Il sondaggio

Dall’Ai alla violenza di genere, parola alle nuove generazioni

All’indagine curata da Fondazione Conad Ets in collaborazione con Ipsos hanno partecipato oltre 11mila studenti delle scuole superiori

di Camilla Colombo e Camilla Curcio

Xavier Lorenzo - stock.adobe.com

7' di lettura

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Dall’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro del futuro al rapporto amore e odio con i social. Passando per la consapevolezza degli effetti e delle conseguenze della cultura patriarcale sulle relazioni affettive e la necessità di integrare nei programmi scolastici percorsi di educazione sessuale. Quella che emerge dall’indagine «La parola ai giovani», realizzata da Fondazione Conad Ets in collaborazione con Ipsos sui ragazzi delle scuole superiori che hanno partecipato alla terza edizione del programma culturale offerto dalla non profit e realizzato da Unisona Aps, è la fotografia di una generazione curiosa, propositiva e aperta al dibattito su temi che, dal generale, si ripercuotono inevitabilmente sul particolare. E spingono famiglia, scuola e istituzioni a cercare un dialogo positivo con i ragazzi per aiutarli a plasmare il loro ruolo nella società.

Rapporto con l’Ai

Curiosità, un impatto positivo sul mondo dell’informazione, sulle competenze tecnologiche e sulla produttività: i ragazzi di oggi si rapportano all’intelligenza artificiale con coinvolgimento e prudenza.

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Per gli adolescenti, infatti, l’Ai suscita essenzialmente emozioni positive: il 77% degli 11.683 studenti intervistati la incasella in un approccio di interesse, seguito da sensazioni di ottimismo e stupore, mentre il 22% la associa a un’emozione negativa, un mix di incertezza, paura, ansia. Guardando al futuro, invece, gli effetti positivi dell’introduzione della tecnologia nella vita quotidiana e professionale si registrano soprattutto nel mondo dell’informazione (78%), dei servizi sanitari (64%), della scuola-istruzione (60%) e del lavoro (55%). Alle nuove generazioni preoccupa però l’impatto che le nuove tecnologie basate sul machine learning possono avere su creatività, privacy e relazioni umane.

«Come si nota dai dati emersi dall’indagine, prevalgono visibilmente le valutazioni ottimistiche», spiega Maria Cristina Alfieri, direttrice di Fondazione Conad Ets. «Prospettiva che, invece, cambia quando entrano in gioco tematiche relazionali: se si parla di rapporti con i colleghi o equilibrio tra lavoro e vita privata, i giudizi degli adolescenti diventano tiepidi e la loro opinione sull’Ai più diffidente».

In generale, infatti, tra rischi e benefici, gli studenti italiani che hanno partecipato al sondaggio mostrano un cauto ottimismo sull’influenza che l’intelligenza artificiale avrà sulla vita lavorativa nei prossimi anni. La maggioranza del campione è d’accordo sugli effetti benefici quando si parla di acquisizione di skill tecnologiche (78%) e migliore produttività (60%), mentre manifesta scetticismo e preoccupazione sui temi della retribuzione e soprattutto sul fatto che i large language model possano impigrire la capacità umana di ragionare e ideare.

I giovani non sono ingenui, anzi sono consapevoli che l’Ai farà progressivamente sparire delle professioni oggi esistenti: lo pensa l’80% del campione. Il 76% è anche convinto che si andranno a creare nuove mansioni che, però, curiosamente non riscuotono grande interesse al momento: il 53% è motivato dalla novità, ma un buon 47% si sente distante o comunque non in grado di esprimersi con cognizione sul tema.

Dunque, davanti a uno strumento che potrebbe rivoluzionare scuola e professioni, occorre predisporre percorsi che aiutino i giovani a capire come sfruttarlo, senza compromettere apprendimento e attenzione. «Di Ai oggi ne parlano tutti ma non esiste un programma di formazione serio: non possiamo darla in mano ai ragazzi senza educarli all’uso», chiosa Alfieri. «Nelle scuole mancano momenti costruttivi finalizzati ad addestrarli su vantaggi, svantaggi e limiti dell’intelligenza artificiale e resta il pericolo che, ancora una volta, la tecnologia possa precedere le regole».

