Global Talent Trends Mercer

La sfida dell’era uomo-macchina: dal rebus talenti al “manager aumentato”

Le aziende faticano a trovare talenti AI e a sviluppare leadership adeguata, mentre cresce l’urgenza di reskilling per sostenere la trasformazione digitale

di Gianni Rusconi

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L’intelligenza artificiale è ormai entrata stabilmente nell’agenda strategica delle imprese ma se la tecnologia corre, organizzazioni e persone faticano (spesso) a tenere il passo. È questa, in estrema sintesi, la fotografia che emerge dal Global Talent Trends 2026 di Mercer, una business unit della multinazionale americana Marsh specializzata nel campo della consulenza in ambito HR. L’indagine, che ha coinvolto a livello globale quasi 12mila tra executive e manager della C-Suite, responsabili delle risorse umane, investitori e lavoratori, ha restituito un quadro molto chiaro: la trasformazione guidata dall’AI è già iniziata, ma il capitale umano necessario per sostenerla continua a rappresentare il principale collo di bottiglia.

I numeri dello studio raccontano infatti una realtà fatta di aspettative elevate e preparazione ancora insufficiente, con il 54% dei top manager che considera prioritario integrare nei propri organici talenti con competenze legate all’intelligenza artificiale, mentre il 59% degli HR dichiara di avere difficoltà nel reperire profili adeguati. Parallelamente, il 98% dei dirigenti si aspetta cambiamenti significativi nel disegno organizzativo nei prossimi due anni e il 63% indica come priorità la riprogettazione del lavoro attraverso algoritmi, agenti intelligenti e automazione. Eppure, solo il 51% dei leader (rispetto al 65% registrato nel 2024) ritiene che la propria organizzazione sia realmente pronta ad affrontare l’era della collaborazione uomo-macchina.

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Capacità umane e AI fanno la differenza

La percezione che emerge dalla ricerca di Mercer conferma l’assunto secondo il quale la partita dell’AI non si gioca più soltanto sull’adozione degli strumenti tecnologici ma attraverso la capacità di integrare competenze, processi e modelli organizzativi in una visione coerente di trasformazione. Non a caso anche gli investitori sembrano guardare con crescente attenzione a questo aspetto: il 77% dichiara di essere maggiormente propenso a investire nelle aziende che stanno formando i propri dipendenti sulle competenze AI e il 72% ritiene che le organizzazioni capaci di integrare efficacemente capacità umane e intelligenza artificiale siano destinate a sviluppare un vantaggio competitivo più solido. Come osserva Marco Valerio Morelli, amministratore delegato di Mercer Italia, «la scarsità di talenti è indicata come principale driver del people plan da oltre la metà degli esponenti della C-suite e solo il 32% dei top manager ritiene che la propria organizzazione sia oggi davvero in grado di combinare in modo efficace le competenze delle persone con le tecnologie». La vera sfida, insomma, si gioca sulla capacità delle imprese di tradurre le potenzialità degli strumenti innovativi in produttività e crescita sostenibile.

Il mismatch di competenze e l’imperativo del reskilling

Se esiste un terreno sul quale si misura concretamente la capacità delle imprese di affrontare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale è dunque indubbio che questo sia quello delle competenze. Non è certo la prima volta che aziende e responsabili HR devono affrontare lo “shortage” di talenti ma i modelli generativi e le sempre più popolari soluzioni agentiche stanno modificando profondamente natura e dimensioni di questo fenomeno. E questa profonda accelerazione deriva soprattutto dal fatto che le organizzazioni non cercano soltanto specialisti tecnologici ma hanno bisogno di figure capaci di tradurre il potenziale dell’AI in applicazioni di business, di governarne l’adozione e di accompagnare il cambiamento all’interno dei processi aziendali. Stando allo studio, il 65% dei dirigenti si aspetta che nei prossimi due anni tra l’11% e il 30% della propria forza lavoro venga riallocata o riqualificata in funzione dei programmi di implementazione dell’intelligenza artificiale mentre, in parallelo, il 63% degli executive ritiene necessario adottare modelli di gestione delle persone fondati sulle competenze piuttosto che sui ruoli tradizionali.

In Italia il problema assume caratteristiche particolari perché alla generalizzata difficoltà di reperire professionalità avanzate in ambito tecnologico si sommano infatti alcuni fattori strutturali, come la composizione del nostro tessuto produttivo, fatto principalmente da Pmi e filiere. «Rispetto a mercati più maturi come il Nord Europa, il Regno Unito o gli Stati Uniti – ha osservato in proposito Morelli - il nostro Paese sconta una certa fatica nel far crescere l’offerta formativa alla stessa velocità con cui cresce la domanda delle imprese e questo si traduce in impatti molto concreti: tempi più lunghi per avviare progetti di AI, difficoltà nel portarli a scala e maggiori colli di bottiglia nella governance e nell’implementazione».

