In vista dell’autunno

Giovani, donne, over 50 cuneo e salari, luci e ombre sul lavoro

Il cuneo resta ancora tra i più alti al mondo, il mismatch è a livelli insostenibili. La produttività ferma da anni. Le retribuzioni sono un tema, ma dove la contrattazione funziona il gap con l’inflazione si recupera. Il pubblico impiego è indietro.

di Francesco Seghezzi e Claudio Tucci

Foto simbolica - stabilimento Marazzi group produzione piastrelle ceramiche gres porcellanato operaio al lavoro sulla linea industriale

9' di lettura

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L’occupazione cresce, da luglio 2024 siamo stabilmente sopra i 24 milioni di unità; ma è trainata solo dagli over50. La demografia purtroppo si sente, così come si sente l’effetto dell’aumento dell’età pensionabile. Per giovani e donne il quadro mostra più ombre che luci; il costo del lavoro a carico delle aziende è elevatissimo, la produttività invece al palo; e si sconta un mismatch ormai a livelli insopportabili. Abbiamo sacche di inattività e di Neet troppo elevate. Senza girarci troppo intorno, c’è un problema salari, ma la contrattazione collettiva funziona, eppure bene, e dove i Ccnl si rinnovano nei tempi, come nell’industria, il gap con l’inflazione si sta recuperando. Il pubblico impiego resta troppo indietro. Proviamo a vedere per macro temi come sta davvero andando il mercato del lavoro, numeri alla mano.

Occupazione record (ma tutti over50)

L’ultimo dato Istat, stima provvisoria, relativa al mese di giugno ha registrato un nuovo, lieve, incremento del numero di occupati (+16mila persone). Sull’anno ci sono 363mila individui che lavorano in più. L’occupazione però sta salendo, e da mesi, solo nella fascia over50: +603mila occupati rispetto a giugno 2024; la fascia centrale d’età, quella per capirci tra i 35 e i 49 anni, ha subito una netta flessione tendenziale, -180mila unità. I nuovi occupati sembrano essere in larga parte persone che sono rimaste più a lungo al lavoro dopo le ultime riforme delle pensioni, soprattutto quella Fornero. In numeri assoluti gli occupati in Italia non sono mai stati così tanti (pur restando il nostro tasso di occupazione all’ultimo posto in Europa): 24.326.000 unità; in un anno si sono registrati 472mila occupati permanenti in più (lavoratori con contratto a tempo indeterminato) e 299mila temporanei in meno. Nel lavoro dipendente, è in atto, da un po’ di mesi, un interessante processo di “sostituzione” tra occupazione a tempo (sempre meno) e permanente (che invece aumenta), spiegabile anch’essa con i ritardi nei pensionamenti. Tra giugno 2024 e giugno 2025 è in crescita anche il lavoro autonomo: +190mila indipendenti. Il tasso di disoccupazione, sempre a giugno, è sceso al 6,3% (nell’area Euro siamo al 6,2%): in numeri assoluti i disoccupati in Italia sono 1.621.000, in calo di 94mila unità nel confronto con i 12 mesi prima. C’è però un problema di inattività che resta a livelli record in Europa: il tasso è salito al 32,8%, anche se sull’anno, il numero assoluto di inattivi (tra cui si annoverano gli scoraggiati) è sceso di 147mila unità.

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Giovani in affanno, ancora troppi Neet