Social e percezione di sé

Quando si tratta di social, le preoccupazioni per un uso smodato (e poco sano) sono evidenti. Ma, guardando ai dati, si nota un capovolgimento importante della prospettiva dei ragazzi intervistati nel momento in cui valutano l’approccio dei coetanei e, successivamente, la loro relazione coi social. Gli aggettivi più scelti per descrivere il rapporto che ragazzi e ragazze della loro età hanno con piattaforme come Instagram e TikTok è, per il 23% del campione, «ossessivo», seguito a stretto giro da «tossico» (segnalato dal 18%) e «intenso» (9%). Solo in fondo alla classifica, con uno scarno 2%, troviamo «sano» e «costruttivo». Al netto di un 31% che manifesta emozioni positive sul tema, è il 69% che parla di emozioni negative a fare rumore. Esattamente il contrario di quel che succede quando sono chiamati a parlare delle loro abitudini online che, dal 17% degli intervistati, vengono descritte come «sane», nel 15% dei casi «attive» e solo nel 2% come «tossiche». Con un ribaltamento rilevante: quando pensa ai social, il 66% nutre emozioni positive, a fronte di un 34% che ha un parere negativo.

«C’è un gap significativo tra la percezione che hanno di loro stessi e quella che hanno degli altri», riflette Alfieri. «Forse pensano di saper usare bene i social ma, come ha notato anche Matteo Lancini, presidente della Fondazione Minotauro, quando gli si chiede un’opinione sui coetanei riportano probabilmente un giudizio indotto dagli adulti, quello che credono di dover dire e che pensano possa tranquillizzarli. Spostandosi sull’esperienza personale, invece, dicono esattamente quel che sentono e vedono. Come si è notato anche nelle domande sulla felicità: si definiscono personalmente felici ma la percentuale scende nel giudicare la felicità degli altri». Discrepanza che si ritrova anche quando sono interrogati su un’ipotetica sparizione dei social: se pensa ai coetanei, il 25% del campione li immagina reagire, davanti a questo scenario, con ben poca calma e tanta ansia in attesa della riattivazione. E il 24% parla di spaesamento e disorientamento. Ma se si trovassero loro in questa situazione, il primo “sintomo” sarebbe l’indifferenza (26%).

«Non credo che vietare i social o i cellulari possa portare a qualcosa di buono», aggiunge la direttrice. «Occorre agire a monte, aiutandoli a gestire le emozioni nella vita reale, stringendo relazioni di qualità, parlando con loro: mancano figure di riferimento e “adulti significativi”, il tempo che tanti genitori dedicano oggi ai ragazzi è poco, si focalizzano su tanti aspetti ma magari li lasciano soli davanti al computer o al telefono per ore. Serve seguirli, serve dialogo».

Nel confronto tra la vita reale e la dimensione online, si consolidano (e forse si appesantiscono) le fragilità emerse nel parterre sul tema dell’idea di sé. Quando girovagano sul web si sentono più soli (58% del campione) e, solo nel 29% dei casi, al riparo dai giudizi altrui (a fronte di un 40% nella vita reale). Un perimetro che, guardando ai dati dell’indagine, si allinea anche alle risposte su capacità e obiettivi: la maggior parte dei giovani che hanno compilato i questionari ha dichiarato di avere un sogno da realizzare (68%), il desiderio di perseguirlo (58%) e la volontà di mettersi in gioco (51%). Pochi, però, sembrano avere fiducia nelle proprie abilità (solo il 35%) e pensano di avere un talento che faccia la differenza per la società (solo il 29%).

