Inchiesta

Da Meloni a Bolloré, la libertà di stampa (a rischio) in Europa

Gli ultimi rapporti di Reporters Sans Frontières e Commissione hanno evidenziato le criticità dell’indipendenza giornalistica in Italia. Ma ci sono crepe anche nel resto d’Europa

di Silvia Martelli (Il Sole 24 Ore, Italia), Ana Somavilla (El Confidencial, Spagna), Francesca Barca (Voxeurop, Francia)

7' di lettura

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La libertà dei media in Italia è recentemente tornata al centro del dibattito politico e mediatico a fronte della pubblicazione di un rapporto di Reporters Sans Frontières (RSF) che ha sollevato preoccupazioni significative. La nonprofit ha evidenziato una serie di problematiche che affliggono il panorama mediatico italiano: RSF ha sottolineato come i giornalisti italiani siano spesso vittime di minacce, intimidazioni e aggressioni fisiche, in particolare quelli che si occupano di cronaca giudiziaria, corruzione e criminalità organizzata. Il rapporto ha anche evidenziato interferenze politiche e una concentrazione eccessiva della proprietà dei media.

In risposta alle critiche di RSF, la premier Giorgia Meloni ha difeso la posizione del suo governo, ribadendo l’importanza di un ambiente in cui i giornalisti possano operare liberamente e promettendo di adottare misure per proteggere loro dalle minacce. Ma la premier ha anche duramente criticato il rapporto, definendolo ingiusto e parziale, e ha invitato a considerare il contesto complessivo della situazione italiana.

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Ursula von der Leyen ha espresso preoccupazioni simili a quelle di RSF nel rapporto della Commissione europea sullo Stato di diritto 2024. La presidente della Commissione Europea ha ribadito che la libertà di stampa è un pilastro essenziale della democrazia europea e ha assicurato che la Commissione Europea monitorerà attentamente la situazione in Italia.

In un attacco senza precedenti, la premier Giorgia Meloni ha risposto accusando Bruxelles di essere stata manipolata da «fake news» diffuse da «professionisti della disinformazione e della mistificazione». Parlando con i giornalisti a Pechino martedì, la Meloni ha detto che le osservazioni critiche sulla libertà dei media in Italia contenute nel rapporto non provengono dalla Commissione stessa, ma da «alcune parti interessate». «Chi sono queste parti interessate? - ha detto -. Il Domani, Il Fatto Quotidiano, Repubblica».

Ha inoltre affermato di essere a conoscenza di un “tentativo di cercare un aiuto esterno da parte della sinistra italiana che è evidentemente dispiaciuta di non poter utilizzare, ad esempio, il servizio pubblico come se fosse una sezione di partito”.

I giornali italiani citati dal primo ministro hanno risposto, accusando Meloni di aver inserito loro nella lista nera e di aver minato la libertà di stampa. Emiliano Fittipaldi, direttore del Domani, ha definito le accuse «gravi, false e soprattutto pericolose». Il Fatto Quotidiano ha anche accusato Meloni e i giornali di destra di aver stilato «liste di prescrizione» di giornalisti etichettati come «anti-Meloni». La Repubblica ha notato che la Meloni non ha risposto alle osservazioni del rapporto e ha detto che i suoi commenti «tradiscono la sua idea illiberale del giornalismo e del ruolo che il giornalismo ha in una democrazia compiuta».

Negli ultimi decenni, diverse amministrazioni sono state duramente criticate per interferire nei media e l’eccessiva concentrazione della proprietà è stata spesso oggetto di dibattito. L’attuale situazione attuale solleva nuovi interrogativi sul futuro della libertà di stampa in Italia. Il governo Meloni sarà sotto scrutinio per le sue azioni volte a migliorare la sicurezza dei giornalisti e a garantire un ambiente mediatico libero e indipendente.