Il mismatch di competenze assurge di conseguenza a tema strategico ma al contempo anche molto operativo, incidendo direttamente sulla produttività e sulla velocità di trasformare i progetti pilota in soluzioni industrializzate. La questione, in altre parole, va oltre la ricerca di data scientist, machine learning engineer o cloud architect perché il vero obiettivo delle imprese sono figure ibride, in grado di muoversi tra competenze verticali e specialistiche e conoscenza dei processi industriali e di tradurre il potenziale dell’AI in casi d’uso concreti nei diversi settori. In questo scenario, l’upskilling e il reskilling diventano non solo una leva di sviluppo delle persone ma una condizione necessaria per la competitività delle organizzazioni. Il capitale umano torna quindi ad essere elemento centrale della strategia industriale come asset da valorizzare e la vera sfida, come sintetizza efficacemente l’amministratore delegato di Mercer, «non è scegliere tra persone e tecnologia, quanto piuttosto trasformare l’AI in valore reale per il business senza impoverire il capitale umano. Le aziende che lo faranno meglio saranno quelle capaci di colmare il gap di competenze, ridisegnare ruoli e responsabilità e costruire una nuova alleanza tra impresa e lavoratori fondata su aggiornamento delle skill, fiducia e chiarezza sul cambiamento».

La necessità di un nuovo modello di leadership

Se la disponibilità (o per meglio dire la carenza) di competenze rappresenta il primo nodo da sciogliere, il secondo riguarda il tema della leadership. La ricerca evidenzia in tal senso un apparente paradosso, che nasce dalla contrapposizione fra la curva di crescita degli investimenti nelle tecnologie dell’AI e la diminuzione della fiducia (lamentata dai vertici aziendali) nelle proprie capacità di gestire efficacemente la trasformazione. Fra i dati più significativi contenuti nello studio, spicca quello che vede solo il 51% degli executive considerarsi pronto ad affrontare il nuovo paradigma organizzativo, contro il 65% rilevato due anni prima.

«C’è un gap – sottolinea in proposito Morelli – che è soprattutto culturale e di leadership, più che strettamente tecnologico, proprio perché la tecnologia oggi è sempre più accessibile. Il punto focale della questione è dunque un altro: le aziende devono ripensare processi, ruoli, metriche e modalità decisionali ed è su questo piano che spesso si crea il divario tra consapevolezza e azione, quella che chiamiamo awareness‑action gap. Uno degli errori più frequenti – continua ancora l’AD - è considerare l’AI come un tema da affidare all’area IT o a un gruppo ristretto di specialisti mentre in realtà l’intelligenza artificiale cambia il modo in cui si lavora, si prendono decisioni e si misurano i risultati. Un secondo errore è partire dai tool invece che dai problemi di business: molte organizzazioni sperimentano soluzioni interessanti, ma senza una chiara priorità strategica, senza una governance e senza metriche di impatto, con il rischio di accumulare proof of concept che non arrivano mai davvero in produzione».

In questo contesto emerge quindi una figura manageriale diversa da quella che ha caratterizzato l’ultima stagione della trasformazione digitale, che indossa le vesti di facilitatore di nuove modalità di collaborazione tra persone e agenti digitali e non più solo quelle di decisore e controllore. Nell’era dell’AI serve una leadership che sappia costruire fiducia, favorire la sperimentazione e creare le condizioni perché innovazione tecnologica e valore umano possano procedere nella stessa direzione. Senza dimenticare che, come ricorda ancora Morelli, che «bias, explainability, responsabilità nell’utilizzo dell’AI e sicurezza dei dati sono temi che vanno affrontati fin dall’inizio. Se mancano policy chiare, aumenta il rischio percepito e l’organizzazione tende a rallentare: la leadership deve quindi creare le condizioni perché l’AI sia adottata con fiducia, responsabilità e impatto reale». Per le imprese italiane, la partita si gioca su due campi: da una parte colmare il deficit di competenze e dall’altro sviluppare una nuova cultura manageriale in grado di guidare il cambiamento. Perché, come suggerisce il report Mercer, il vantaggio competitivo nel business segnato dall’intelligenza artificiale premierà soprattutto le aziende che riusciranno a integrarla meglio con il talento, le competenze e la leadership “aumentata” dei manager che le guidano.

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