Banco Lotto N°10, il sapore della libertà si nasconde tra le pieghe di un abito
Nella sartoria allestita all’interno del carcere femminile della Giudecca le detenute imparano a creare vestiti da zero e accumulano competenze spendibili all’esterno
7' di lettura
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Ci sono abiti che raccontano storie preziose e contengono moltitudini: non sono solo stoffa e impunture ma catturano il desiderio di un futuro (ancora) possibile e la rincorsa verso una nuova libertà. Tra le giacche colorate, le gonne a ruota e i vestiti dal sapore vintage che confezionano con cura, le detenute del carcere femminile della Giudecca, a Venezia, hanno trovato uno spazio dove imparare un mestiere può aiutare a riscoprirsi e a ripartire.
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Il lavoro in sartoria
Banco Lotto N°10, la sartoria all’interno della casa di reclusione, nasce nel 2003 e, da oltre vent’anni, è gestita dalla cooperativa sociale Il Cerchio Onlus. Tra i tavoli del laboratorio dove moda etica e giustizia riparativa operano in sinergia, le donne imparano a tagliare, cucire, costruire un capo da zero e, partecipando alle lavorazioni, si abituano a maneggiare compiti e responsabilità diverse. Nell’ottica di un reinserimento che punta all’emancipazione e all’accumulo di competenze spendibili fuori, una volta scontata la pena.
Un percorso (dall’apprendimento fino al lavoro regolarmente retribuito) costruito con metodo e strategia, ma anche con un dialogo virtuoso tra chi insegna e chi crea. Uno scambio di input che va oltre la semplice formazione pratica. «Lavoriamo con le ragazze cinque giorni a settimana, per mezza giornata. Assieme a me, che mi occupo dello sviluppo e del taglio dei cartamodelli, imparano l’arte della confezione sartoriale, il cuore operativo della nostra attività», racconta Margherita Uliana, direttrice artistica dell’atelier. «Il nostro processo creativo prende il via direttamente dalla materia prima: gran parte dei tessuti che utilizziamo ci viene donata, diventano così moodboard e ispirazione principale per collezioni e capi futuri. Partiamo dall’analisi dei materiali, valutiamo insieme le opzioni e le traduciamo nei modelli».
C’è anche il tentativo di rompere la monotonia di giornate che rischiano di assomigliarsi tutte e trovare soddisfazione in qualcosa di tangibile. «Iniziamo sempre con un piccolo rituale: entriamo, prendiamo le forbici e gli strumenti che ci servono e c’è poi la conta rigorosa, passaggio obbligato prima di aprire la sartoria. Appena fatta, accendiamo la musica, ci sediamo e iniziamo a lavorare in tranquillità», prosegue Uliana. «Come in qualsiasi lavoro, ovviamente, ci sono problemi da gestire ma la fase della confezione in sé è un momento davvero speciale».
L’iter produttivo è organizzato in modo tale che ciascuna detenuta - regolarmente assunta soltanto dopo un anno di tirocinio - possa seguire la creazione di un capo dall’A alla Z. Non ci sono target di produzione fissi da raggiungere e i tessuti lavorati, forniti in gran parte da un’eccellenza dell’artigianato veneto come Tessitura Luigi Bevilacqua, sono perlopiù seta shantung, lana, lino e cotone. «Per responsabilizzarle e gratificarle quanto possibile abbiamo scelto di non parcellizzare la produzione», chiarisce Adriano Toniolo, responsabile dei progetti in carcere della cooperativa. «Ogni detenuta, quindi, lavora su un solo capo dall’inizio alla fine: così assimila tutte le operazioni necessarie. E può idealmente apporre la sua firma sul vestito che ha realizzato».






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