Un modello in evoluzione
Serve ancora tempo ma la direzione è chiara e tracciata. Di nuovi modelli di paternità e di nuove organizzazioni familiari, basate sulla parità e non su una unica figura (quella paterna) che gestisca poteri e doveri, si è iniziato a parlare 50 anni fa, ma la vera accelerazione verso il cambiamento l’abbiamo vista negli ultimi 10-15 anni e il traguardo non è ancora stato raggiunto. La fotografia dei papà italiani, però, mostra che la rivoluzione - se alziamo lo sguardo - è in atto e non riguarda solo la rivendicazione dei diritti da parte delle donne, ma quella che fanno gli stessi padri, sempre di più.
È nell’ultimo decennio che siamo passati dall’idea di un padre che “aiuta la mamma” a quella di un padre che chiede sempre più di essere protagonista nel suo ruolo genitoriale e di cura, con un ruolo importante non solo in termini di presenza competente e quotidiana, ma un ruolo anche emotivo e biologico. Un cambiamento che, però, non può essere dettato solo dalla buona volontà del singolo, non si tratta di una scelta intima, ma richiede una società che quella scelta accoglie e rende possibile. Un dato oggettivo è quello che riguarda i congedi parentali, al centro del dibattito politico degli ultimi mesi dopo la bocciatura del progetto di legge presentato dalle opposizioni per il congedo paritario. Perché conta così tanto? Come riportano anni di ricerche sul tema, le cure ricevute nei primi mesi di vita sono essenziali per il benessere dei bambini e delle bambine e il delicato compito di accudimento richiede che le madri siano adeguatamente sostenute nella primissima fase, ma mostra il ruolo fondamentale che gioca il diretto coinvolgimento dei padri sin da subito, per un adeguato sviluppo emotivo e cognitivo.
Il congedo di paternità
Secondo i dati Inps elaborati da Save the children, nel 2024 l’utilizzo del congedo di paternità in Italia si conferma stabile e riguarda il 64% dei padri lavoratori dipendenti. Ma se guardiamo il trend degli ultimi dieci anni il tasso di utilizzo del congedo di paternità è più che triplicato: sono infatti più di 3 padri su 5 a utilizzarlo, anche se ancora con marcate differenze geografiche. Un aumento che indica - appunto - una volontà e una direzione, ma non basta.
In Italia il congedo obbligatorio per i papà alla nascita di un figlio è di 10 giorni da fruire entro i primi 5 mesi dalla nascita. Vuol dire che sono 10 giorni, non necessariamente consecutivi, in cui la retribuzione per i dipendenti è al 100%. Ai papà, quindi, è concesso il diritto di accompagnare figli e mamma alle prime visite dopo il parto e di stare a casa con loro se va bene una settimana. Decisamente poco rispetto a quello che accade negli altri Paesi europei. Il confronto con l’Europa ci mostra poi una interessante correlazione: se mettiamo a confronto la durata del congedo parentale obbligatorio con i dati Ocse sulle ore dedicate in media ai lavori di cura dagli uomini e le donne, vediamo che all’aumentare del primo per gli uomini aumentano anche le seconde. La cura, in qualche modo, si apprende, si condivide, si consolida, con la pratica e l’esperienza. Non si tratta di qualcosa di geneticamente predeterminato.
Se si vuole seriamente parlare di nuovi modelli di paternità non è possibile relegare le scelte solamente a una questione di predisposizione personale o di scelta singola. La società e le istituzioni devono farsi carico di una richiesta di cambiamento che va sempre più nella direzione di uno spazio maggiore richiesto dai padri nella cura e nella crescita dei figli.