L’indagine

La carenza di figure specializzate ostacola l’adozione dell’intelligenza artificiale in Italia

Studio di Red Hat evidenzia la mancanza di Data Scientist e esperti di machine learning come principale ostacolo per l'AI in Italia

di Gianni Rusconi

Adobestock

5' di lettura

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Un recente studio internazionale di Red Hat, la più grande azienda di software open source al mondo, ha evidenziato come l’80% dei responsabili IT italiani consideri la mancanza di figure specializzate come i Data Scientist o gli esperti di machine learning rappresenti un ostacolo significativo per sbloccare il potenziale dell’intelligenza artificiale nel tessuto economico locale. Una sorta di plebiscito che tocca anche la sfera della cybersecurity (ben l’82% dei manager informatici del nostro Paese considera questa come la lacuna principale, ben al di sopra della media globale del 65%) e che si riflette in uno scenario che evidenzia da tempo l’urgente necessità di investire in formazione e riorganizzazione aziendale per affrontare le crescenti complessità legate all’adozione delle tecnologie degli algoritmi. Con Rodolfo Falcone, Country Manager di Red Hat per l’Italia, proviamo a capire le strategie che le aziende italiane dovrebbero adottare per colmare questo divario di competenze, promuovere la collaborazione tra i team e garantire un utilizzo sicuro e responsabile dell’AI.

Tutti concordano sulla necessità di investire in formazione e competenze per garantire la sicurezza delle infrastrutture critiche ma la mancanza di figure specialistiche è cronica: dove sta il vero problema?

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Sono diversi i fattori che contribuiscono alla generale carenza di profili altamente specializzati. Da un lato, la domanda di queste figure cresce a ritmi esponenziali, spinta da un’ampia adozione dell’AI. Dall’altro, il sistema formativo fatica formare un numero sufficiente di studenti e professionisti con i ritmi che sarebbero richiesti. Non si tratta quindi solo di una carenza numerica di figure ma di un disallineamento tra le competenze disponibili e quelle effettivamente necessarie per operare in un settore in così rapida evoluzione. Come evidenzia la nostra ricerca, mancano Data Scientist con esperienza su modelli di AI generativa ed esperti di machine learning capaci di addestrare e ottimizzare modelli specifici di dominio, ma anche cloud architect con competenze in ambito di sicurezza e scalabilità nel cloud ibrido. Questo gap tra domanda e offerta di competenze ha il duplice effetto negativo di rallentare l’adozione dell’intelligenza artificiale nelle imprese italiane e limitarne il potenziale di innovazione.

Per la maggioranza dei responsabili IT è importante poter contare su modelli di AI trasparenti e con fonti spiegabili. Il management aziendale è altrettanto sensibile sull’uso etico e responsabile della tecnologia?

Per la natura del loro ruolo, gli It manager sono più consapevoli delle implicazioni tecniche e dei potenziali rischi legati all’utilizzo di modelli di intelligenza artificiale non trasparenti, mentre il resto del management potrebbe in effetti non avere la stessa familiarità con questi aspetti. Come raccontano recenti dati pubblicati da McKinsey, solo il 40% delle aziende è consapevole dell’importanza della “spiegabilità” dell’AI come fattore di rischio e solo il 17% si impegna attivamente per mitigare questo rischio. Che cosa ci suggeriscono questi numeri? Che molte aziende privilegiano il ritorno sull’investimento e la velocità di implementazione rispetto alle questioni etiche. Anche l’open source può certamente contribuire alla trasparenza, ma non è di per sé sufficiente a garantire un utilizzo etico e responsabile dell’AI. Ed è quindi necessario un approccio olistico che consideri non solo la trasparenza, ma anche la sicurezza, la privacy e l’impatto sociale di queste tecnologie, sostenute da un’attenta gestione delle stesse. In definitiva, l’obiettivo è che i modelli di AI migliorino la società mentre la salvaguardano dai rischi e sono di conseguenza necessari collaborazione e lungimiranza etica per raggiungere un equilibrio che sostenga i principi di apertura senza compromettere la sicurezza.