I processi di «imbavagliamento» in Spagna

Poco più a ovest, a Madrid, il bilancio è ambivalente. Secondo l’ultimo rapporto di RSF, la Spagna è al 30° posto su 180. Il primo posto è occupato dalla Slovacchia e il secondo dalla Moldavia. Nel 2023, gli indicatori collocavano la Spagna al 36° posto. Di fatto, la Spagna (30°), che è scesa di sette posizioni negli ultimi cinque anni, sale di sei posizioni in questo rapporto.

Non tutto, però, va nella direzione auspicata. La polarizzazione politica si riflette nei media, che stanno pericolosamente confondendo il confine tra informazione e opinione, contribuendo a un clima di discredito del giornalismo. La libertà di stampa è minacciata anche dall’aumento dei «processi di imbavagliamento» (Slapp) contro i media e i giornalisti, nonché da «una nuova ondata di attacchi alla stampa nelle manifestazioni antigovernative», sostiene l’organizzazione.

La legge organica per la protezione della sicurezza dei cittadini, approvata nel marzo 2015, è nota appunto come «legge bavaglio» e le sue approvazione ed entrata in vigore sono state integrate da riforme del Codice penale e del Codice civile. Secondo l’opinione di alcuni giuristi, rappresenta un problema giuridico per la Spagna, perché limita in modo esagerato l’esercizio della democrazia e alcuni dei diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione spagnola.

Il punto centrale è l’attribuzione di nuovi poteri e facoltà alla polizia. Precisamente, la motivazione della legge si basa sulla considerazione che le forze di polizia non avevano strumenti legali sufficienti per rispondere a determinati comportamenti di gruppi sociali e individui. La legge è emersa come uno strumento di controllo che ha installato uno scudo di protezione per le forze di polizia.

Nel 2019 Amnesty International ha dichiarato che la «legge bavaglio è una minaccia reale in Spagna alla libertà di espressione e ai diritti di riunione pacifica e di informazione. Per quattro anni è stata usata contro centinaia di giornalisti che cercavano di documentare gli abusi, migliaia di attivisti che difendevano il diritto alla casa o all’ambiente e decine di migliaia di persone che sono state multate per aver manifestato o compiuto atti di protesta pacifici».

Allo stesso modo, la sua applicazione da parte delle forze di sicurezza ha avuto un impatto negativo sull’esercizio del diritto alla libertà d’informazione e ha persino portato all’autocensura dei giornalisti e delle persone che vogliono documentare le azioni della polizia.

Il quotidiano digitale Público, il 30 luglio, riportava: «Recentemente la vicepresidente del governo, Yolanda Díaz, ha dichiarato da Bruxelles, dopo una riunione dei ministri del Lavoro dell’Unione Europea, che esiste un patto tra PSOE e Sumar per la riforma della legge comunemente conosciuta - e giustamente - come legge bavaglio, la legge organica 4/2015, del 30 marzo, per la protezione della sicurezza pubblica. L’abrogazione della legge bavaglio è consumata», ha dichiarato il vicepresidente.

In precedenza, Sumar aveva presentato nel maggio di quest’anno, 2024, una proposta di legge per la riforma della legge bavaglio al Congresso dei Deputati. Membri del PSOE e persino del Sumar hanno minimizzato l’annuncio del vicepresidente, affermando che l’accordo è ancora in fase di negoziazione.

La Francia e l’impero industrial-politico di Bolloré

Lo scenario cambia ancora in Francia, dove l’insidia nasce da fattori più “economici”: la concentrazione dei media nelle mani di gruppi industriali, a propria volta impegnati nello sviluppo di progetti politici che trascendono la difesa dei propri interessi.

Vincent Bolloré, a capo del gruppo che porta il suo nome (sport, comunicazione, trasporti), ha iniziato a investire nei media, in particolare con i canali del gruppo Canal+ (C8, Canal+, CNews, CStar), nell’editoria (Editis, che si stima detenga oltre il 70% del mercato dei libri di testo), nella radio (Europe 1 e RFM) e nella stampa, con Télé-Loisirs, Geo, Gala, Voici, Femme actuelle, Capital, Paris Match e Le Journal du dimanche.