Per una delle categorie più vulnerabili del mercato del lavoro, cioè i giovani, il quadro mostra più ombre che luci. Il tasso di disoccupazione degli under 25 è al 20,1%; siamo agli ultimi posti a livello internazionale (la Germania è distante anni luce da noi, con il 6,4% di tasso per gli under 25). Sull’anno l’occupazione è in calo sia nella fascia sotto i 25 anni (-43mila unità) sia in quella tra 25 e 34 anni (-17mila unità) e il tasso, pur essendo cresciuto negli ultimi anni, resta basso e con forti disparità territoriali. Un campanello d’allarme è l’inattività, che sta rialzando la testa in queste fasce d’età. C’è poi il potenziale non sfruttato dei Neet, vale a dire giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi formativi. Gli ultimi dati Istat relativi al 2024 rilevano, sebbene in diminuzione, 1,34 milioni di ragazzi e ragazze tra i 15 e i 29 Neet, con un’incidenza nel Mezzogiorno più che doppia rispetto al Nord. Su questi numeri pesano politiche attive (e di integrazione tra formazione e lavoro) di gran lunga inadeguate, messe in campo dai governi di ogni colore politico. Se a ciò aggiungiamo la quota di giovani “expat” ci rendiamo conto dell’allarme. La Fondazione Nord Est ha elaborato dati agghiaccianti: tra il 2011 e il 2024, oltre 630mila giovani (18- 34 anni) si sono trasferiti all’estero; al netto dei rientri, il saldo negativo sfiora le 440mila unità, in gran parte laureati. Il risultato è una perdita di capitale umano che indebolisce il potenziale di crescita e l’innovazione, con ricadute sulla produttività, sulla sostenibilità del nostro sistema di welfare, sui conti pubblici.

Per le donne ancora più ombre che luci

Se prendiamo in considerazione l’altra categoria debole del mercato del lavoro, cioè le donne, la situazione è molto preoccupante. A fronte di un tasso di occupazione maschile al 71,5%, quello femminile si ferma al 54,2%, vale a dire oltre 17 punti percentuali in meno. Siamo fanalino di coda anche a livello internazionale nonostante il livello di donne occupate sia al punto più alto mai raggiunto in Italia. Non solo. Il tasso di permanenza nell’inattività delle donne è 4 punti superiore a quello degli uomini. Solo il 20% delle ragazze immatricolate poi sceglie corsi scientifico-tecnologici (Stem), rispetto al 40% dei ragazzi. Secondo l’Ocse, ridurre il divario di genere, soprattutto tra i giovani, potrebbe aumentare la crescita annua del Pil pro capite nazionale di oltre 0,35 punti tra oggi e il 2060, il maggior contributo tra i Paesi Ue.

La demografia è una mina

Le ultime parole del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, hanno suonato un po’ la sveglia: la denatalità è un problema, soprattutto per il mercato del lavoro, e diventerà un serio problema tra qualche anno. I numeri li hanno ricordati un po’ tutti i principali osservatori statistici: entro il 2040, come ci dice l’Istat, il numero di persone in età lavorativa si ridurrà di circa cinque milioni di unità. Ciò potrebbe comportare, ha aggiunto Banca d’Italia, una contrazione del prodotto stimata nell’11 per cento, pari all’8 in termini pro capite. Negli ultimi anni le nascite sono state inferiori alle 400mila l’anno, con questo andamento, al netto di clamorose quanto improbabili inversioni di rotta, la popolazione passerà dagli attuali 59 milioni di abitanti a 54,7 milioni entro il 2050. L’effetto di ciò è una lenta, silenziosa, ma inesorabile ricomposizione della popolazione: in uno scenario mediano, sempre le previsioni Istat, indicano entro il 2050 che le persone di 65 anni e più potrebbero rappresentare il 34,6% del totale (dal 24,3%). Ciò farebbe aumentare il tasso di dipendenza degli anziani, cioè l’indicatore che esprime il rapporto tra gli over 65 e le persone in età lavorativa (15-64 anni), si va dal 19% del 1980 al 52% stimato nel 2060. Senza considerare che in vent’anni, dal 2004 al 2024, abbiamo già perso oltre 900mila giovani under19. Ne consegue un rallentamento della crescita del Pil pro capite, con un calo, in assenza di un significativo aumento della produttività, del 40% da qui al 2060. Secondo l’Ocse, la popolazione in età lavorativa scenderà del 34% tra il 2023 e 2060. Sono 12 milioni di persone in meno (a fronte di un calo medio dell’area Ocse dell’8%). La riduzione del rapporto tra occupati e popolazione, stimata sempre dall’Ocse, di oltre 5 punti percentuali nel 2060, avrà conseguenze pesanti: senza interventi di politica economica e la solita crescita della produttività, l’Organizzazione parigina prevede una flessione per l’Italia del Pil pro capite di quasi 0,5 punti all’anno. Nel 2060 si prevede un (drammatico) -22% rispetto a quello attuale.

