Lo studio

Così la corsa agli Esg coinvolge i gruppi cinesi dell’automotive

Le società cinesi quotate si stanno adeguando con ritmi esponenziali. Il quadro delle importazioni in Europa secondo le stime S&P Global Ratings

di Alberto Annicchiarico

La MG 4 è una elettrica di successo. Vanta una linea originale, al contrario di altri modelli del marchio inglese di nome ma cinese di fatto

3' di lettura

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Sostenibilità, anche la Cina è in campo e corre veloce. Chi lo avrebbe mai detto. La visita di Xi Jinping una settimana fa negli Stati Uniti ha portato una notizia inattesa (e da mettere alla prova della realtà): le emissioni di CO2 del Dragone diminuiranno a partire dal nel 2024. Attenzione, Pechino non ha certamente detto che intende rinunciare al carbone e al petrolio, oggi ancora poco meno dell’80% dell’energy mix del gigante asiatico. E, come si sa, l’obiettivo della neutralità carbonica è stato fissato al 2060, dieci anni dopo l’Europa.

Tuttavia, sia Pechino che Washington, numero uno e due per distacco nella classifica globale di produttori di gas serra, hanno fatto sapere che si impegneranno a «triplicare la capacità globale di energia rinnovabile entro il 2030». Inoltre, entrambe le potenze si sono impegnate a «significative riduzioni assolute delle emissioni nel settore della produzione di elettricità». La realtà è che, contro le attese, la Cina sta viaggiando più veloce del resto del mondo in termini di transizione energetica. Lo ha riconosciuto anche l’amministrazione Biden.

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Se si somma lo sviluppo cinese dell’energia eolica, solare, idroelettrica e nucleare per il 2023, si ottengono 423 terawattora aggiuntivi di elettricità all’anno (sui circa 9mila totali), pari all’intero consumo di elettricità della Francia. Da anni, del resto, gli indicatori in materia di divulgazione Esg dicono che le società cinesi quotate, spinte dalla regolamentazione introdotta dalle Borse di Shenzhen e Hong Kong, si stanno adeguando con ritmi esponenziali. C’è stato anche un boom di investimenti nella capacità industriale di produrre tecnologie di riduzione delle emissioni, come celle solari, auto elettriche e batterie.

E qui veniamo al punto. I cinesi hanno un obiettivo certo, conquistare una fetta importante del mercato automobilistico europeo. Oggi siamo soltanto all’inizio. Quest’anno saranno importate dalla Cina in Europa, stime di S&P Global Ratings, circa 800mila vetture. Sottratte le 178mila Tesla spedite da Shanghai, le 62mila dell’Alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi e le 25mila Bmw il restante mezzo milione sono automobili prodotte essenzialmente da Saic (ovvero MG), Chery, Geely e Byd. Nel 2020 tutto l’export dalla Cina verso l’Europa non arrivava a 100mila unità.

La carta del design

Con il modello X, Il brand del gruppo cinese Geely gioca la carta design e dell’impiego di soluzioni tecniche condivise con marchi come Volvo e Smart

Byd, che potrebbe superare Tesla durante il trimestre in corso per vendite di auto a batteria, ha già programmato di raddoppiare le esportazioni nel corso del 2024, da 200mila a 400mila. Certo, non c’è solo l’Europa nei piani del colosso di Shenzhen. Ma l’espansione è in corso. Entro la fine del 2023 Byd dovrebbe annunciare il progetto della prima fabbrica in Europa, probabilmente in Ungheria. Sta selezionando il sito adatto per il suo primo impianto di produzione il colosso di proprietà statale Saic, partner da decenni di GM e Volkswagen, ma che vuole produrre il brand MG in Europa.

Anche Chery, altra big a controllo statale che in Italia opera in partnership con il brand DR, punta a farsi largo in Europa. Entro la fine del 2025 lancerà tre suv a prezzi iper competitivi con differenti motorizzazioni a marchio Chery, Omada e Jaecoo. La società di Wuhu è alla ricerca di un sito industriale per produrre nel Vecchio continente e comunque nel 2024 punta a raddoppiare le esportazioni: già 450mila unità nel solo 2022, su scala globale. E - secondo le stime di S&P Global Ratings - 122mila in Europa nel 2023. Infine anche Great Wall vuole la sua fabbrica in Europa e la scelta cadrà su Germania, ancora Ungheria o Repubblica Ceca.

Ecco spiegato come l’industria cinese dell’auto (tra i migliori esempi Geely e Li Auto) sia salita sul treno dell’Esg, che in Cina ha iniziato a correre veloce negli ultimi 3-4 anni. Anche perché l’export potrebbe in prospettiva essere frenato dal giro di vite di Bruxelles - il cosiddetto Carbon border adjustment mechanism (Cbam) - che partirà del 2026 e inizialmente non dovrebbe comunque pesare più del 3% in settori come acciaio, alluminio, fertilizzanti e cemento.

Nell’automotive la barriera principale, in realtà, potrebbe venire da un aumento dei dazi dal 10 al 27,5% se l’indagine avviata da Bruxelles in ottobre dovesse appurare l’esistenza di aiuti di stato tali da alterare gli equilibri del mercato. La Cina conta soprattutto su un fattore, però: ogni scelta protezionista dovrà confrontarsi con la realtà. Nel 2022 il bilancio del commercio Ue ha toccato un record: 865 miliardi di euro. Ma con un deficit di quasi 400 miliardi. L’integrazione tra aziende europee e cinesi e la struttura della supply chain in caso di de-risking o addirittura decoupling sarebbero messe a rischio, aprendo scenari imprevedibili.

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