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Antonelli domina Suzuka: seconda vittoria consecutiva in F1 e leadership mondiale a soli 19 anni

Il giovane talento italiano conquista Suzuka con autorità, respingendo la concorrenza di Piastri e Leclerc, e si afferma come il nuovo protagonista della stagione

di Alex D'Agosta

Formula 1 - Gran Premio del Giappone - Circuito di Suzuka, Suzuka, Giappone - 29 marzo 2026 Andrea Kimi Antonelli della Mercedes festeggia sul podio con il trofeo dopo aver vinto il Gran Premio del Giappone REUTERS/Jakub Porzycki REUTERS

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Kimi, Oscar, Charles: super inedito per l’Aramco Japanese Grand Prix numero 51. La seconda vittoria di Andrea Kimi Antonelli cambia il suo peso specifico dentro la Formula 1. Suzuka torna tricolore per la prima volta dopo Riccardo Patrese nel lontanissimo 1992 con la Williams FW14B, motore Renault e progetto di Adrian Newey. Le prime due vittorie consecutive per un italiano dopo Ascari nel 1953: la matricola sta riscrivendo la storia! Non è più solo il talento precoce che sorprende, ma un pilota che controlla una gara complessa, la ribalta e la chiude con autorità.

Alle sue spalle, Oscar Piastri ha costruito una gara solida e pienamente da secondo posto: partito benissimo, ha preso subito in mano la sua corsa e, anche dopo la safety car, non è mai stato davvero messo sotto pressione dalla Ferrari di Leclerc, confermando la consistenza di una McLaren che a Suzuka ha avuto meno “picco” di Mercedes ma abbastanza passo per meritarsi il podio più alto disponibile. Nel finale cardiopalma c’è stato anche il rischio di vedere cambiare la posizione alle sue spalle, perché Leclerc, quando mancava davvero poco alla fine, ha dovuto resistere a un serio attacco di Russell. Per sua fortuna, è riuscito a difendere il terzo posto, nonostante Russell sia stato capace di affiancarlo, superarlo e quasi subito costretto a restituire la posizione.

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C’è poi un altro dato che sposta ancora più in alto la portata del risultato: con questa vittoria l’ex rookie in cui Toto Wolff ha creduto fino al punto di affidargli una Mercedes da vertice diventa anche il più giovane leader del mondiale: di questo passo, Antonelli si sta incamminando verso l’abbassamento di diversi primati di gioventù contesi fra Vettel, Hamilton e Verstappen. Ma al di là dei record anagrafici, la cosa importante è il segnale che Antonelli, in appena tre gare, è già passato dalla promessa al centro della scena, con una rapidità che nemmeno dentro Mercedes, probabilmente, potevano immaginare così netta. Dodici mesi fa, alla vigilia della sua prima stagione in questa serie, infatti, in pochi avrebbero scommesso su un impatto così rapido e solido. Oggi è un riferimento vero, e questa vittoria a Suzuka, per come è costruita, ha il sapore di una consacrazione.

Peccato solo che tutto questo arrivi mentre Imola resta fuori dal calendario 2026: proprio nel momento storico in cui la Formula 1 ha al vertice un manager imolese come Stefano Domenicali e in pista un ragazzo di Bologna, diventato il volto nuovo dell’Italia che vince. Un talento puro che speriamo sia pronto ad avvicinare le soddisfazione che sta dando Jannik Sinner nel tennis. Anche per questo, dentro una primavera svuotata dall’assenza di gare per tutto aprile, un gran premio dell’Emilia-Romagna avrebbe avuto un peso simbolico fortissimo, pur restando industrialmente irrilevante nelle “nuove” logiche (troppo?) globali del mondiale.

Il tutto non senza una grande apprensione e delusione in partenza, dove Antonelli aveva di fatto buttato via una pole che aveva anche un peso storico speciale: era la cinquantesima prima posizione in qualifica per un italiano in Formula 1, oltre che la sua seconda consecutiva, un risultato che riporta un italiano a due pole nella stessa stagione per la prima volta dai tempi di Jarno Trulli nel 2004. Lo scatto però è stato pessimo: Oscar Piastri ha preso subito il comando, George Russell ha provato a restargli addosso davanti a Charles Leclerc e Lando Norris, mentre Antonelli è sprofondato nel traffico, costretto più a difendersi e ricostruire che ad attaccare.

