Gestione Aziendale

L’integrazione dell’intelligenza artificiale in azienda: sfide e opportunità per i Ceo e il management

L’esperto Pierluigi Casale analizza l'adozione dell'AI da parte delle aziende, le sfide etiche e normative e l'approccio differenziato tra grandi imprese e PMI

di Gianni Rusconi

4' di lettura

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Facile a dirsi, un po’ meno a metterlo in pratica: parafrasando il noto proverbio, e calandolo nel sempre più ampio raccoglitore in cui convergono criticità e opportunità legate all’intelligenza artificiale, il compito che spetta ai Ceo e al management per integrare adeguatamente questa tecnologia in azienda è per l’appunto difficile. Pierluigi Casale, docente di OPIT (Open Institute of Technology, istituzione accademica nata due anni fa e specializzata nel campo della Computer Science) e consulente tecnico del Parlamento Europeo per l’implementazione e la regolamentazione dell’AI, è fra coloro che hanno contribuito alla definizione dell’AI Act, fornendo consulenza su aspetti di sicurezza e responsabilità civile. Il suo compito, insomma, è quello di garantire che l’adozione dell’intelligenza artificiale (in primis all’interno delle commissioni parlamentari che operano a Bruxelles) sia non solo efficiente, ma anche etica e conforme alle normative. E, ovviamente, il suo non è un compito facile.

L’esperienza maturata negli ultimi 15 anni nel campo del machine learning e il ruolo ricoperto in organizzazioni come Europol e in primarie aziende tecnologiche sono i requisiti che Casale mette in tavola per bilanciare l’esigenza degli organismi Ue con le pressioni esercitate dalle Big Tech americane e per preservare un approccio indipendente alla regolamentazione dell’intelligenza artificiale. Una tecnologia, bene ricordarlo, che implica conoscenze ampie e diversificate, che spaziano dallo spettro normativo/applicativo alle questioni geopolitiche, dalle limitazioni computazionali (comuni alle imprese e alle istituzioni pubbliche europee) alle sfide legate all’addestramento dei modelli di linguaggio di grande formato.

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I Ceo e l’AI

A nostra precisa domanda sul come Ceo e C-suite stanno “digerendo” l’AI in termini di etica, sicurezza e responsabilità, Casale non si è sottratto, inquadrando il tema sulla base del proprio percorso professionale. «Ho rilevato in modo particolare due trend: il primo interessa le aziende che hanno iniziato a usare l’intelligenza artificiale prima dell’AI Act e che oggi hanno l’esigenza, nonché l’obbligo, di adattarsi al nuovo framework etico per essere conformi ed evitare sanzioni; il secondo riguarda invece le aziende, come quelle italiane, che solo ora si stanno affacciando a questa tematica, spesso in termini di progetti sperimentali e incompleti (l’espressione usata testualmente è “proof of concept”, ndr) e senza che questi abbiano prodotto valore. In questo caso, la componente etica e normativa si integra nel percorso di adozione».

In generale, secondo Casale, c’è ancora molto da fare anche sotto l’aspetto prettamente regolatorio, in ragione del fatto che fra i diversi Paesi non c’è totale coerenza di visione e non c’è la stessa velocità nel recepire le indicazioni. La Spagna, in proposito, fa scuola, avendo istituito (con decreto reale dell’8 novembre 2023) una “sandbox” dedicata, ossia uno spazio di sperimentazione normativa per l’intelligenza artificiale mediante la creazione di un ambiente controllato di test nella fase di sviluppo e pre-commercializzazione di alcuni sistemi di intelligenza artificiale, al fine di verificare la conformità ai requisiti e agli obblighi previsti dall’AI Act e di guidare le aziende a un percorso di adozione regolamentata della tecnologia.

«I Ceo che già lavorano con l’AI – spiega ancora l’esperto di OPIT – vedono l’investimento in materia di compliance come necessario, i secondi come un’opportunità: e proprio questi ultimi, sulla carta, hanno il vantaggio di poter definire una strategia anche in chiave etica e di responsabilità civile».

Pmi in maggiore difficoltà

C’è un ulteriore tema che accompagna la diffusione dell’AI nel tessuto aziendale europeo ed è quello della differenza di “approccio” fra grandi imprese e Pmi. I top executive delle organizzazioni di classe enterprise, come conferma Casale, hanno budget e risorse per affrontare e gestire adeguatamente la sfida della compliance. Le piccole e medie realtà, invece, sono in una posizione di attesa per capire come portare avanti il processo di sviluppo e il rischio che molte possano rallentare nel percorso di innovazione, e che prevalga un atteggiamento conservativo verso l’uso dell’intelligenza artificiale, è palese.

Non meno importante, infine, è la questione delle competenze, molto sentita sia in ambito tecnico che legale. «Le skill e i requisiti di AI Engineer e Data Scientist, con tutte le loro variazioni sul tema, sono ormai definite ed è evidente – assicura Casale - che vi sia una domanda in forte aumento. Sono però dell’idea che non ci possa essere una formazione solo di tipo ingegneristico o focalizzata unicamente sugli aspetti normativi: servono invece percorsi che combinano le due dimensioni e che portato a preparare i nuovi Chief AI Officer, e cioè figure di responsabilità ad alto livello chiamate a governare tutte le attività legate all’uso dell’intelligenza artificiale». Non di meno, sempre secondo l’esperto, serve uno strato di specialisti che vadano a studiare gli impatti e le implicazioni della tecnologia sulla società, anticipandone i possibili rischi.

Le vecchie università non bastano

Resta da chiedersi, in conclusione, se l’Italia è al passo nel soddisfare questa esigenza, e in proposito la risposta di Casale è ancora una volta precisa e trasparente: «Le Università vecchio stile non possono più essere funzionali a tale scopo, perché occorre capire come insegnare una nuova forma mentis e non una tecnologia in quanto tale, vista la velocità di evoluzione della stessa. Siamo nel mezzo di una fase di grande cambiamento e di evoluzione verso percorsi di studio dinamici, e in altri Paesi europei questa trasformazione è già iniziata». Nel frattempo, l’intelligenza artificiale prosegue nel suo corso e lascia intendere che non sarà una moda passeggera. Anzi. «L’AI – conclude infatti il docente di OPIT - c’è ed è qui per rimanere da protagonista: per insegnarla e scaricarla a terra in modo adeguato è necessaria una corretta governance della tecnologia e l’AI Act è un primo importante passo in questa direzione. Ma c’è ancora un grande lavoro da fare».

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