Birra artigianale

Birrificio Italiano, 30 anni di storia in un caso di successo (anche negli affari)

A colloquio sul futuro del settore con Agostino Arioli, tra i pionieri del fenomeno della «craft» nazionale che, senza mai snaturarsi, oggi fattura 2,3 milioni

di Giambattista Marchetto

Agostino Arioli, fondatore e proprietario di Birrficio Italiano con la sua storica birra Tipo Pils

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Era l’inizio di aprile 1996 quando Agostino Arioli e il fratello Stefano aprivano il loro brewpub a Lurago Marinone, un piccolo paese del Comasco. Si chiamava Birrificio Italiano, primo in Lombardia e tra i primissimi in Italia. Spillatura in due tempi, bicchieri dedicati a ogni stile, birra fresca ma non ghiacciata, non pastorizzata, non filtrata: un modello di servizio inedito per i clienti di allora. Trent’anni dopo, quell’avventura è diventata un’azienda che nel 2025 ha prodotto 6.500 ettolitri con un fatturato di 2,3 milioni di euro, distribuiti in tutta Italia e in tredici paesi esteri.

La via italiana alla birra artigianale

Gli inizi sono stati pionieristici, essenzialmente perché «non esisteva una cultura birraria italiana, non c’era una tradizione», ricorda Arioli. «Non sono tedesco, non sono inglese, non sono belga, quindi non sono influenzato da alcuna tradizione. Di conseguenza, pur avendo una formazione tecnica, ho avuto un approccio molto libero, molto creativo». Niente improvvisazione: alle spalle c’erano studi di agraria, anni di homebrewing, pratica industriale alla Von Wunster e alla Poretti, viaggi formativi in Germania e in Canada. Eppure la mancanza di una tradizione codificata si è rivelata un vantaggio, tanto che «adesso, dopo trent’anni, sappiamo cosa significa birra all’italiana. E ancora oggi è contraddistinta da un approccio un po’ più creativo», almeno rispetto alle grandi scuole birrarie europee. «Molti italiani non lo sanno, ma noi italiani abbiamo un apprezzamento planetario», annota il mastro birraio.

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Il caso più emblematico è la sua Tipopils (prodotta dal 1996) ovvero una pilsner di ispirazione tedesca e ceca lavorata con la tecnica anglosassone del dry hopping. Una birra capace di colpire il mastro birraio di Firestone Walker, Matt Brynildson, che ha portato negli Stati Uniti lo stile inventato ad Arioli, e che ha portato la “Italian Pilsner” al riconoscimento come categoria dal BJCP americano.

Crescita senza perdere identità

La traiettoria dell’azienda racconta una crescita quasi ininterrotta: dai 300 ettolitri del 1996 si è passati ai 2.500 del 2012 (quando la produzione si è trasferita nell’attuale sede di Limido Comasco) fino ai 6.200 del 2023, anno in cui è stato raddoppiato il volume della sala cottura con un investimento di circa 400mila euro, con un intervento anche sul fronte del recupero energetico.

L’80% delle vendite avviene nell’Horeca (bar e ristoranti, ndr) in fusto e il presidio geografico rimane forte sul territorio di origine (il 42% va al nord-ovest, il 20% al nord-est, il 25 % nel resto d’Italia).
Le prime esportazioni risalgono ai primi anni 2000 con la prima spedizione di un bancale di birra in bottiglia verso gli Stati Uniti. Attualmente l’export ha raggiunto valori intorno al 13% del volume totale, con destinazione Europa, ma anche Stati Uniti, Giappone e più recentemente anche la Cina.

Il locale storico a Lurago Marinone (Como)

Un capitolo a sé è costituito dai due locali gestiti direttamente da Birrificio Italiano: insieme a quello storico di Lurago Marinone, dal 2017 si è aggiunto Birrificio Italiano a Milano in zona Stazione Centrale. «La somma dei due locali assorbe il 7% dei volumi di birra venduta, ma a parte l’elemento quantitativo, la loro attività è assai importante perché costituisce un riferimento per tutti i consumatori e gli operatori di settore che apprezzano la nostra birra».

Crisi di socialità o di prodotto?

Arioli non nasconde che il trend espansivo si è arrestato. «Fino al 2022 abbiamo avuto una crescita continua - riferisce - mentre dal 2024 è cominciata una crisi del ciclo post-Covid, che si manifesta nella contrazione dell’horeca e del comparto alcolici in generale. Mi sembra però una crisi di socialità, più che di prodotto. Tuttavia, nel confronto con l’industria, la birra artigianale regge, perché i prodotti di qualità tendono a soffrire meno grazie allo zoccolo duro di chi ha imparato a bere birre di carattere e difficilmente torna indietro».

l team del Birrifico Italiano

Su un punto Arioli è netto: «La birra artigianale deve restare un prodotto di nicchia, senza inseguire il mainstream industriale. Va bene se siamo pochi, va bene se produciamo e vendiamo poco... non è un problema se un artigianale non cresce e poi, diciamo, non si apre un birrificio artigiano per fare i soldi. In ogni caso non siamo migliori o peggiori dell’industria, siamo diversi. Noi, ad esempio, lavoriamo prodotti a bassa gradazione eppure rifiutiamo di fare birre analcoliche, perché non c’entra niente con il lavoro dell’artigiano: è uno snaturare il lavoro dei lieviti». E allo stesso tempo il movimento craft è stato e continua ad essere uno stimolo al comparto industriale, ma «dobbiamo continuare a lavorare in maniera creativa e innovativa».

Cultura brassicola in miglioramento

Sul versante del consumatore, Arioli è ottimista: «La cultura media dei bevitori di birra in Italia è nettamente superiore a quella di molti altri paesi. Un paradosso solo apparente, perché in Germania si beve la birra del padre e del nonno senza sapere cosa sia una Ipa; invece in Italia chi si è avvicinato alla birra artigianale lo ha fatto con curiosità e voglia di capire».

Una evoluzione che pochi pionieri - Baladin, Birrificio Lambrate, Beba a Villarperosa, Vecchio Birraio a Campo San Martino, oltre al Birrificio Italiano - hanno accompagnato nell’evoluzione della conoscenza e nell’innovazione.

30 anni di craft beer in un libro

In occasione dei festeggiamenti per il trentennale in terra comasca, è in uscita il libro “Di cotte e di crude. 30 anni di birra artigianale italiana” di Alessandra Agrestini (Maggioli Editore) e ci sarà anche la riedizione di trenta birre iconiche, a scandire le tappe di tre decenni di rivoluzione brassicola.

In questo tempo, «i birrai sono cresciuti molto, sono cambiate le tecnologie - chiosa Arioli - anche se noi rimaniamo dell’idea che dopo la fermentazione non si debba far nulla. Oggi ci sono birre perfette, ma a volte un poco noiose. Comunque la cosa più importante è lo scambio che continua ad esserci tra produttori. Siamo invecchiati ma non abbiamo perso la voglia di stare assieme e divertirci».

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