«Il primo segnale che deve arrivare alla famiglia e alla scuola è che a questi adolescenti serve ritrovare la fiducia nelle proprie abilità: arrivano da situazioni di perenne crisi, hanno vissuto una pandemia, vedono poche prospettive a livello lavorativo, per questo sono sfiduciati. Fanno fatica a strutturarsi dal punto di vista emotivo e a crescere come persone, ecco perché non si sentono in grado di mettersi al servizio della comunità. Su questo bisogna lavorare e riflettere».

Violenza di genere ed educazione sessuale

Il concetto di patriarcato si conferma divisivo per le nuove generazioni. Se il 37% degli intervistati – specialmente le ragazze – lo considera una struttura sociale ancora molto presente e influente, in maniera un po’ sorprendente, considerata l’attenzione crescente negli ultimi anni sulle tematiche di genere, una percentuale quasi uguale di intervistati (36%) afferma di non aver mai riflettuto su questo concetto. Ancor più preoccupante forse l’approccio dei giovani alla gelosia: questa emozione è considerata naturale, anche se deve essere contenuta entro confini accettabili. L’84% degli studenti intervistati, infatti, ritiene che un po’ di gelosia sia normale e la stessa percentuale afferma di sopportare la gelosia del partner, se entro certi limiti. Metà di loro, inoltre, preferisce un partner geloso a uno indifferente e uno su tre considera la gelosia una dimostrazione d’amore.

Altri fenomeni allarmanti riguardano la frequenza di comportamenti tossici nelle relazioni di coppia. Ben il 47% degli intervistati – le ragazze, anche in questo caso, si dimostrano più consapevoli della tossicità di certe dinamiche – crede che accada spesso di condividere le password dei social e dei dispositivi con la persona con cui si ha una relazione intima. Nel 33-39% dei casi credono che spesso capiti di chiedere al partner di rinunciare a certe amicizie, di scambiarsi foto/video intimi, di vestirsi in un certo modo e di geolocalizzare gli spostamenti altrui. Rincuorano, almeno, le risposte sulla consapevolezza dei pericoli connessi: il 79% riconosce che la gelosia può sfociare in violenza.

Un po’ inaspettatamente, invece, l’88% degli studenti si sente sufficientemente informato su sesso e sessualità, temi molto vicini alle questioni di genere, ma con significative variazioni a seconda dell’argomento. Il consenso nei rapporti sessuali è la materia su cui si sentono più preparati (91%), seguito dalla conoscenza dell’apparato genitale femminile (87%) e poi da quello maschile (80%). Contraccezione (75%) e omosessualità (71%), invece, gli argomenti su cui gli studenti intervistati si sentono meno ferrati. Molto positiva, infine, è la risposta data dai giovani sull’educazione sessuale nelle scuole, a dimostrazione della sensibilità che manifestano di fronte a un tema che li riguarda da vicino e di cui sentono di aver bisogno per sapersi orientare correttamente nei rapporti interpersonali. La quasi totalità degli studenti (90%) è favorevole all’intervento della scuola nell’educazione sessuale e, tra questi, la grande maggioranza (63%) ritiene che la scuola media sia il momento più adatto per iniziare ad affrontare questi temi.

«Serve sicuramente uno sforzo sinergico, un gioco di squadra tra genitori, insegnanti e ragazzi. Ma, ancora una volta, penso che la scuola sia il luogo per eccellenza per formarli, informarli e sensibilizzarli», chiude Alfieri. «E trovo grave che nei programmi non ci sia un’educazione alla sessualità e all’affettività perché aiuterebbe anche a gestire il rapporto col partner, a riconoscere atteggiamenti pericolosi, a cambiare prospettiva. O comunque diventerebbe un luogo sicuro dove poter parlare di questi temi e confrontarsi con adulti competenti. Sono convinta che le cose si possano cambiare solo attraverso la cultura, non c’è altra arma possibile. Quello della violenza di genere e del patriarcato è un tema culturale e occorre spingere su prevenzione e sensibilizzazione. Per questo agiamo soprattutto negli istituti scolastici: piantando piccoli semi si spera che un domani la società sia popolata da giovani che hanno imparato a riflettere su comportamenti e parole fuori posto. Tutto parte da lì».

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