Società

Paternità tardiva e congedi limitati: la sfida dei padri italiani

I padri italiani restano tra i più “anziani” d’Europa, con un’età media di 35,8 anni al primo figlio, e solo un quarto utilizza il congedo parentale

di Monica D'Ascenzo e Chiara Di Cristofaro

 Fabio Buonocore

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La paternità in Italia cambia volto, ma lo fa con lentezza e dentro un quadro demografico sempre più fragile. I dati più recenti delineano una figura paterna in evoluzione, segnata da un progressivo rinvio della nascita del primo figlio e da un coinvolgimento ancora limitato negli strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia.

Il primo elemento è anagrafico. L’età media alla nascita del primo figlio si attesta a 35,8 anni, collocando i padri italiani tra i più “anziani” in Europa. Il fenomeno della paternità tardiva si consolida: un uomo su tre diventa padre dopo i 36 anni e cresce la quota di chi affronta la genitorialità oltre i 45 o addirittura i 50 anni, secondo i dati Istat. Un dato che distanzia sensibilmente l’Italia da altri grandi Paesi europei come Francia (33,9 anni) e Germania (33,2 anni).

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Il rinvio della paternità si inserisce in un contesto economico e sociale caratterizzato da precarietà lavorativa, salari strutturalmente inferiori alla media europea (circa 400-500 euro in medio di Francia e Germania, secondo i dati Eurostat), difficoltà di accesso a soluzioni abitative sostenibili economicamente e trasformazioni culturali che incidono sulle scelte familiari. La costruzione di una stabilità economica resta, per molti, una precondizione per avere figli, contribuendo così a spostare in avanti il calendario della genitorialità.

Sul fronte della condivisione dei carichi familiari, i progressi appaiono più contenuti. Nonostante una crescente attenzione al ruolo dei padri nella cura dei figli, solo circa il 25% utilizza il congedo parentale. E’ interessante anche la fotografia che emerge sui congedi parentali. Il Rendiconto di genere 2025 del Civ Inps riporta che nel 2024 sono state nettamente più le donne (289.230) a beneficiare del congedo parentale rispetto agli uomini (124.140). Per questi ultimi il dato è comunque in crescita rispetto ai 78.298 del 2022 e ai 96.328 del 2023. Resta però una notevole disparità in termini di giornate autorizzate: le donne hanno usufruito di 15.409.095 giornate di congedo parentale rispetto alle 2.771.988 degli uomini (con un incremento per entrambi i generi sul 2022 e il 2023).

La partecipazione maschile al sistema di welfare familiare resta dunque limitata, anche a causa di vincoli economici e culturali che scoraggiano l’assenza dal lavoro. Emergono tuttavia segnali di cambiamento: aumenta, seppur in una nicchia ancora ridotta, il numero di padri che scelgono di ridurre l’orario lavorativo o di assumere un ruolo più centrale nella gestione domestica. Una trasformazione che riflette un’evoluzione dei modelli familiari, ma che fatica a diventare strutturale.

Un modello in evoluzione

Serve ancora tempo ma la direzione è chiara e tracciata. Di nuovi modelli di paternità e di nuove organizzazioni familiari, basate sulla parità e non su una unica figura (quella paterna) che gestisca poteri e doveri, si è iniziato a parlare 50 anni fa, ma la vera accelerazione verso il cambiamento l’abbiamo vista negli ultimi 10-15 anni e il traguardo non è ancora stato raggiunto. La fotografia dei papà italiani, però, mostra che la rivoluzione - se alziamo lo sguardo - è in atto e non riguarda solo la rivendicazione dei diritti da parte delle donne, ma quella che fanno gli stessi padri, sempre di più.

È nell’ultimo decennio che siamo passati dall’idea di un padre che “aiuta la mamma” a quella di un padre che chiede sempre più di essere protagonista nel suo ruolo genitoriale e di cura, con un ruolo importante non solo in termini di presenza competente e quotidiana, ma un ruolo anche emotivo e biologico. Un cambiamento che, però, non può essere dettato solo dalla buona volontà del singolo, non si tratta di una scelta intima, ma richiede una società che quella scelta accoglie e rende possibile. Un dato oggettivo è quello che riguarda i congedi parentali, al centro del dibattito politico degli ultimi mesi dopo la bocciatura del progetto di legge presentato dalle opposizioni per il congedo paritario. Perché conta così tanto? Come riportano anni di ricerche sul tema, le cure ricevute nei primi mesi di vita sono essenziali per il benessere dei bambini e delle bambine e il delicato compito di accudimento richiede che le madri siano adeguatamente sostenute nella primissima fase, ma mostra il ruolo fondamentale che gioca il diretto coinvolgimento dei padri sin da subito, per un adeguato sviluppo emotivo e cognitivo.

Il congedo di paternità

Secondo i dati Inps elaborati da Save the children, nel 2024 l’utilizzo del congedo di paternità in Italia si conferma stabile e riguarda il 64% dei padri lavoratori dipendenti. Ma se guardiamo il trend degli ultimi dieci anni il tasso di utilizzo del congedo di paternità è più che triplicato: sono infatti più di 3 padri su 5 a utilizzarlo, anche se ancora con marcate differenze geografiche. Un aumento che indica - appunto - una volontà e una direzione, ma non basta.

In Italia il congedo obbligatorio per i papà alla nascita di un figlio è di 10 giorni da fruire entro i primi 5 mesi dalla nascita. Vuol dire che sono 10 giorni, non necessariamente consecutivi, in cui la retribuzione per i dipendenti è al 100%. Ai papà, quindi, è concesso il diritto di accompagnare figli e mamma alle prime visite dopo il parto e di stare a casa con loro se va bene una settimana. Decisamente poco rispetto a quello che accade negli altri Paesi europei. Il confronto con l’Europa ci mostra poi una interessante correlazione: se mettiamo a confronto la durata del congedo parentale obbligatorio con i dati Ocse sulle ore dedicate in media ai lavori di cura dagli uomini e le donne, vediamo che all’aumentare del primo per gli uomini aumentano anche le seconde. La cura, in qualche modo, si apprende, si condivide, si consolida, con la pratica e l’esperienza. Non si tratta di qualcosa di geneticamente predeterminato.

Se si vuole seriamente parlare di nuovi modelli di paternità non è possibile relegare le scelte solamente a una questione di predisposizione personale o di scelta singola. La società e le istituzioni devono farsi carico di una richiesta di cambiamento che va sempre più nella direzione di uno spazio maggiore richiesto dai padri nella cura e nella crescita dei figli.

In Italia il congedo di paternità obbligatorio è stato approvato per la prima volta nel 2012, solo 14 anni fa, e che si trattava di un solo giorno, inserito in via sperimentale Risulta chiaro che, grazie al recepimpento della direttiva europea 2019/1158 (attraverso il decreto legislativo 105/2022), di strada ne è stata fatta: da una concessione quasi simbolica a quello che è sempre più un diritto reclamato, che va nella direzione di unavera genitorialità condivisa.

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