AI e management

Come l’intelligenza artificiale sta rivoluzionando leadership e strutture aziendali

L’adozione dell’AI richiede un ripensamento profondo di ruoli, processi decisionali e cultura organizzativa per creare un vantaggio competitivo sostenibile

di Gianni Rusconi

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Aggiungere nuove capacità alle organizzazioni, modificando il modo in cui le aziende prendono decisioni, allocano responsabilità e costruiscono il proprio vantaggio competitivo: questo il compito a cui è chiamata oggi l’intelligenza artificiale a supporto del management, dopo una prima fase dominata dall’adozione degli strumenti generativi e dalla ricerca di nuova efficienza operativa. Il dibattito sull’AI si sta spostando infatti verso una questione più profonda che coinvolge il cambiamento del modo di esercitare la leadership e dei modelli di lavoro e lo sviluppo di nuove competenze per sfruttare realmente tutto il potenziale della tecnologia. Due recenti studi internazionali, firmati rispettivamente da Deloitte e IBM, hanno affrontato in modo approfondito questa tematica convergendo su un punto fondamentale: la sfida (del management) non riguarda più la tecnologia in quanto tale ma è focalizzata sulla capacità delle imprese di ripensare strutture, processi decisionali e ruoli esecutivi. L’intelligenza artificiale diventa così un fattore di trasformazione che coinvolge direttamente tutte le figure dell’organizzazione, amministratori delegati naturalmente inclusi.

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Le funzioni aziendali oltre i confini tradizionali

Secondo la ricerca “Global Human Capital Trends 2026” di Deloitte, realizzata coinvolgendo oltre 9.000 fra manager e professionisti in circa 90 Paesi, le imprese stanno entrando in una fase nella quale i modelli tradizionali rischiano di non essere più adeguati alla velocità del cambiamento. Sette leader su dieci, in particolare, ritengono che nei prossimi tre anni la competitività strategica dipenderà dalla capacità di operare in modo più rapido e flessibile, mentre oltre la metà degli intervistati sostiene che le funzioni aziendali devono essere ripensate sia nelle competenze sia nella loro stessa missione. Quest’ultimo dato appare particolarmente significativo perché evidenzia come l’intelligenza artificiale stia mettendo in discussione schemi organizzativi consolidati, confermando una tendenza ben descritta da altri due indicatori: due terzi dei manager oggetto di indagine riconosce infatti l’importanza di superare le tradizionali divisioni funzionali, mentre quasi sei aziende su dieci hanno già avviato iniziative concrete in questa direzione.

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La logica sottostante al cambiamento in atto è (sulla carta) semplice: l’AI mette a nudo la scarsa efficacia di una struttura operativa caratterizzata da silos e compartimenti stagni e ribadisce il paradigma secondo il quale, occorrono modelli più integrati per valorizzare dati, competenze e capacità decisionali, modelli nei quali le informazioni possano circolare rapidamente tra le diverse aree dell’organizzazione. Matteo Zanza, Human Capital Leader di Deloitte Central Mediterranean, ha inquadrato l’evoluzione in atto sottolineando come oggi sia necessario «organizzare dati e tecnologia trasversalmente alle funzioni, separando l’expertise dalla struttura e rafforzando la responsabilità cross-funzionale per far emergere nuove capacità e nuovi insight». E ci sono aziende, aggiunge il manager citando il caso di Moderna, multinazionale statunitense attiva nel campo delle biotecnologie, che hanno unito la funzione HR e quella IT in un unico dipartimento al fine di ricostruire l’azienda per crescere su larga scala.

Il fattore umano come leva del ritorno sugli investimenti

L’altro messaggio forte che emerge dall’analisi di Deloitte riguarda il rapporto tra tecnologia e persone. Sebbene l’88% dei leader riconosca l’importanza di intervenire rapidamente per cogliere le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale, soltanto il 14% ritiene di possedere oggi le competenze necessarie per gestire efficacemente l’interazione tra esseri umani e macchine. La ricerca evidenzia inoltre uno squilibrio che potrebbe sfociare in un rischio strategico: attualmente il 93% degli investimenti destinati alla trasformazione viene assorbito dalla tecnologia, mentre appena il 7% è indirizzato allo sviluppo delle persone. Uno sbilanciamento evidente che, secondo gli esperti di Deloitte, potrebbe generare quello che viene definito un debito culturale.

