L’evoluzione

Da monarca assoluto a papà «sottone»: rischi e dinamiche in famiglia

Più collaborazione all’interno della coppia ma anche nuove sfide per gestire gli equilibri del microcosmo intimo

di Carlo Andrea Finotto

 (Adobe Stock)

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«Questa sera lo dico a tua madre!». I tempi cambiano, e anche le frasi, all’interno delle famiglie e degli equilibri familiari. Siamo passati, o stiamo passando, dal capofamiglia-monarca assoluto, “breadwinner” (come lo definisce Save the children), che torna stanco la sera, da non disturbare, utilizzato come deterrente nei confronti dei figli, con il quale i momenti di condivisione e gioco erano una sorta di eccezione alla regola, a un tipo di padre più presente, in grado di cambiare i pannolini e di preparare una pappa, di giocare con i figli e affiancare la moglie o il marito, la compagna o il compagno, condividendo orgoglio, empatia, ansie e stress.

Il senso di un processo graduale, sostenuto da mutamenti culturali, sociali e organizzativi si vede anche da un indicatore simbolico: è quello del ricorso al congedo di paternità che, secondo i dati Inps, è passato dal 19% nel 2013 a circa il 65% attuale. Ma resta, ancora, parecchia strada da fare, almeno dal punto di vista normativo e della condizione economico-lavorativa. E non aiuta neppure il divario dell’Italia rispetto ad altri paesi Ue.

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Gli esperti condividono una riflessione di buon senso: «Il ruolo positivo della relazione padre-figlio/a per lo sviluppo socio-emotivo fin dalla prima infanzia (Puglisi et al., BMC Psychology, 2024) con benefici osservabili e protettivi in adolescenza ed età adulta», ricorda ancora Save the children.

Tuttavia, come è facile intuire, ogni trasformazione è accompagnata da miglioramenti e anche da criticità. Se da un lato sono aumentati l’empatia, l’impegno e il coinvolgimento, dall’altro emergono segnali di stress post parto (pure per gli uomini, a quanto pare), “crisi d’identità” e, anche, di quelle che potremmo definire “strategie opportunistiche” nell’ambito della gestione dei figli: meglio lasciare il ruolo del poliziotto cattivo alla partner e surfare tra i conflitti il più possibile; alla faccia dei “no che aiutano a crescere”.

Se, poi, il rapporto è con la figlia il rischio è di trasformarsi in un “papà sottone”, diplomatico e negoziatore, che intraprende pericolosi equilibrismi tra le richieste e le istanze della figlia e le posizioni più rigorose del/della partner. Insomma, poliziotto buono e poliziotto cattivo a parti invertite: il rischio, e il disastro, sono dietro l’angolo.

Un capitolo a parte, nella ridefinizioni e gestione dei ruoli, è rappresentato dal rapporto con la partner da parte dei padri-compagni, che troppo spesso si trasformano in aguzzini-carnefici. Ma questa è, purtroppo, un’altra storia e in questo caso l’evoluzione non c’è stata.

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