Le prime previsioni

Dazi Usa al 30% sull’import Ue, ecco come pesano su Italia, Spagna, Grecia e Irlanda

Dall’Ice, a Confindustria, all’Upb: dall’agroalimentare a meccanica, farmaceutica, moda e occhialeria, conseguenze sull’intero indotto, con ricadute anche sul piano occupazionale

di Andrea Carli

Se da agosto scatteranno i dazi Usa al 30% sull’importo dai Paesi Ue si delinea un quadro difficile per la filiera del formaggio Dop che ha negli Stati Uniti il suo terzo mercato mondiale con oltre 220 mila forme esportate nel 2024

8' di lettura

8' di lettura

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lanciato il guanto di sfida e ha minacciato a partire da agosto dazi al 30% sulle importazioni provenienti dall’Europa. Le trattative tra le due parti, con l’Ue impegnata a ridurre la portata delle barriere commerciali, anche ventilando l’ipotesi di ricorrere lei stessa alla carta dei dazi, fervono frenetiche. La minaccia di Trump, ricorda l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, si inserisce nella corsa ai dazi che lui stesso ha inaugurato con il suo secondo mandato. A partire da aprile, i dazi medi sulle importazioni da tutto il mondo negli Usa sono passati dal 2,3% all’8,8%. Per l’Ue questo si è già tradotto in un aumento medio dall’1,3% al 6,7%.

Tra i paesi Ue, l’Italia è uno dei più penalizzati, con un dazio medio già salito all’8%, contro l’11% della Germania e il 6,4% della Francia. Senza dimenticare che l’impatto per le imprese europee e italiane è ancora più considerevole in quanto a causa di una variabile, il deprezzamento del dollaro sull’euro (-13% dall’inizio del secondo mandato di Trump), le esportazioni europee sono risultate ancora più care nel mercato Usa: una sorta di “dazio implicito” che già oggi implica una perdita cumulata fino al 21% per gli esportatori italiani rispetto al periodo pre-Trump. Il fatto che all’orizzonte si delinei una percentuale del 30%, salvo il raggiungimento di un’intesa su una percentuale inferiore entro agosto, non aiuta a ben sperare. «È troppo importante arrivare a un ragionevole compromesso» sui dazi, ha sottolineato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. «Bisogna negoziare senza stancarsi, senza cedere di nemmeno un centimetro». La soglia del 10%, ha aggiunto, «era ragionevole, non si può andare molto lontano da questo numero, altrimenti diventa insostenibile».

Loading...

Il conto alla rovescia è iniziato. E mentre si attende di capire quale sarò l’esito finale, o il punto di caduta della trattativa, non sono mancate alcune stime sull’impatto che la stretta Usa potrebbe avere sull’export italiano.

L’Ice: con i dazi 6mila imprese e 140mila addetti ad alto rischio

Il tutto peraltro accade proprio quando, come sottolinea l’ultimo rapporto Ice, il saldo positivo dell’Italia negli scambi di merci è aumentato considerevolmente: nel 2024 è passato passando da 34 a 55 miliardi di euro, principalmente come risultato del forte ridimensionamento del disavanzo nei prodotti dell’industria estrattiva, le cui importazioni hanno subito una netta caduta nei prezzi e nelle quantità. Lo scorso anno l’export italiano di merci si è attestato a 623,5 miliardi di euro (-0,4%), soprattutto a causa della netta caduta delle vendite verso la Germania (-5%); ma rimane a +30% rispetto al 2019 (480 miliardi di euro). Ora l’incognita dazi ha cambiato le carte in tavola. «Con la svolta protezionistica degli Usa - si legge nel rapporto - oltre 6mila imprese, con oltre 140mila addetti, sono esposte in modo diretto a rischi potenziali elevati. Ne fanno parte - si legge ancora - numerose imprese di piccola dimensione e con governance domestica; le multinazionali, soprattutto estere, risultano molto meno presenti. I settori più esposti sono: bevande, prodotti in metallo, farmaceutica, mobili, commercio al dettaglio, mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli. Queste imprese esportano verso gli Usa oltre 11 miliardi di euro».

Confindustria: con dazi al 30% Italia perde 38 miliardi di export

Secondo Alessandro Fontana, direttore del Centro Studi di Confindustria, «l’impatto dei dazi americani potrebbe essere importante: se l’aliquota salisse al 30%, stimiamo fino a 38 miliardi di euro in meno di export verso gli Stati Uniti, su 65 miliardi di esportazioni attuali». Senza dimenticare, come si scriveva, che «la svalutazione del dollaro del 13% da inizio anno rende il gap ancora più ampio. In pratica, con i dazi al 10% per molte imprese italiane vendere in America risulterebbe il 23% più costoso rispetto al 2023, che corrisponde a circa 20 miliardi di perdita verso gli Stati Uniti di export complessivo«. Se poi i dazi dovessero aumentare «l’impatto sarebbe anche maggiore», avverte Fontana. Le regioni più colpite sarebbero quelle con il più alto valore aggiunto manifatturiero: Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. «Il 99% dell’export colpito sarebbe rappresentato da beni manifatturieri. L’industria meccanica in particolare è esposta», osserva.