«Senza un’adeguata evoluzione del capitale umano - ha sottolineato in proposito Zanza - l’innovazione tecnologica è destinata a produrre un attrito organizzativo, oltre a un deterioramento della fiducia delle persone. La cultura aziendale, quindi, non deve essere considerata un elemento accessorio, ma va trattata come una vera e propria infrastruttura core del business». Dati alla mano, le imprese che affrontano il processo di crescita e di revisione dei modelli operativi adottando un approccio centrato esclusivamente sulla tecnologia hanno in effetti una probabilità inferiore di ottenere ritorni concreti dagli investimenti in AI rispetto a quelle che adottano una strategia human-centric. Il vantaggio competitivo, questo l’assunto a cui giunge lo studio di Deloitte, nasce sempre più dalla combinazione tra tecnologie intelligenti e capacità umane quali pensiero critico, adattabilità e competenze relazionali.

L’AI entra nella cabina di regia delle imprese

Il “CEO Study 2026” firmato da IBM, che ha raccolto le impressioni di oltre 2.000 amministratori delegati di 33 Paesi e 21 settori economici, mostra invece come l’intelligenza artificiale stia impattando in modo diretto il ruolo del vertice aziendale, evidenziando una crescente fiducia nei confronti degli strumenti AI applicati ai processi decisionali. A livello globale, infatti, il 64% dei Ceo dichiara di sentirsi a proprio agio nel prendere scelte strategiche sulla base di input generati da chatbot e assistenti, mentre la stessa percentuale in Italia si ferma al 57,5%. Ancora più significativo, però, è la stima al 2030, quando le figure apicali di un’organizzazione potrebbero affidare in toto agli agenti intelligenti (e quindi senza alcun intervento umano) quasi la metà delle decisioni operative caratterizzate da criteri e regole codificabili.

Il cambiamento in atto è dunque sostanziale e non riguarda soltanto il processo decisionale, ma interviene anche sull’architettura della leadership e lo dimostrerebbe il fatto che il 76% delle organizzazioni intervistate dispone già oggi di un Chief AI Officer, contro il 26% registrato appena un anno prima. Gary Cohn, vicepresidente di IBM, ha sintetizzato efficacemente la portata del fenomeno spiegando come «il ruolo dell’amministratore delegato è sempre stato quello di guidare l’azienda attraverso i periodi di cambiamento radicale e ciò che l’intelligenza artificiale sta modificando sono la velocità e l’impatto sulle decisioni della leadership». Le aziende che avranno successo, ha aggiunto il manager di IBM, adotteranno un approccio “AI-first”, considerando gli strumenti AI non come una semplice tecnologia, ma come un nuovo modello operativo. «I cicli decisionali – ha concluso infine Cohn - si accorceranno e i confini tra le diverse funzioni si dissolveranno: il vantaggio andrà a chi sarà in grado di apprendere, adattarsi e agire più rapidamente rispetto alla concorrenza».

La leadership del futuro tra governance e competenze

L’intelligenza artificiale sta dunque ridefinendo l’intera catena delle responsabilità manageriali e arriva all’85% la percentuale di Ceo d’accordo nel pensare che tutti i responsabili di funzione debbano diventare esperti di tecnologia nel proprio ambito. Un segnale abbastanza chiaro, secondo IBM, che certifica come la gestione dell’AI non possa più essere confinata a sole figure specialistiche. Parallelamente, cresce l’importanza delle risorse umane, con il 59% degli amministratori delegati che prevede un rafforzamento del ruolo del Chief Human Resources Officer e il 77% che osserva una progressiva convergenza tra competenze HR e tecnologiche. Non deve quindi sorprendere, leggendo questi dati, che le organizzazioni che hanno riprogettato in modo coordinato tecnologia, finanza, risorse umane, operation e collaborazione interfunzionale abbiano una probabilità superiore (fino a quattro volte, secondo lo studio) di raggiungere i propri obiettivi di business.

Rimane aperta però una questione, ed è quella della governance. Se il 79% dei dirigenti dichiara di stare decentralizzando i processi decisionali, l’83% considera al tempo stesso fondamentale garantire la cosiddetta sovranità dell’AI, ossia la capacità di mantenere controllo, trasparenza e supervisione sugli algoritmi e i modelli generativi che alimentano le decisioni aziendali. L’indicazione che arriva dagli esperti di IBM Consulting è in tal senso chiara e conferma come la possibilità di ottenere risultati concreti dalla trasformazione guidata dall’intelligenza artificiale sia appannaggio soprattutto di quei CEO che non si limitano a implementare più rapidamente la tecnologia ma stanno riprogettando le loro organizzazioni per riunire le persone migliori con la tecnologia migliore. L’AI, in altre parole, non sostituisce assolutamente la leadership, ma ne cambia profondamente la natura, perché alle figure apicali dell’azienda viene richiesto di decidere più rapidamente, di governare strutture più fluide e di orchestrare una collaborazione sempre più stretta tra persone e macchine. E se è ormai poco discutibile che la tecnologia stia entrando nella stanza dei bottoni, è bene anche ribadire che la responsabilità finale resta, almeno per ora, saldamente nelle mani del management.

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