Aristotele, la giustizia politica e la conquista del diritto al governo
Il criterio di giustizia nell'attribuzione di onori e cariche politiche si deve incardinare intorno alla differenza nell'eccellenza nella virtù
di Vittorio Pelligra
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I punti chiave
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L'idea di “giustizia politica” (politikon dikaion) è centrale nel pensiero aristotelico. Nell'Etica Nicomachea come abbiamo visto la settimana scorsa, Aristotele sviluppa la sua teoria della giustizia distributiva e riparativa intorno all'idea di proporzionalità.
Superando l'idea di pura reciprocità aritmetica si sostiene, infatti, che è da ritenersi giusta, per esempio, una distribuzione di benefici proporzionati al contributo o al bisogno di ciascuna delle parti. Ma l'idea di giustizia aristotelica trascende la dimensione individuale e si sviluppa pienamente solo nella sua dimensione politica. La giustizia, infatti, è la virtù principale della polis attraverso la quale, solo, possiamo cercare di perseguire l'interesse comune (to koinē symferon).
Il tutto precede necessariamente la parte
Come fa notare Aristotele nella Politica «il fine che si propongono tutte le scienze e le arti è un qualche bene, ed è il bene massimo e più alto quello che si propone la più importante di tutte le scienze. La più importante è la politica e il bene che la politica si propone di raggiungere è la giustizia, cioè ciò che è utile alla comunità».
La centralità della giustizia nel pensiero politico di Aristotele è evidente fin dalle primissime pagine della Politica nelle quali viene introdotto il concetto di “naturalismo politico”, come lo definisce Eleni Leontsini, secondo cui l'essere umano possiede una naturale predisposizione alla vita in comune. «L'uomo è un animale che per natura deve vivere in una città e che chi non vive in una città, per la sua natura e non per caso, o è un essere inferiore o è più che un uomo: è il caso di chi Omero chiama con scherno “senza parenti, senza leggi, senza focolare”. E chi è tale per natura è anche desideroso di guerra, in quanto non ha legami ed è come una pedina isolata – e continua poco oltre - questo è proprio dell'uomo rispetto agli altri animali: esser l'unico ad avere nozione del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto e così via. È proprio la comunanza di queste cose che costituisce la famiglia e la città. Nell'ordine naturale la città precede la famiglia e ciascuno di noi. Infatti, il tutto precede necessariamente la parte».
È la condivisione di un comune senso del giusto e dell'ingiusto che fonda la nostra vita in comune, la nostra vita politica nella città ed è questa vita in comune che ci rende capaci di cooperare in vista del mutuo vantaggio e di ridurre la conflittualità che altrimenti andrebbe a caratterizzare tutte le nostre relazioni sociali.









