La giustizia proporzionale e la “fioritura” umana
Quando i rapporti tra le parti hanno natura gerarchica o intercorrono tra soggetti diseguali, la giustizia non può assumere la forma della semplice reciprocità, ma dovrà, piuttosto, configurarsi come una forma di reciprocità bilanciata
di Vittorio Pelligra
7' di lettura
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Il progetto filosofico che Aristotele persegue nei due volumi compagni dell'Etica Nicomachea e della Politica è quello dello studio delle condizioni per il raggiungimento del bene supremo, del fine ultimo di ogni essere umano, della felicità. Il termine εδαιμονία (eudemonìa) che traduciamo malamente con “felicità”, andrebbe meglio inteso con il significato di “fioritura umana”, uno stato e un agire, “stare bene” e “fare il bene”.
In sequenza, l'una dopo l'altra, l'Etica e la Politica gettano le basi di una scienza pratica della felicità che nel primo libro si concentra sulle forme e gli stili di vita individuale e nel secondo, invece, esplora gli aspetti relativi alle forme istituzionali e di governo necessarie alla sua promozione e protezione. In entrambi i domini, quello della vita privata e quello della vita pubblica, la giustizia è una componente fondamentale della vita buona. Aristotele sviluppa la sua teoria della giustizia a partire dal libro V dell'Etica dove la troviamo inserita in una più ampia descrizione del mondo delle virtù. Come nel suo stile, del resto, la trattazione è principalmente classificatoria. Si comincia distinguendo la giustizia come “virtù completa” o “perfetta” dalla giustizia “che è parte della virtù” (la virtù parziale).
Vita buona e giustizia parziale
Nel primo senso “chiamiamo giusto ciò che produce e custodisce per la comunità politica la felicità e le sue componenti”. Si tratta della virtù che gli uomini mostrano nelle loro relazioni reciproche quando queste sono rivolte alla promozione della vita buona e della felicità per i membri della comunità. Al contrario la giustizia parziale riguarda la distribuzione “di onori, di denaro o di quant'altro si può ripartire tra i membri della cittadinanza”. Mentre la giustizia completa ha dunque a che fare con ciò che possiamo chiamare “il bene”, quella completa fa riferimento al nostro concetto di “equità”.
Ed è proprio questa accezione di giustizia che costituisce l'oggetto principale dell'analisi che Aristotele sviluppa nel libro V dell'Etica. Continuando nel suo sforzo tassonomico il filosofo distingue ulteriormente la giustizia parziale in giustizia “distributiva” e in giustizia “correttiva”. Prima di addentrassi nella discussione di questi due concetti è importante, però, chiarificare il punto di partenza della discussione aristotelica e cioè l'idea di giustizia come reciprocità. “Alcuni ritengono che anche la reciprocità sia giustizia in senso generale, come dicevano i Pitagorici - afferma Aristotele - essi, infatti, definivano il giusto in generale come il ricevere da un altro quello che gli si è fatto subire. Ma la nozione di reciprocità - continua - non si adatta né alla giustizia distributiva né a quella correttiva”.
In molti casi, infatti, ciò che detterebbe il principio di reciprocità mal si concilia con ciò che potremmo ritenere giusto. Se, per esempio, “un magistrato ch'è al potere colpisce, non deve per questo essere colpito in contraccambio; se invece uno colpisce un magistrato, non solo deve venir colpito, ma anche punito”. Quando i rapporti tra le parti, dunque, hanno natura gerarchica o intercorrono tra soggetti diseguali, la giustizia non può assumere la forma della semplice reciprocità, ma dovrà, piuttosto, configurarsi come una forma di reciprocità bilanciata. Una reciprocità che rappresenta non tanto una relazione “aritmetica” ma, piuttosto, una relazione di natura proporzionale. “Nelle relazioni e negli scambi il relativo diritto mantiene il taglione basandosi sulla proporzione e non sull'eguaglianza […] E la città si basa appunto sul contraccambiare in ragione della proporzione. O infatti si cerca di ricambiare il male, o, in caso contrario, sembra di essere in schiavitù; altrettanto per il bene; se no, non v'è il contraccambio di benefici, sul quale si basa l'unione civile”.






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