Consumi

Ecco perché c’è sempre meno latte fresco nelle abitudini degli italiani

In dieci anni le vendite destinate al mercato domestico sono diminuite del 20% e solo il 14% delle famiglie lo beve ogni giorno. Cresce invece l’utilizzo da parte di bar e per la produzione di gelati

di Manuela Soressi

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Non tutto quello che sembra fresco lo è realmente. Soprattutto se si tratta di latte. Non basta che sia confezionato nelle classiche bottiglie di plastica trasparente, né che abbia un brand conosciuto e neppure che sia nei frigoriferi dei negozi. Deve riportare in etichetta l’indicazione “fresco”, riservata per legge solo al latte pastorizzato in flusso continuo a un minimo di 72 °C per almeno 15 secondi. Ma questa parola si trova ormai su poche confezioni: solo nove delle 30 proposte in media in un superstore come Esselunga.

Inoltre di latte fresco ne trova sempre meno, anche perché le vendite continuano a diminuire. Negli ultimi 12 mesi, secondo Niq, sono calate del 2,7% a volume (contro il -1,4% del latte Uht), scendendo sotto i 418 milioni di litri, 106 milioni di litri in meno rispetto al 2015 (-20%). E se a valore il giro d’affari resta stabile, di poco sotto ai 728 milioni di euro, lo si deve soprattutto al rincaro del 2,3% del prezzo medio, che è arrivato anche a superare la soglia psicologica dei due euro al litro. E anche questo spinge il mercato verso il latte Uht, che costa circa il 30% in meno.

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Dunque, il latte fresco pastorizzato sta gradualmente scomparendo dal mercato perché non è più sostenibile, soprattutto economicamente. I produttori lo devono termizzare entro 48 ore dalla raccolta e lasciare in commercio solo sei giorni al massimo, dopodiché lo devono ritirare dai negozi a loro spese. Un impegno (e un costo) importante per un prodotto che viene comprato sempre meno e con minor frequenza. Se l’85% delle famiglie italiane acquista latte vaccino solo il 14% lo beve ogni giorno, rivela un’indagine condotta da Nomisma per il progetto “Think Milk, Taste Europe, Be Smart!”, e inoltre la minor natalità continua a ridurre il target principale, quello delle famiglie con figli piccoli. Se a metà degli anni ’60 il consumo medio annuo in Italia era di 66 litri annui ora si è scesi a una cinquantina e la media pro capite è di 115 ml al giorno contro i 375 ml consigliati dalle linee guida nutrizionali.

Questo scenario ha spinto i produttori a sostituire il latte fresco con quello pastorizzato a temperatura elevata e con quelli Esl (Extended shelf life) che, essendo riscaldati da 80 a 135 °C per pochi secondi, hanno il vantaggio di durare fino a 25-30 giorni. Una soluzione che piace a tutti: i produttori e i retailer possono lasciare più tempo il prodotto a scaffale, mentre i consumatori hanno più giorni per poterlo consumare senza sprecarlo.

Dal 2023 Granarolo ha scelto di produrre solo latti pastorizzati a maggior durata e anche un prodotto top come il Latte Fieno Stg, emblema degli allevatori altoatesini, ha dovuto adeguarsi al mercato. «Quello fresco è destinato principalmente al mercato locale, dove si può garantita una filiera corta e una distribuzione quotidiana mentre nel resto d’Italia arriva il Latte Fieno Esl “più giorni”» conferma Andreas Österreiche, responsabile controllo qualità alimenti alla Federazione Latterie Alto Adige.

Ma c’è comunque chi resta ancorato al latte fresco. Sono soprattutto le private label, che ne fanno il top dell’offerta e che se lo fanno realizzare da copacker come Padania Alimenti o Latteria Soresina. Ma resistono anche aziende storiche, radicate sul territorio, come Latte Sole in Sicilia, Berna in Campania e Silac In Puglia (tutte appartenenti al gruppo Lactalis) e alcune centrali del latte, come quelle di Torino e Roma, Vicenza e Salerno. Altri produttori ne hanno amplificato il profilo di prodotto d’eccellenza, puntando sull’alta qualità (definizione anch’essa stabilita per legge) o sul prodotto di montagna, come fanno Latteria di Soligo, Latteria Sociale Valtellina e Latte Trento.

E poi c’è chi soddisfa il canale del fuoricasa, dove gelatai, baristi e pasticcieri dell’uso di latte e panna freschi fanno un punto di forza. «È un paradosso: il consumatore finale si sposta sempre più verso il latte a maggior durata, mentre le aziende alimentari e gli artigiani esigono quello fresco pastorizzato e ne segnalano l’utilizzo in quanto valore aggiunto», rileva Simone Aiuti, direttore generale di Fattoria Latte Sano, terzo player del latte fresco in Italia e primo nel Lazio, con 120 milioni di euro di ricavi 2025. L’azienda romana fornisce ogni giorno centinaia di bar, pasticcerie e gelaterie nonché grandi brand di gelati industriali ed è proprio questa solida domanda (in espansione) ad aver migliorato il vissuto e garantito la “sopravvivenza” del latte fresco pastorizzato, che rappresenta il 70% dei volumi aziendali. «Il latte fresco pastorizzato di alta qualità destinato ai baristi è il nostro top seller e vende sempre di più, ma non basta a sostenere il mercato” sottolinea Aiuti, che anticipa l’investimento 2026-2027 di 10 milioni di euro per efficientare e ampliare la capacità produttiva, anche nei latti Esl.

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