Economia e società

Negozi di vicinato, la desertificazione colpisce presidi sociali

Per quattro italiani su cinque le vetrine di quartiere contribuiscono alla tenuta delle comunità e del territorio. Ma a oggi sono 209 i Comuni senza punti vendita. Soffrono di più le città medio-piccole

di Margherita Ceci

Negozi di vicinato (Imagoeconomica)

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C’è un fattore che i big dell’e-commerce non sono ancora riusciti a rubare alla controparte fisica: il rapporto umano. I dati raccolti dall’Osservatorio Reciprocità e commercio locale (promosso da Nomisma insieme a Percorsi di Secondo Welfare), sono molto chiari: per quattro italiani su cinque i negozi di vicinato sono presidi sociali che garantiscono la tenuta dei territori e delle comunità. Eppure, stando ai dati di Confcommercio, a oggi sono 206 i Comuni italiani che non hanno alcun esercizio di commercio al dettaglio.

I numeri

Lo studio, anticipato dal Sole 24 Ore, riporta la voce dei cittadini, che non solo ritengono che le attività di quartiere favoriscano l’economia sociale (nell’84% dei casi), ma le percepiscono come strumenti essenziali per rendere vivi i centri urbani (81%) e per generare un impatto sociale positivo (72%). E la riprova si vede nel mercato immobiliare: secondo Confcommercio, le case situate in quartieri colpiti da desertificazione commerciale perdono attrattività, causando una perdita di valore del 16% (ma il differenziale arriva al 39% rispetto a un immobile situato in un quartiere ricco di negozi).

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Sono dati che suggeriscono quanto la pianificazione cittadina– urbanistica, demografica, sociale – dovrebbe andare di pari passo con quella commerciale. Con le peculiarità del singolo Comune: se le città più grandi hanno problemi nei centri storici e si muovono per ripopolarli, le zone rurali non hanno nemmeno avuto la forza politica e demografica per provare a contrastare le chiusure. «È stato chiuso tutto, e nessuno ha potuto protestare», spiega Francesco Capobianco, capo alle Politiche pubbliche di Nomisma, che cura l’Osservatorio. «Quando si arriva a chiudere l’ufficio postale, vuol dire che il paese semplicemente non esiste più».

Ma a soffrire maggiormente sono le città di medie dimensioni: «Per intenderci, non Bologna ma Forlì. Dove non c’era un tessuto industriale forte in grado di sostenere i salari e la città era molto legata al commercio, appena questo è venuto meno sono emersi i problemi: di sicurezza urbana, rendita immobiliare, presidio sociale». Le stime di Confcommercio al 2035 sembrano confermare il trend: Ancona rispetto al 2024 potrebbe perdere il 38,3% delle sue attività, Trieste il 31,1%, Ravenna il 30,9 per cento.

L’intervento degli enti locali

Gli enti locali si muovono come possono: dagli hub dell’Emilia-Romagna a veri e propri «Festival della prossimità». Azioni che rischiano però di avere breve respiro, se non si trovano meccanismi in grado di autoalimentarsi nel tempo. Uno di questi, secondo Nomisma, è la reciprocità, ovvero «un’azione positiva compiuta senza che sia stabilito un tornaconto diretto, attivando un circolo virtuoso che darà benefici a tutti gli attori coinvolti», spiega Capobianco. Un principio, secondo l’Osservatorio, che se applicato alle imprese locali potrebbe fare da «leva concreta per attivare reti collaborative e generare valore condiviso sul territorio». A questo proposito, il 91% degli intervistati dallo studio ha dichiarato di ritenere il principio di reciprocità importante.

«Negli ultimi anni si è sperimentato molto – spiega Valentino Santoni, ricercatore di Percorsi di Secondo Welfare, lab dell’Università degli Studi di Milano– ma spesso i risultati scarseggiano perché si ha difficoltà a proseguire le iniziative». Per capire gli ostacoli, il laboratorio ha realizzato dei focus group con addetti ai lavori, sindaci e assessori. Il risultato è stata la stesura di un Manifesto di best practice, come l’adozione di nuovi strumenti digitali. «Spesso c’è una difficoltà da parte del commerciante nello svincolarsi dal modo di lavorare tradizionale. Serve cambiare approccio, aprirsi a strumenti come i social, innovare la comunicazione del prodotto. Bisogna cioè arrivare a un commercio ibrido, applicando le strategie del mercato online anche a quello locale».

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