«Le farfalle della Giudecca», il viaggio delle detenute verso un reinserimento virtuoso
Il documentario, che sarà proiettato oggi alle 19 al multisala Rossini di Venezia, racconta la vita quotidiana delle ospiti del carcere. E accende i riflettori sul valore del lavoro nel reintegro in società
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Storie di donne che iniziano a costruirsi o a ricostruirsi tra le quattro mura di un carcere. Come piccoli bruchi pronti a diventare farfalle e a spiccare il volo verso una vita di nuovi orizzonti, di obiettivi da rincorrere e sogni da realizzare. Si incastrano come i pezzi di un grande puzzle i racconti delle detenute al centro de «Le farfalle della Giudecca», il documentario firmato da Rosa Galantino e Luigi Ceccarelli (con la voce narrante di Ottavia Piccolo) che, giovedì 29 gennaio alle 19, ritorna a Venezia con una proiezione speciale al multisala Rossini, nel cartellone de «Le Città in festa». Tra gli invitati l’avvocatessa Giorgia Pea, consigliera comunale, la direttrice del carcere Maurizia Campobasso e due ospiti della casa di reclusione che hanno preso parte al progetto.
Un modello virtuoso
Realizzato con il patrocinio del ministero della Giustizia, del Dicastero per la cultura e l’educazione del Vaticano, del Patriarcato di Venezia, del Comune e di centri, fondazioni e associazioni tra cui Antigone, il docufilm - proiettato in prima nazionale durante l’82esima Mostra del cinema di Venezia - si propone di raccontare e ripercorrere le vite di un gruppo di detenute all’indomani della visita di Papa Francesco che, il 29 aprile 2024, atterrava all’istituto penitenziario femminile per visitare lo spazio espositivo della Biennale vaticana installato proprio nella vecchia cappella sconsacrata. «Il documentario è nato con uno scopo preciso: mostrare una dimensione virtuosa come quella della casa di reclusione femminile della Giudecca», spiega Maurizia Campobasso, direttrice del carcere. «Una realtà speciale, prima di tutto, per la solidarietà e l’empatia che da sempre i cittadini mostrano nei confronti del penitenziario, accogliendolo senza mai rinnegarlo, facendone un motivo d’orgoglio. E poi per le tante opportunità offerte alle detenute, tra laboratori e percorsi di formazione professionale a tutto tondo».
Reinserirsi tramite il lavoro
Perché il lavoro è una delle grandi leve su cui il carcere veneziano da sempre punta per strutturare i percorsi di reinserimento sociale delle detenute. Che, proprio grazie ai progetti di supporto, educazione, formazione e impiego al lavoro nati dalla collaborazione con associazioni diverse, hanno avuto modo di misurarsi con un caleidoscopio di mestieri. E così, come mostra anche il documentario, alcune si sono ritrovate nei panni di guide della Biennale o responsabili di un servizio di lavanderia e stireria che serve i migliori alberghi della città. Altre ancora, invece, hanno iniziato a lavorare in una sartoria che cura sfilate e look per le madrine del Festival del cinema, tra i banconi di una cereria artistica, in un reparto di cosmetica e addirittura in un orto che vende i suoi prodotti all’esterno del carcere. Insomma, la narrazione autentica di una quotidianità che prova a trovare la sua cifra di normalità in un perimetro dove la routine, spesso, salva dalla solitudine. Senza però edulcorare gli aspetti più complicati dell’esperienza. E provando a sradicare i pregiudizi.
«Credo sia importante trasmettere un messaggio vero, mai troppo filtrato. Va bene accendere i riflettori sui percorsi virtuosi di risocializzazione attivati in carcere ma occorre anche mostrare come la reclusione sia un momento complicato perché perdere la libertà non è semplice, così come non è semplice trovare una sintonia con persone diverse e con bagagli altrettanto pesanti», aggiunge Campobasso. «È importante mostrare proprio questa duplicità: da un lato la difficoltà di condividere la libertà che resta, dall’altra la capacità di usare quel residuo di libertà per riscattarsi emotivamente e provare a immaginare un futuro lontano dall’illecito».
La sinergia con le associazioni
Un futuro che, spesso, trova un trampolino di lancio nelle convenzioni che la Giudecca stringe con associazioni, cooperative di vario tipo, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Provveditorato regionale e Regione. E che, grazie all’attivazione di bandi, rintracciano in carcere il terreno fertile per uno scambio win-win. «Riescono a trovare qui i locali gratuiti dove poter svolgere le attività in programma in cambio di formazione delle detenute», evidenzia la direttrice. «A volte si tratta proprio di percorsi qualificati che portano poi, spesso, a un contratto a tempo indeterminato. Altre volte aiutano a gettare le basi per imparare una professione. Un’opportunità che si rivolge tanto alle detenute che possono uscire fuori dalla stanza di pernottamento per coprire i turni di lavoro fuori tanto a chi, scontata la pena, viene scarcerata e ha intenzione di proseguire in un solco già tracciato».






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