I modelli specifici di dominio, si legge nella vostra ricerca, sono un fattore importante nel determinare la fiducia di un sistema per la Gen AI: cosa significa?

Lo studio ci dice che la percentuale di IT manager italiani di questo avviso arriva all’84%, un dato che evidenzia come le nostre aziende stiano maturando una visione più pragmatica e concreta dell’AI generativa. Non si cerca più la soluzione universale, ma strumenti mirati in grado di rispondere a problematiche specifiche del proprio settore. I Cio e i responsabili informatici, in altre parole, esprimono la propria fiducia in modelli cosiddetti “domain-specific” perché riconoscono in questi una maggiore efficacia, controllo e performance ottimizzate. I ben noti LLM, i modelli di linguaggio di grande formato addestrati su dataset generalisti, sono invece adatti a compiti generici. Questo è particolarmente rilevante per settori altamente regolamentati come quello finanziario, in cui gli SLM sono la soluzione ideale per attività come l’analisi del sentiment, la rilevazione delle frodi e la personalizzazione dell’esperienza cliente. Inoltre, gli Small Language Model richiedono minori risorse computazionali e un minor consumo energetico, il che li rende più accessibili e sostenibili per le aziende. La preferenza per i modelli specifici di dominio indica quindi una maggiore maturità nell’adozione dell’AI, con la consapevolezza che il valore di uno strumento di intelligenza artificiale non si misura solo in termini di potenza, ma soprattutto in termini di risultati concreti per il business.

Sviluppare le competenze digitali internamente oppure attraverso partnership con università e centri di ricerca: quale delle due opzioni oggi è realisticamente più percorribile?

Entrambe le opzioni sono essenziali e complementari. Investire nella formazione interna e in progetti di upskilling e reskilling permette di valorizzare le risorse esistenti, creare figure professionali specializzate sulle esigenze specifiche dell’azienda e diffondere una cultura digitale all’interno dell’organizzazione. Le collaborazioni con il mondo accademico sono a loro volta fondamentali per accedere a competenze di avanguardia, favorire il trasferimento tecnologico e creare un ecosistema di innovazione. Nel nostro caso, partnership come quella in essere con “Teens in AI”, un’organizzazione internazionale con l’obiettivo di ispirare i giovanissimi a esplorare un futuro nell’ambito tech e AI, dimostrano l’importanza di investire nella formazione delle nuove generazioni e di creare un ponte tra il mondo dell’education e il mondo del business. L’aspettativa, in generale, non è solo quella di formare singoli professionisti, ma di creare un ecosistema di competenze diffuso, dinamico e in continua evoluzione.

Perché, partecipando attivamente alle community open source, le aziende italiane potrebbero contribuire a costruire un futuro digitale più forte, innovativo e sostenibile?

Perché possono beneficiare di un ecosistema collaborativo, basato sulla condivisione della conoscenza e sull’innovazione aperta. Quello che una volta era considerato un approccio di nicchia allo sviluppo del software è ora ampiamente accettato come un approccio diffuso che porta numerosi vantaggi economici e commerciali alle organizzazioni. Il riscontro è concreto e assai ampio: molti dei nostri clienti non si limitano a consumare tecnologie open source ma partecipano attivamente alle comunità open source e molte imprese, soprattutto quelle che operano nello stesso settore, si trovano tipicamente ad affrontare gli stessi problemi. Del resto, la percentuale di funzioni del codice che rende un’azienda unica è del 20%, e ciò significa che il restante 80% riguarda funzionalità assolutamente non differenzianti. L’adozione di un approccio open source e la condivisione del codice relativo a queste funzioni non differenzianti aiutano quindi le organizzazioni a diventare più innovative.

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