Suicidi in carcere, -10% nel 2025: Nordio scommette su scuola e cultura
La relazione sull’amministrazione della giustizia nel 2025 alla Camera. Alle 15 in Senato. L’istruzione una leva per arginare il rischio isolamento dei detenuti. Giachetti (Iv): «I detenuti vivono nelle porcilaie»
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Nel 2025 il fenomeno dei suicidi in carcere continua a rappresentare una delle criticità più gravi del sistema penitenziario italiano. Secondo i dati illustrati alla Camera dei deputati dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, i suicidi registrati nelle strutture detentive risultano in calo del 10% rispetto all’anno precedente. Un segnale che va nella direzione giusta, ma che – per come viene letto dal Ministero – non consente alcun alleggerimento dell’allerta: il tema resta strutturale e impone interventi mirati, organizzati e continuativi.
La linea indicata dal Guardasigilli è chiara: la riduzione percentuale, pur significativa, non basta a ridimensionare l’impatto umano e istituzionale del fenomeno. Proprio per questo, nell’illustrare l’andamento dell’amministrazione della giustizia, Nordio ha richiamato la necessità di una risposta “determinata”, fondata su uno specifico Piano di prevenzione e contrasto.
Il Piano contro i suicidi: rete integrata tra carcere, sanità e volontariato
Per arginare i suicidi in carcere, l’Amministrazione penitenziaria – secondo quanto riferito dal ministro – ha promosso una rete di intervento che mette insieme più livelli: istituzioni penitenziarie, servizi sanitari, volontariato e personale di Polizia penitenziaria.
Il punto centrale, nella descrizione fornita alla Camera, è il passaggio da un approccio “emergenziale” a una logica di prevenzione strutturata, in cui la sorveglianza non è l’unico strumento e la tutela della persona detenuta non è demandata a un singolo attore. L’obiettivo, almeno nelle intenzioni dichiarate, è intercettare prima i segnali di fragilità e ridurre i fattori di rischio che, in contesti di sovraffollamento e isolamento, possono diventare detonatori.
In questa impostazione la Polizia penitenziaria non viene chiamata solo a compiti di custodia, ma entra a pieno titolo nella filiera della prevenzione, insieme agli operatori sanitari e alle realtà del terzo settore presenti negli istituti. È una scelta che, se sostenuta da risorse, formazione e protocolli chiari, può incidere: non perché “risolve” il problema, ma perché rende più difficile che le situazioni critiche restino invisibili.








