sofisticate estraizoni (Adobe)

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Dal boccale al flûte, fino al tumbler: l’onda zero alcol coinvolge anche i consumi italiani. Prima furono le birre, poi sono arrivati i vini e gli “spirits” dealcolati: gin, vermouth, rum e bitter si presentano in versione alcol free, e anche i brand “tradizionali” più prestigiosi non disdegnano questa evoluzione. C’è poi il successo di prodotti con un’identità tutta propria, che non sono la versione “astemia” del rispettivo alcolico: è il caso della kombucha, bevanda fermentata, leggermente frizzante e acidula, ottenuta da tè, storicamente diffusa nei paesi dell’est ma che ora sta conquistando il mondo.

No-Lo ancora una nicchia? Ecco i numeri

Secondo le stime Iwsr (International Wine and Spirits Record) ripresi da Federvini, il mercato globale delle bevande no e low-alcol (No-Lo) è destinato a crescere di oltre 4 miliardi di dollari entro il 2028. In Italia, come emerge dai dati dell’Ufficio Studi Coop e Nomisma su dati Euromonitor elaborati per Food24, le vendite a volume di vino, spirits e birra no alcol hanno raggiunto i 31,8 milioni di litri nel 2025, il 14,8% in più rispetto al 2022 (+9,5% per il vino, +31,1% per gli spirits e +31,3% per la birra) e dovrebbero superare quota 37 milioni di litri nel 2029. A livello europeo si tratta della seconda performance di crescita tra i quattro Paesi analizzati dopo quella del Regno Unito (+96,1%) e poco al di sopra della Germania (+10,9%); all’ultimo posto c’è la Francia (+5,3%). Sempre negli ultimi tre anni, invece, gli stessi prodotti nella tradizionale versione alcolica sono calati complessivamente del 2,7%. Sul fronte del low-alcohol, birra e vino hanno segnato +9,5%, mentre gli spirits +14,8%.

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Si tratta di un fenomeno molto piccolo in termini assoluti, ma in forte crescita. I vini No-Lo che valgono lo 0,1% del mercato secondo l’Osservatorio Uiv-Vinitaly per un controvalore di 3,3 milioni di dollari che tuttavia, secondo le stime Iwsr, dovrebbe raggiungere i 15 milioni nei prossimi 4 anni, con un Cagr atteso del 47,1%. Le birre analcoliche valgono il 2% secondo l’ultimo report Assobirra e stanno conquistando quote nel mondo alcol free: da una fetta del 24% nel 2022 al 33% del 2029 secondo l’ufficio studi Coop. Per gli “spirits 0%” siamo addirittura ancora nell’ordine dei centinaia di litri acquistati in Italia.

Parte di un trend di consumi più ampio

«Da sempre, per gli italiani, il cibo è la migliore metafora dello spirito dei tempi. E da alcuni anni le scelte di acquisto alimentare ci raccontano – commenta Albino Russo, direttore generale di Ancc-Coop – come il benessere passi dalla tavola. I cibi “senza” sono sempre più protagonisti e il nuovo mercato del No-Lo si inserisce in questo nuovo sentire degli italiani. Per queste bevande siamo ancora in una dimensione esplorativa, che vede i giovani e le donne come precursori di un trend che sembra rafforzarsi anche in altre fasce sociali e demografiche». Sempre secondo l’Ufficio Studi Coop e Nomisma, infatti sono 15,4 milioni gli italiani che preferiscono una bevanda alcohol-free anche quando potrebbero consumare alcolici. Il 43% degli italiani è interessato a consumare vini low-alcol (47% tra i Millennials), mentre il 24% è curioso di provare vini totalmente analcolici (31% tra la Gen Z). Per quanto riguarda gli spirits, il 15% dei consumatori è interessato a provarli low-alcol e l’8% completamente dealcolati.

