Paternità tardiva e congedi limitati: la sfida dei padri italiani
I padri italiani restano tra i più “anziani” d’Europa, con un’età media di 35,8 anni al primo figlio, e solo un quarto utilizza il congedo parentale
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La paternità in Italia cambia volto, ma lo fa con lentezza e dentro un quadro demografico sempre più fragile. I dati più recenti delineano una figura paterna in evoluzione, segnata da un progressivo rinvio della nascita del primo figlio e da un coinvolgimento ancora limitato negli strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia.
Il primo elemento è anagrafico. L’età media alla nascita del primo figlio si attesta a 35,8 anni, collocando i padri italiani tra i più “anziani” in Europa. Il fenomeno della paternità tardiva si consolida: un uomo su tre diventa padre dopo i 36 anni e cresce la quota di chi affronta la genitorialità oltre i 45 o addirittura i 50 anni, secondo i dati Istat. Un dato che distanzia sensibilmente l’Italia da altri grandi Paesi europei come Francia (33,9 anni) e Germania (33,2 anni).
Il rinvio della paternità si inserisce in un contesto economico e sociale caratterizzato da precarietà lavorativa, salari strutturalmente inferiori alla media europea (circa 400-500 euro in medio di Francia e Germania, secondo i dati Eurostat), difficoltà di accesso a soluzioni abitative sostenibili economicamente e trasformazioni culturali che incidono sulle scelte familiari. La costruzione di una stabilità economica resta, per molti, una precondizione per avere figli, contribuendo così a spostare in avanti il calendario della genitorialità.
Sul fronte della condivisione dei carichi familiari, i progressi appaiono più contenuti. Nonostante una crescente attenzione al ruolo dei padri nella cura dei figli, solo circa il 25% utilizza il congedo parentale. E’ interessante anche la fotografia che emerge sui congedi parentali. Il Rendiconto di genere 2025 del Civ Inps riporta che nel 2024 sono state nettamente più le donne (289.230) a beneficiare del congedo parentale rispetto agli uomini (124.140). Per questi ultimi il dato è comunque in crescita rispetto ai 78.298 del 2022 e ai 96.328 del 2023. Resta però una notevole disparità in termini di giornate autorizzate: le donne hanno usufruito di 15.409.095 giornate di congedo parentale rispetto alle 2.771.988 degli uomini (con un incremento per entrambi i generi sul 2022 e il 2023).
La partecipazione maschile al sistema di welfare familiare resta dunque limitata, anche a causa di vincoli economici e culturali che scoraggiano l’assenza dal lavoro. Emergono tuttavia segnali di cambiamento: aumenta, seppur in una nicchia ancora ridotta, il numero di padri che scelgono di ridurre l’orario lavorativo o di assumere un ruolo più centrale nella gestione domestica. Una trasformazione che riflette un’evoluzione dei modelli familiari, ma che fatica a diventare strutturale.