Nella prima parte della gara, Suzuka è rimasta bloccata dentro la sua natura più severa, fatta di posizione in pista, aria sporca e pochissimi margini per inventare qualcosa. In un tracciato dove di solito era difficile sorpassare ha cambiato faccia solo al ventiduesimo giro, quando Bearman è finito (molto forte ma senza gravi conseguenze) contro le barriere e la safety car ha ribaltato tutto: Antonelli, fino a quel momento penalizzato dalla partenza, ha incrociato la neutralizzazione nel momento giusto ed è ripartito in testa, mentre Russell ha pagato il prezzo di una sosta anticipata scoperta dal tempismo della gara. A quel punto il gran premio è entrato in un’altra dimensione, con Mercedes di nuovo al centro del racconto e Antonelli rimesso improvvisamente nella posizione di trasformare un sabato storico in una prova di forza ancora più pesante.

Nel finale non c’è più partita: il vantaggio di Antonelli è assai confortevole, gestito senza mai dare la sensazione di dover difendere davvero. Alle sue spalle Piastri resta secondo senza avere il passo per riaprire la corsa, mentre Leclerc chiude terzo dopo una fase centrale condizionata anche dal confronto interno con Lewis Hamilton. Proprio lì si intravede uno degli snodi (e dei rischi) più elevati della domenica: la gestione Ferrari, con i due piloti ravvicinati e la battaglia interna, può aver tolto qualcosa in termini di ritmo e continuità, lasciando a Piastri una corsa più lineare. Ma il dato vero resta il distacco finale: troppo ampio per essere spiegato solo con traffico o dinamiche interne.

Dietro, Russell si riprende la quarta posizione proprio su Hamilton, incapace di reggere il passo nel lungo stint finale. Un segnale chiaro anche sugli equilibri interni Mercedes.

Se Mercedes oggi è tornata riferimento, è altrettanto evidente che McLaren ha perso del tutto lo status di prima forza del 2025: ma dopo il disastroso debutto per i problemi di affidabilità delle prime gare è evidente che stia tornando competitiva, porta a casa un secondo posto solido, ma non ha più il controllo del ritmo gara. È una terza forza di lusso, ma pur sempre terza. Prima della pausa di aprile, la Formula 1 manda a mangiare le uova i piloti con una classifica piloti che vede nei primi sei i tre team ben distinti: Antonelli e Russell con 72 e 63 punti, Leclerc e Hamilton con 49 e 41 punti, Norris e Piastri con 25 e 21 punti. Nei costruttori le proporzioni sono ancora più pesanti: Mercedes a 135 punti, Ferrari 90, McLaren 46.

Il dato più pesante arriva però da Red Bull Racing, sesta a 16 punti dietro ad Haas a 18 e Alpine a pari merito a quota 16. Max Verstappen chiude addirittura alle spalle di Pierre Gasly, in una gara anonima e senza mai entrare davvero in gioco, mentre l’altra vettura di Hadjar resta fuori dalla zona punti. Problemi di bilanciamento, difficoltà nella gestione delle gomme e una finestra operativa sempre più stretta stanno emergendo con continuità: Suzuka, pista che amplifica i limiti aerodinamici e di stabilità, li ha esposti senza filtri. Non è più un episodio, ma un trend.

Fusaro, il “no” a Senna e il fantasma di Suzuka

Piero Fusaro è morto venerdì a 88 anni. Torinese, manager Fiat, fu presidente della Ferrari dal 1988 al 1991, negli anni della transizione dopo Enzo Ferrari e prima dell’arrivo di Luca Cordero di Montezemolo, in una fase segnata da tensioni interne e scelte pesanti.

Alla vigilia di Suzuka, il luogo dove la rivalità tra Ayrton Senna e Alain Prost è diventata leggenda, la sua scomparsa riporta lì anche questa storia. Il mancato arrivo di Senna in Ferrari è rimasto come una ferita aperta: per molti un errore imperdonabile. Ma il quadro è più complesso di quanto raccontato per anni. Lo stesso Fusaro sostenne di aver spinto per l’ingaggio, poi fermato ai livelli più alti del gruppo Fiat. Nel paddock, invece, ha sempre circolato anche un’altra lettura, legata agli equilibri politici e al peso degli sponsor del tabacco, allora allineati su Prost. È per questo che quella scelta non è mai diventata verità condivisa, ma racconto. E oggi, tornando idealmente a Suzuka, resta sospesa lì, a metà tra storia e mito.

Honda e i suoi tempi pazienti per sperare di tornare al vertice della Formula 1

Nel rumore di un avvio di stagione che ha già acceso dubbi tecnici e polemiche sul nuovo equilibrio fra elettrico e termico, c’è però anche un altro piano di lettura, più profondo e più industriale. Ed è quello che porta a Honda, che dopo quattro mondiali piloti in questo decennio si ritrova oggi sul fondo della classifica in questa nuova fase. Il costruttore giapponese ha però scelto di tornare da protagonista proprio nel passaggio regolamentare più delicato, legandosi ad Aston Martin come partner ufficiale dal 2026 e presentando a gennaio la nuova power unit RA626H, sviluppata dentro la nuova era fra elettrificazione e carburanti sostenibili.