Anche i grandi brand si adeguano

A confermare che non si tratta di una moda passeggera è l’ingresso dei marchi storici. A settembre 2025, Beefeater – tra i gin più premiati al mondo - ha lanciato Beefeater 0.0%, la sua alternativa analcolica che conserva l’iconico profilo aromatico con note agrumate e ginepro, ma senza alcol. «Perfettamente in linea con il trend del consumo moderno», spiega Pernod Ricard Italia, che lo produce. Il prodotto nasce dall’aggiunta dell’essenza di Beefeater London Dry ad una base analcolica, con un profilo botanico ottenuto da aromi naturali.

Nel frattempo, già nel 2023 altri brand avevano anticipato il trend: Pallini lanciava il limoncello analcolico e Fonte Margherita il suo Bellini zero alcol. Ma anche Amaro Lucano da anni ha la versione analcolica.

Il francese Jnpr (si pronuncia “Juniper”, come le bacche di ginepro) ha fatto della qualità analcolica la sua bandiera. Fondato da Valérie de Sutter e dal mixologist Flavio Angiolillo - quest’ultimo riconosciuto come uno dei migliori baristi al mondo - Jnpr è il primo marchio di “spirits analcolici” a vincere una medaglia d’oro in competizione diretta con distillati tradizionali (Paris Cocktail Spirits 2021).
La chiave del successo? Un processo di distillazione in alambicco charentais in rame che consente di estrarre gli aromi di botaniche e spezie anche senza alcol. «Per raggiungere la complessità del gusto capace di soddisfare anche i mixologist più esigenti, Jnpr impiega da 2 a 6 volte più spezie rispetto a quelle utilizzate in un distillato tradizionale», spiegano dall’azienda.

Marketing o reale domanda?

Non tutti, però, sono convinti che si tratti di una rivoluzione già compiuta. Bruno Vanzan, campione mondiale di bartending, mette in guardia dall’entusiasmo eccessivo: «Non dico che non esista il gin tonic analcolico o la richiesta dello 0.0%, ma penso che sia una costruzione di marketing molto spinta. Oggi tutte le aziende stanno lanciando varianti analcoliche: è un motivo per raccontare una storia, ma nei numeri veri non ci sarebbe motivo di fare un prodotto del genere». Il campione mondiale riconosce tuttavia il valore degli analcolici artigianali: «Su questo fronte la ricerca e lo sviluppo sono cresciuti tantissimo negli ultimi anni. I bar migliori del mondo hanno proprio un laboratorio di ricerca e sviluppo per sviluppare eccellenti prodotti senza alcol. Dietro c’è un tale lavoro di estrazione che è come quello di una cucina stellata».

La rivoluzione anche nei bar italiani

A Milano, città sempre all’avanguardia, diversi bar stanno investendo nella miscelazione analcolica. Tra questi spicca Fonderie Milanesi in zona Bocconi, dove i bartender utilizzano ingredienti freschi e stagionali creando mocktail che nulla hanno da invidiare ai cocktail tradizionali. Il Moebius, con la sua estetica industriale e tre metri di bottigliera, dedica un’intera sezione ai soft drink, con proposte come il Tagliavento alla pesca e lime, preparate con la stessa cura dei drink alcolici.

Anche Roma vanta numerosi cocktail bar attenti alle proposte analcoliche. Il Metropolita, nella zona nord della capitale, offre quattro proposte senza alcol tra i 7 e gli 8,50 euro, mentre The Court di Palazzo Manfredi propone mocktail raffinati come il Tropical Matcha Mojito, da gustare con vista sul Colosseo. Lo Smile, locale di Garbatella dagli interni colorati e vintage, include opzioni analcoliche nella sua concisa drink list curata da bartender esperti.

Ma la vera rivoluzione arriva da Settimo Torinese, dove Davide Piastra ha inaugurato Atipico nel maggio 2024, primo soft bar italiano che propone esclusivamente bevande analcoliche. Dopo decenni nella ristorazione e la conversione all’Islam, Piastra ha scommesso su un concept innovativo dove spritz, gin tonic e negroni sono realizzati con prodotti dealcolati di qualità: dal Veneziano al limoncello Pallini soft, dalle birre Ambar e Forst ai vini dealcolati. 

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