Professioni

Bartender, cresce il fascino dello shaker e dei cocktail tra i giovani

I corsi ospitati dagli istituti alberghieri sono passati da una decina a 300 in pochi anni e si conferma importante la presenza di giovani italiani nei bar più importanti del mondo

di Maurizio Maestrelli

Un momento delle competizioni per barman organizzate  a Roma dalle più importanti associazioni di categoria

4' di lettura

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Ogni anno l’Associazione Italiana Barmen e Sostenitori (Aibes), nata nel lontano 1949 e unica associazione di categoria ufficialmente riconosciuta con decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri, celebra il suo concorso nazionale. Questa volta al Marriott Park Hotel di Roma, in contemporanea, si è svolto anche il concorso mondiale dell’International Bartenders Association, cosa che non avveniva dal 1987.

Oltre le gare è stata l’occasione utile per fare il punto sullo stato di salute di una professione che storicamente ha visto molti italiani eccellere come da anni certifica la più prestigiosa classifica di settore, la World’s 50 Best Bars. Perché una cosa appare certa: quello del bartender è un mestiere che sta attraendo un numero sempre maggiore di giovani. Merito di una maggiore visibilità per le “star dello shaker” e di una rivitalizzazione del comparto distillati e liquori del quale i professionisti del bar sono ambasciatori e vetrina.

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«Negli istituti alberghieri – rivela Luciano Mammarella, consigliere Aibes delegato ai rapporti con queste scuole – siamo da qualche tempo a questa parte decisamente più presenti e richiesti. Qualche anno fa organizzavano dei corsi per studenti in meno di una decina di istituti, oggi siamo arrivati a circa trecento. È un dato significativo»

È un dato significativo anche la presenza di giovani talenti nelle principali città del bere miscelato come Londra e New York. Marco Maiorano, che a Roma quest’anno ha trionfato nel più prestigioso concorso riservato agli Under 28, il Premio Angelo Zola, è un napoletano che a diciotto anni, terminato il liceo scientifico, si è trasferito a New York cominciando una gavetta che dopo un anno di esperienza l’ha portato a lavorare a Londra allo Scarfes Bar del Rosewood London, un hotel 5 stelle lusso.
«All’inizio molti sacrifici: abitavo in periferia e condividevo l’appartamento con altre persone – spiega – ma dei compromessi si devono accettare se si vuole crescere. Oggi condivido sempre l’appartamento, ma è a Marble Arch, al lavoro vado in bici e lo stipendio si aggira sulle 40, 50 mila sterline con una buona percentuale però ottenuta dalle mance».Pur considerando il costo della vita della capitale britannica, è una cifra comunque interessante per un giovane di ventisei anni.

«L’esperienza all’estero è comunque fondamentale anche sotto altri punti di vista – commenta Giorgio Fadda, presidente dell’International Bartenders Association (Iba) – si può imparare molto, non solo la lingua, si può puntare a una carriera di prestigio e, qualora si volesse rientrare in Italia, si ha un curriculum che può fare la differenza. Consigli per un giovane che vuole tentare l’avventura? Londra certamente, ma anche altre mete in forte crescita come Singapore, Dubai e la Svizzera».

Sulle orme magari di italiani diventati ormai delle autentiche celebrities come Salvatore Calabrese, riconosciuto da tutti come The Maestro, giunto a Londra nel 1980 e diventato uno dei professionisti più stimati del settore.
«Il nostro più che un mestiere è un’arte – sottolinea – che richiede cultura, educazione, umiltà e non semplicemente tecnica e conoscenza, che sono requisiti necessari ma non esclusivi se si vuole fare la differenza ed emergere. Tenendo conto che oggi questa nostra professione è diventata anche più difficile rispetto al passato: quando ho iniziato io si avevano qualche decina di bottiglie da conoscere e far lavorare, oggi sono centinaia».

Già perché la rinascita del bartending ha trascinato la rivitalizzazione anche del comparto produttivo: le etichette di gin si sono moltiplicate all’inverosimile, le nuove toniche e le nuove bevande sodate hanno fatto la fortuna di giovani aziende, il vermouth sta conoscendo una nuova giovinezza.
«Il fatto che la professione di bartender stia riscuotendo maggiore attenzione rispetto al passato lo vediamo anche dall’affluenza ai nostri corsi», conclude Angelo Donnaloia, presidente Aibes –. Abbiamo decisamente più iscritti sia tra chi si avvicina per la prima volta sia tra chi, pur già lavorando, vuole migliorare il proprio profilo professionale. Anche perché oggi servono nuove competenze se si vuole fare carriera sia da dipendente di un hotel sia se si vuole tentare la strada dell’imprenditore titolare di un locale. Il lavoro è duro, gli orari spesso impegnativi e lo stipendio inizialmente parte mediamente da circa 1.200, 1.300 euro al mese. Ma per chi è capace le prospettive sono molto interessanti».

Già, perché oltre al lavoro dietro il banco di un bar i migliori bartender spesso sviluppano collaborazioni con aziende del settore, diventano formatori, ottengono retribuite “ospitate” in altri locali e assumono ruoli da brand ambassador di un qualche distillato.

Per la cronaca, a Roma il titolo di miglior bartender dell’anno è andato al veneto Mauro Suman, mentre il trofeo Flair, ovvero il bartending acrobatico, è stato vinto da Michael Moreni. Saranno loro a rappresentare l’Italia del bartending al prossimo mondiale in Portogallo, questo di Roma si è invece chiuso con la vittoria di Leo Ko, di Hong Kong nella categoria Classic e dell’argentino Roman Zapata in quella Flair.


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