Arriva la cena spaziale per scoprire (sulla Terra) cosa si mangia in orbita
Un format ideato da un designer e un astrofisico parte da Reggio Emilia per portare in giro per l’Italia una «space dinner» che mixa Dop e Igp con cibi da gustare nei nuovi viaggi spaziali
di Ilaria Vesentini
5' di lettura
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Si inizia sorseggiando un cocktail ultravioletto da un pouch (sacchetto, ndr) trasparente pieno di bollicine blu alla spirulina e si finisce con un dolce a base di verdure riciclate, avanzate dal brodo vegetale usato per ravvivare i cappelletti di seitan arrivati a tavola sottovuoto. Attorno gli odori del plasma primordiale, i suoni ricostruiti della radiazione cosmica e le immagini dalle missioni nello spazio.
Sono due ore senza precedenti quelle che un team di designer, astrofisici e cuochi di Reggio Emilia ha organizzato in occasione della “Space dinner”, una cena ispirata ai viaggi nello Spazio e all’origine dell’universo.
Un’esperienza originale tra astronomia e gastronomia, per conoscere il cibo dei nuovi mondi, dai tubetti di Gagarin alle tecnologie per la liofilizzazione fino alle soluzioni per riciclare il 100% dei materiali utilizzati in orbita.
Un format che i due artefici della prima serata svolta al Binario 49 di Reggio Emilia – il designer Francesco Bombardi e l’astrofisico Claudio Melioli – puntano a replicare in giro per il Paese.
L’obiettivo è duplice: da un lato avvicinare la vita in orbita e quella sul pianeta terra, anche attraverso la tavola, visto che Axiom e Space X hanno già iniziato a portare ricchi turisti in viaggio nello spazio e che è imminente l’attracco del primo modulo spaziale privato alla Iss (la Stazione spaziale internazionale della Nasa), che permetterà a cittadini e ad aziende di vivere e operare a oltre 400 chilometri di altezza dal pianeta; dall’altro valorizzare le eccellenze della food valley emiliana, la culla di Dop e Igp (44, record europeo) rimasta ai margini finora nella ricerca e nello sviluppo della nutrizione per lo Spazio.
«Le ricette vanno ancora affinate, ma crediamo che il concept sia azzeccato e replicabile», spiega Francesco Bombardi, architetto e designer, docente di Industrial Design al dipartimento di Ingegneria UniMore e co-direttore del Master Design for Food PoliDesign del Politecnico di Milano, da tempo appassionato al tema della cucina nello Spazio e anima del progetto G-Astronomica, laboratorio al Tecnopolo di Reggio Emilia che mira a prototipare soluzioni innovative di cibo per la Space economy, avviato in partnership da due centri interdipartimentali della locale università, Biogest-Siteia (miglioramento e valorizzazione delle risorse biologiche agro-alimentari) ed En&Tech (tecnologie integrate per la ricerca sostenibile, l’efficienza energetica, la domotica).
Assieme a lui, a servire a tavola e a raccontare il lungo lavoro preparatorio dietro alla prima cena a base di “polvere di stelle” c’è l’astrofisico Claudio Melioli, ricercatore all’Università di San Paolo in Brasile e docente di Fisica e Nuove tecnologie fotovoltaiche al dipartimento di Ingegneria dell’UniMore, che ha curato in ogni minimo dettaglio non solo delle portate, ma di stoviglie e accessori, per portare i gourmand con tutti i cinque sensi nella dimensione spaziale, «così da mangiare cose diverse, in modo diverso, riflettendo su pensieri nuovi – spiega –. Ogni pietanza diventa l’occasione per conoscere i temi più importanti che hanno animato la ricerca e l’evoluzione del cibo nello Spazio, consapevoli che tutto ebbe inizio da un singolo attimo, il big bang, che conteneva in sé tutti gli “ingredienti” necessari per creare ogni cosa e, come in una grande cucina interstellare, l’energia si è trasformata in materia che ha preso vita e in molecole, anche quelle del gusto».