Mismatch troppo elevato

Dallo sviluppo tecnologico sempre più rapido alla trasformazione dei modelli produttivi. Nei cambiamenti epocali che sta attraversando il mercato del lavoro, si sta ampliando un fenomeno piuttosto negativo: le imprese non riescono a trovare i talenti necessari. Secondo l’ultima fotografia di Confindustria oltre due terzi delle aziende italiane con ricerche di personale in corso, il 69,8% per l’esattezza, incontra ormai significative difficoltà di reperimento delle competenze necessarie. Gli esperti lo chiamano “mismatch”. Secondo il sistema informativo Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro le difficoltà dichiarate dalle imprese sono letteralmente esplose negli ultimi anni: riguardavano il 26% delle assunzioni previste nel 2019, prima della pandemia, oggi sfiorano il 50 per cento. Il “mismatch” ha un forte peso economico: nel 2023, considerando tempi di ricerca spesso anche superiori ai 12 mesi, ha fatto perdere alle aziende circa 44 miliardi di mancato valore aggiunto, una cifra pari a quasi 2,5 punti di Pil. Mancano profili Stem, ingegneri, tecnici, operatori sanitari, operai specializzati. Le cause sono diverse e vanno dalla riduzione del numero dei giovani a causa delle trasformazioni demografiche alla scarsa e spesso inesistente integrazione tra il mondo della formazione e quello del lavoro.

Retribuzioni, la risposta è nella contrattazione

Da Bankitalia all’Ocse un po’ tutti gli osservatori statistici evidenziano un tema salari. Secondo l’Organizzazione parigina i salari reali in Italia hanno avuto il calo più significativo tra le principali economie mondiale, sebbene andrebbero analizzate le importanti differenze che vi sono tra i diversi settori economici. Nonostante un aumento relativamente forte nell’ultimo anno, all’inizio del 2025 i salari reali erano ancora inferiori del 7,5% rispetto all’inizio del 2021. La perdita del potere d’acquisto è stata generata dall’impennata dell’inflazione post pandemia. Secondo le stime i salari nominali dovrebbero aumentare in Italia del 2,6% nel 2025 e del 2,2% nel 2026. Questi aumenti dovrebbero garantire ai lavoratori italiani guadagni in termini reali, dato che l’inflazione dovrebbe raggiungere il 2,2% nel 2025 e l’1,8% nel 2026. Una leva fondamentale sono i Ccnl. Come ricorda Michele Tiraboschi nell’ultimo semestre si è verificato un sensibile incremento della percentuale di lavoratori dipendenti del settore privato coperti da contratti collettivi rinnovati: secondo i dati dell’archivio del Cnel si passa dal 56% al 31 dicembre 2024 al 65% al 30 giugno 2025. Ciò che più preoccupa, rispetto al quadro contrattuale, è se mai l’incremento registrato dal Cnel, anche negli ultimi mesi, dei contratti firmati da attori poco o nulla rappresentativi che, alla lunga, potrebbero erodere la buona dinamica contrattuale degli ultimi anni.

Costo del lavoro tra i più alti a livello internazionale

Non si alleggerisce la zavorra “cuneo fiscale”. Anzi cresce. Nel 2024, secondo il rapporto Ocse Taxing Wages 2025 il peso delle tasse sul lavoro per un lavoratore single è cresciuto di 1,61 punti, toccando quota 47,1% del costo del lavoro, e confermandosi largamente al di sopra della media Ocse (34,9%). Quello italiano, è l’aumento più significativo tra i Paesi della zona Ocse. L’Italia è al quarto posto per ampiezza del cuneo, ovvero la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dal datore di lavoro e il reddito netto percepito dal lavoratore, dopo Belgio, Germania e Francia (se aggiungiamo oneri e contributi il nostro, non invidiabile, posizionamento è ancora più alto). Ad innescare l’aumento è stata la crescita del salario medio oltre la soglia prevista per gli sgravi contributivi. Come spiega lo studio, infatti, l’incremento al 47,1% dal 45,5% del 2023 in Italia deriva «principalmente dal fatto che i percettori di un salario medio nel 2024 non hanno più beneficiato dell’aliquota contributiva ridotta in quanto i loro salari lordi hanno superato la soglia dei 35mila euro», salendo a 35.616 euro, mentre nell’anno precedente erano pari a 34.277 euro.