L’Upb: impatto negativo sul Pil dell’Italia dai dazi pari a due decimi di punto nel 2026

Secondo l’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio, nello scenario attuale i settori dell’economia italiana più colpiti dai dazi degli Stati Uniti potrebbero essere l’industria farmaceutica, l’attività estrattiva e la produzione di autoveicoli, con perdite occupazionali più significative nei comparti della fabbricazione dei prodotti in metallo, di macchinari e nel settore tessile. L’attività estrattiva segnerebbe una forte perdita di valore aggiunto, in quanto è fortemente interconnessa con le diverse attività manifatturiere; effetti rilevanti, sebbene indiretti, riguarderebbero alcuni comparti dei servizi come le attività professionali (studi di architettura, ingegneria, legali, contabilità e gestione), la pubblicità e i servizi di ricerca e fornitura del personale. Gli scenari elaborati dall’Upb ipotizzano un impatto negativo sul Pil dell’Italia dai dazi pari a due decimi di punto nel 2026 e un decimo di punto nel 2027.

Coldiretti: con dazi 30% perdita di 2,3 miliardi di export nel 2024

Lo spettro dei dazi aleggia soprattutto sull’agroalimentare italiano. Con il 30%, «potremmo perdere circa 2,3 miliardi dei 7,8» di export «oggi realizzati, con un danno rilevante per il nostro sistema agroalimentare», ha ricordato il presidente di Coldiretti Ettore Prandini. «Il valore delle esportazioni dell’agroalimentare italiano negli Stati Uniti nel 2024 è di 7,8 miliardi. Senza penalizzazione dei dazi con un aumento di tassazione al 30%, la nostra previsione è quella di poter superare nel 2025 i 9 miliardi in termini di valore creando le condizioni per le quali nell’arco di qualche anno il mercato statunitense, addirittura per l’Italia, possa diventare il primo mercato in termini di importanza sulle esportazioni di agroalimentari. Fuori dubbio che qualsiasi aumento di tassazione rischia di vanificare questo risultato», ha puntualizzato Prandini.

Ad esempio, è pesantissimo il quadro che si profila per la filiera del formaggio Dop che ha negli Usa il suo terzo mercato mondiale con oltre 220 mila forme esportate nel 2024. Stefano Berni, direttore generale del Consorzio Tutela Grana Padano, ha lanciato l’allarme: «Grana Padano da tanti anni sta scontando un dazio storico che era del 15% nelle esportazioni verso gli Stati Uniti. Una gabella che dopo i primi mesi di presidenza Trump, è salita al 25% che quindi oggi incide per quasi 6 dollari al kg». «Il dazio ora salirebbe a circa 10 dollari al chilogrammo di Grana Padano. Ma gli importatori e i distributori americani mettono in vendita al consumatore il Grana Padano moltiplicando per 2 il prezzo di partenza e tutti i costi logistici che hanno negli Usa. Ciò vuol dire - ha concluso Berni - che oggi lo pongono in vendita poco sotto i 40€ al kg; ma con un ulteriore dazio aggiuntivo del 30% che quindi porterà quello totale al 45%, il prezzo al consumo supererà ampiamente i 50 dollari al chilogrammo».

Confindustria accessori moda: «Dai dazi impatto molto grave»

La sfida dazi Usa chiama in causa anche il sistema moda, un’altro vanto del Made in Italy. «Non esiste una stima numerica ufficiale dei danni economici complessivi, ma i primi segnali raccolti tra le imprese italiane del settore accessorio moda indicano un impatto potenzialmente molto grave», ha chiarito Giovanna Ceolini, presidente di Confindustria accessori moda, sullìipotesi di dazi americani al 30% per l’Europa. Le esportazioni verso gli Stati Uniti, che nel 2024 hanno raggiunto i 2,8 miliardi di euro (-3,5% rispetto al 2023), rappresentano circa l’11,1% dell’export totale delle imprese rappresentate da Confindustria accessori moda, rendendo il mercato americano il secondo più importante dopo la Francia. In particolare, il calzaturiero (con quasi 1,4 miliardi di export) e la pelletteria (1,2 miliardi) sono i due settori della Federazione con export verso gli Usa più elevato. «I nostri imprenditori sono preoccupati, prevedono un forte impatto sui risultati aziendali con conseguenze abbastanza rilevanti: un quadro - ha continuato Ceolini - che suggerisce come, in assenza di contromisure, si rischia un drastico ridimensionamento dell’export e un indebolimento della competitività internazionale, con ricadute significative lungo tutta la filiera produttiva e occupazionale. In questo contesto, è probabile un’accelerazione delle strategie di diversificazione dei mercati: già oggi circa il 51% delle aziende che esportano negli Usa ha iniziato a esplorare alternative (o si dichiara pronto a farlo), con focus su Asia (32%) ed Europa (31%), seguite da Medio Oriente (19%), Africa (10%) e Oceania (7%). Tuttavia, aprirsi a nuovi mercati richiede tempo, investimenti e supporto istituzionale», ha concluso la presidente di Confindustria accessori moda. E di tempo, in questa fase, ce n’è purtroppo poco.