I giornali, le radio e le televisioni di questo gruppo si caratterizzano per la selezione di opinionisti, giornalisti e ospiti che appartengono all’universo culturale del mondo ultraconservatore e della destra radicale. Il suo patrimonio è stimato in circa 10 miliardi di euro. Diverse inchieste e analisi spiegano in modo inequivocabile come i media di Vincent Bolloré lavorino per una grande alleanza dei partiti della destra francese.

Ad esempio Eric Ciotti (leader del partito conservatore di destra Les Républicains, LR), dopo lo scioglimento dell’Assemblea da parte di Macron, si è incontrato con Bolloré per discutere la strategia elettorale del suo partito. Ciotti si è poi alleato con la RN (cosa che non tutti i membri del suo partito approvano).

L’agenda politica di Bolloré, mai nascosta né negata, mira a costruire una grande destra ultraconservatrice.

Lo storico della stampa Alexis Lévrier descrive Bolloré, in The Conversation, «un industriale che ha deciso di costruire un impero mediatico al servizio di un progetto politico, culturale e di civiltà».

Nel luglio 2024, due dei canali di Bolloré, C8 e NRJ12, hanno perso la licenza d’uso delle frequenze TNT (digitale terrestre, canali gratuiti) per il 2025, dopo anni di sanzioni. La decisione è stata presa dall’Arcom (Autorité de régulation de la communication audiovisuelle et numérique, nata dal Conseil supérieur de l’Audiovisuel).

C8 e CNews hanno accumulato in 12 anni 44 sanzioni (tra cui multe, ammonizioni, ecc.) da parte dell’Arcom, tra cui il mancato rispetto del pluralismo dell’informazione, insulti e diffamazione.

La questione è centrale perché la diffusione di questi canali è capillare, in parti della popolazione che votano RN, che non hanno alcun tipo di informazione «alternativa».

C’è poi un nuovo attore, Pierre-Edouard Stérin, fervente cattolico, che si definisce libertario, e che ha tentato di acquistare il settimanale Marianne da un altro miliardario, il ceco Daniel Kretinsky (che alla fine ha cambiato idea). Stérin deve gran parte della sua ricchezza ai cofanetti regalo «Smartbox».

Fino a poco tempo fa si parlava di lui come di un altro attore ultraconservatore che voleva mettere le mani su un giornale. È andata diversamente. Il quotidiano l’Humanité ha pubblicato il 18 luglio dei documenti che descrivono il «piano Périclès» (dall’omonima associazione da lui fondata, acronimo di “Patriotes, Enracinés, Résistants, Identitaires, Chrétiens, Libéraux, Européens, Souverainistes»): un piano di finanziamento di 150 miliardi di euro in 10 anni al Rassemblement national e LR (Les Républicains, il partito di Ciotti) per promuovere i valori dell’estrema destra e «servire e salvare» la Francia. Il tutto, finanziando riflessioni che mirano a influenzare la copertura mediatica.

Tra i valori che Stérin vuole finanziare e difendere ci sono la «libertà individuale e imprenditoriale», la «famiglia» come «base della società», il cristianesimo e «l’orgoglio per la nostra storia, identità e cultura». All’opposto, tra i mali da combattere ci sono «il socialismo, il wokismo, l’islamismo, l’immigrazione» e «il secolarismo aggressivo».

Un piano che va dalla formazione di circoli intellettuali alla formazione di amministratori per conquistare almeno mille comuni alle elezioni comunali del 2026.

Infine va ricordato Rodolphe Saadé, l’armatore marsigliese che ha acquistato prima il quotidiano marsigliese La Provence e poi è passato al colosso dell’informazione privata BFMTV. Per ora, secondo diverse analisi prodotte da giornalisti specializzati, sembra che Saadé sia un po’ all’antica: quello che gli interessa è promuovere, e mantenere, il suo impero.

*Questo articolo rientra nel progetto Pulse ed è stato scritto da Silvia Martelli (Il Sole 24 Ore, Italia), Ana Somavilla (El Confidencial, Spagna), Francesca Barca (Vox Europe, Francia). Coordinamento ed editing di Alberto Magnani (Il Sole 24 Ore, Italia)

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