Produttività al palo da trent’anni

Un altro nodo storico italiano è la bassa produttività, stagnante da almeno trent’anni. Gli ultimi dati sono ancora più preoccupanti con la produttività del lavoro che nel 2023 è diminuita del 2,5% per effetto di un aumento delle ore lavorate maggiore del valore aggiunto. Significa che in molti settori l’aumento dei prezzi e non dei salari (almeno fino alla tornata di rinnovi contrattuali recente) ha reso conveniente per le imprese assumere persone piuttosto che fare investimenti in tecnologia e innovazione. Recentemente dati Mediobanca, Unioncamere e del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne hanno mostrato come le performance di produttività siano fortemente diverse tra settori, con una forte presenza negativa delle imprese con una maggiore intensità di lavoro, che si annidano in settori specifici. Occorre quindi affrontare il tema della bassa produttività italiana in maniera meno uniforme e superficiale, favorendo una crescita, anche occupazionale, di quei settori più innovativi e con un maggiore valore aggiunto.

Sommerso, abbiamo tre milioni di lavoratori in nero

E’ un’altra piaga (storica) del mercato del lavoro. Parliamo dei circa tre milioni di lavoratori in nero, 2.986.000 unità, per l’esattezza. Non è affatto un numero basso, rappresentano il 12,5% del totale degli occupati regolari (24.326.00) e ci porta ad essere una anomalia nel contesto europeo. Il dato è dell’Istat, ed è riferito al 2022 (questi fenomeni scontano sempre ritardi “statistici”). Ci si può consolare con la notizia che siamo sui valori dell’anno precedente. Il totale del sommerso vale 200 miliardi ed è cresciuto del 9,6%. La parte legata all’illegalità è di circa 20 miliardi ed è anch’essa stabile. L’incidenza del lavoro irregolare resta più rilevante nel terziario (14,6%) e raggiunge livelli particolarmente elevati nel comparto degli Altri servizi alle persone (39,3%), dove si concentra la domanda di prestazioni lavorative non regolari da parte delle famiglie. Molto significativa risulta la presenza di lavoratori irregolari in Agricoltura (17,4%), nelle Costruzioni (12,4%) e nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (14,5%). Questo dato ha enormi conseguenze sugli equilibri fiscali e contributivi del Paese, con impatti sul welfare, la sanità, l’istruzione e altro ancora.

Sicurezza sul lavoro, serve più formazione

Nonostante un primo pacchetto di misure varate dal governo, come la patente a crediti in edilizia, uno dei nodi storici è il tema della sicurezza. A dirlo, anche in questo caso, sono i numeri dell’Inail: nei primi sei mesi dell’anno, rispetto allo stesso periodo 2024, c’è stata una riduzione degli infortuni in occasione di lavoro (-0,6%) e dei decessi (-0,3%), per la componente in itinere si registra un decremento delle denunce di infortunio (-0,03%) ma una crescita dei casi mortali (+32,7%). Tenuto conto del numero di occupati Istat si evidenzia un’incidenza infortunistica che passa dalle 976 denunce di infortunio in occasione di lavoro ogni 100mila occupati Istat di giugno 2019 alle 840 del 2025, con un calo del 13,9%. Rispetto a giugno 2024 la riduzione è del 2,1% (da 858 a 840). In aumento del 12,0% le patologie di origine professionale denunciate, pari a 50.986. Serve più formazione (a partire dai banchi di scuola).

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