Grecia: agri-food sotto pressione e timori per la competitività

Anche se l’economia greca non è fortemente dipendente dagli scambi con gli Stati Uniti (che valgono circa il 5% delle esportazioni totali), l’introduzione di dazi del 30% rischia di danneggiare settori strategici come l’agroalimentare. I prodotti greci, dal feta all’olio d’oliva, passando per le conserve di frutta, rischiano di diventare troppo costosi per il mercato americano, con ordini già cancellati per la seconda metà del 2025. «Senza misure di sostegno, le esportazioni sono destinate a calare», ha avvertito Kostas Apostolou, presidente dell’associazione greca dei produttori di conserve.

Secondo l’analisi di Eurobank, le esportazioni greche verso gli Stati Uniti valgono meno dell’1% del PIL, limitando l’impatto sistemico. Tuttavia, le ripercussioni indirette – soprattutto attraverso la Germania e l’Italia – potrebbero propagarsi anche alla manifattura greca. UBS stima che per la Grecia i dazi medi sulle esportazioni verso gli Usa potrebbero salire fino al 30%.

Spagna: reazioni politiche e settori chiave in allarme

In Spagna, la prospettiva di una guerra commerciale con gli Stati Uniti ha spinto il governo di Pedro Sánchez e il Partito Popolare (PP) dell’opposizione a un’insolita convergenza. Dopo l’annuncio del presidente Usa, l’esecutivo ha varato un piano da 14,1 miliardi per sostenere i settori colpiti. Tra i comparti più esposti: olio d’oliva, vino, componentistica auto, macchinari industriali e tecnologia medica.

L’associazione Fenin, che rappresenta le aziende del settore biomedicale, ha chiesto esenzioni immediate per dispositivi e tecnologie sanitarie: «La sicurezza dei pazienti e la continuità dei servizi sanitari non possono essere compromesse», ha dichiarato in una nota. A sua volta, il governo spagnolo ha promesso di portare la questione all’attenzione della Commissione UE, temendo anche per il comparto rame, dopo che Trump ha annunciato un dazio del 50% sulle importazioni di questo metallo, cruciale per l’intera industria elettromeccanica.

Irlanda: pharma, leasing aereo e agroalimentare nel mirino

L’Irlanda, pur rappresentando una quota ridotta degli scambi diretti con gli Usa, è fortemente esposta in settori strategici come farmaceutica, leasing aeronautico e food & beverage. Il ministro dell’Occupazione Peter Burke ha ammesso che l’impatto dei dazi potrebbe riflettersi sulle misure fiscali già previste nella prossima legge di bilancio. L’associazione Ibec, che rappresenta le imprese, ha avvertito che i dazi minacciano la competitività di lungo periodo e ha chiesto misure su energia e oneri contributivi per evitare effetti negativi sull’occupazione.

Nel frattempo, il governo irlandese ha fatto sapere che sta lavorando con Bruxelles per scongiurare l’introduzione di dazi di ritorsione, preoccupato per eventuali contraccolpi proprio nei settori più redditizi del paese. «Se si arrivasse a un dazio del 30%, sarebbe inevitabile una perdita di posti di lavoro», ha commentato il Tánaiste Simon Harris. Secondo un’analisi dell’università TU Dublin, l’Irlanda rischia pesanti contraccolpi su export e investimenti, con un impatto sproporzionato rispetto ad altri partner europei.

Romania: effetti indiretti e filiere europee sotto pressione

Secondo un rapporto di BRD – Groupe Société Générale, se le tensioni commerciali con gli Stati Uniti dovessero aggravarsi e i dazi divenissero realtà, l’inflazione in Romania potrebbe salire fino al 10%. Sebbene lo scenario base resti quello di una recessione, la Banca nazionale di Romania ha stimato che l’impatto sui tassi di crescita economica del Paese sarà compreso tra 0,17 e 0,26 punti percentuali: esattamente quanto il Paese ha registrato nel primo trimestre del 2025.Due terzi di tale impatto arriverebbero in modo indiretto, attraverso le catene del valore europee, a conferma del ruolo di fornitore intermedio che la Romania svolge nella struttura manifatturiera dell’Eurozona, in particolare nei comparti elettromeccanico, automotive e chimico legati a Germania, Francia e Italia.L’industria del mobile è tra le più colpite: «La Romania è uno dei principali esportatori europei di mobili, ma le nostre aziende si trovano ora schiacciate tra dazi crescenti, contratti bloccati e decisioni regolatorie prese da un giorno all’altro», ha dichiarato Nadina Nedelea Rus, direttrice esecutiva dell’Associazione dei produttori di mobili rumeni.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo Pulse ed è stato realizzato con il contributo di Maria Delaney (The Journal Investigates, Irlanda), Lucas Proto e Andrea Muñoz (El Confidencial, Spagna), Kostas Zafeiropoulos (Efsyn, Grecia) e Dan Popa (Hotnews.ro, Romania).

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti