Black Friday e Cyber Monday, un’indagine Ue svela sconti irregolari e pratiche ingannevoli
Su 314 venditori online il 30% ha applicato promozioni non conformi alle norme. Ora tocca alle autorità nazionali per la tutela dei consumatori intervenire con azioni sanzionatorie
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Offerte così generose da sembrare sospette? Non è l’impressione di un utente eccessivamente giudizioso ma una realtà di fatto. Un’evidenza emersa da una recente indagine condotta dalla Commissione europea e l’autorità per la tutela dei consumatori di 23 Stati membri, Islanda e Norvegia, che ha acceso i riflettori su un quadro ben poco limpido: su 314 operatori e marketplace online monitorati, nel 2025 il 30 per cento circa ha applicato sconti irregolari o erroneamente gonfiati in occasione del Black Friday e del Cyber Monday.
Risultati e obiettivo dell’indagine
L’obiettivo dello sweep (l’annuale attività di monitoraggio coordinata di Ue e governi nazionali per stanare casi di violazione delle norme sulla tutela dei consumatori) era, in questo caso, verificare l’aderenza alla Direttiva europea sull’indicazione dei prezzi. In particolare, l’allineamento alla disposizione dei «30 giorni»: nel momento in cui viene annunciato uno sconto, l’azienda è obbligata a indicare, come elemento di confronto, il prezzo più basso applicato nei 30 giorni precedenti all’inizio dei saldi. Non solo: la cifra scontata (e proposta poi ai potenziali clienti) deve già includere tutti i costi «obbligatori e inevitabili», tra cui spese di spedizione e Iva.
Guardando nel dettaglio ai numeri dello screening a tappeto, accanto al 30 per cento dei venditori che non ha rispettato la regola dei «30 giorni», si riscontra un 30 per cento che lo ha fatto solo in modo parziale e un risicato 40 per cento che ha seguito alla lettera quanto stabilito da Bruxelles, senza attirare gli acquirenti con percentuali errate e fuorvianti.
Focus sulle pratiche ingannevoli
Ma non finisce qui: l’indagine, infatti, ha acceso i riflettori anche su una serie di pratiche ingannevoli, sempre più adottate dalle piattaforme di e-commerce per influenzare le scelte dei consumatori. E pregiudicare la concorrenza, su tutti il commercio tradizionale. Ne è venuto fuori che il 36 per cento dei venditori online ha tentato di aggiungere articoli opzionali ai panieri dei consumatori: di questi quattro su dieci lo hanno fatto senza chiedere né ottenere esplicito consenso. Il 34 per cento, poi, ha adoperato la tecnica del «confronto tra i prezzi di brand simili» ma 6 su 10 non hanno chiaramente spiegato quale fosse il parametro di riferimento adoperato per la comparazione.
Ancora: il 18 per cento ha usato tecniche di «vendita a pressione», comunicando ad esempio che un articolo fosse quasi sold out quando in realtà non lo era o usando un timer con il conto alla rovescia per accelerare l’acquisto. Lo sweep ha rivelato che oltre la metà dei casi analizzati partiva da intenzioni poco trasparenti o affermazioni del tutto false (come quella dell’imminente esaurimento scorte per convincere i clienti ad affrettarsi a comprare l’articolo). Una percentuale più ridotta ma sempre rilevante, il 10 per cento, ha infine fatto ricorso al cosiddetto «drip pricing», aggiungendo al prezzo del prodotto costi in più o in ritardo nel processo di acquisto, come ad esempio le spese di spedizione o di servizio.