È un progetto da leggere con pazienza strategica, non con l’ansia del risultato immediato. In fasi come questa il valore non sta solo nel potenziale del motore, ma nella capacità di tenere insieme motore termico, parte elettrica, software, telaio e combustibili di nuova generazione. Qui pesa anche il riassetto interno di Aston Martin: Adrian Newey, ha fatto un passo indietro: necessario per essere meno assorbito dal day-by-day operativo, ora potrà più sulle scelte tecniche ad alto impatto, dall’architettura della vettura all’integrazione fra power unit e telaio.

Dentro questo quadro, Fernando Alonso conta più come acceleratore di sviluppo che come semplice pilota. Anche se oggi Aston Martin fatica, il valore dello spagnolo sta nella capacità di attraversare una fase difficile senza perdere la direzione tecnica del progetto. È una funzione che ricorda, con tutte le cautele del caso, quella avuta da Schumacher nella prima Mercedes del ritorno: non il campione chiamato a vincere subito, ma quello che aiuta a costruire le basi di ciò che può arrivare dopo.

Alonso e la privacy old school sulla paternità a 44 anni

Nel panorama contemporaneo della Formula 1, sempre più orientato verso la spettacolarizzazione dell’individuo e la narrazione continua della vita privata, Fernando Alonso rappresenta un’anomalia significativa. La nascita del suo primo figlio, confermata ma quasi completamente sottratta al circuito informativo globale, evidenzia una scelta controcorrente: sottrarre la dimensione familiare alla logica della visibilità. Non si conosce nemmeno il giorno esatto della nascita, né il nome né il sesso. Un colpo da maestro!

In un ecosistema dove identità sportiva e personale tendono a fondersi in un unico racconto pubblico, Alonso riafferma una distinzione netta, quasi d’altri tempi, tra ciò che appartiene alla competizione e ciò che resta deliberatamente fuori campo. Non si tratta di semplice discrezione, ma di un posizionamento preciso: mantenere il controllo del proprio perimetro narrativo in un contesto che, per definizione, tende a eroderlo.

Audi e Cadillac, due debutti già leggibili

Dopo tre gare, il bilancio dei due debuttanti è già abbastanza chiaro. Audi è partita meglio: due punti già all’esordio in Australia con il nono posto di Bortoleto e una struttura che appare più pronta grazie alla base Sauber e a un lavoro di integrazione già avviato da tempo tra telaio, power unit e organizzazione industriale. Proprio questa solidità metodologica sembra oggi il suo vero vantaggio, anche se il progetto resta ancora fragile e in pieno assestamento, come mostra anche il recente riassetto manageriale interno.

Cadillac, al contrario, paga la natura più nuova del progetto, costruito molto più “from scratch”, ma ha già mostrato una curva di apprendimento più rapida del previsto. In Australia il team ha portato al traguardo una sola vettura, con Perez sedicesimo, ma il vertice del progetto ha parlato apertamente di debutto oltre le aspettative. Poi in Cina è arrivato il primo doppio arrivo, un segnale piccolo ma importante di crescita in affidabilità ed esecuzione. In sintesi: Audi è già più strutturata, Cadillac è ancora un cantiere, ma meno acerbo di quanto molti immaginassero.

Difetti ancora marcati dopo tre gare

Il vero autogol di questa Formula 1 resta la sproporzione fra cavalli elettrici ed endotermici. Il concetto era già emerso chiaramente a Melbourne, ma dopo tre gare i difetti si vedono ancora in modo fin troppo marcato: se la batteria si spegne restano circa 450 cavalli, e se vuoi inoltrare devi rigenerare. È come avere un paracadute. Leclerc ieri era stato molto netto, aveva chiesto duramente “ridateci almeno le qualifiche”.

Il punto è che il pilota non ha quasi scelta, si trova a dover rallentare anche 50 chilometri all’ora dove prima accellerava e, procedendo più lento per “recuperare energia”, deve frenare “dopo” e “più lento”. Entrando in curva più piano. Anche a Suzuka, un roller coaster che faceva davvero selezione fra chi aveva il piede pesante. Oggi il pilota, invece, sta diventando “schiavo” della monoposto, come con l’autopilota del Suv commerciale in autostrada: non decide davvero lui, decide la macchina, in base al software.

E così una categoria costruita per decenni su carico aerodinamico, percorrenza e velocità in curva finisce per imporsi da sola uno stile di guida innaturale. Si era detto che serviva tempo. Ma il problema, invece di attenuarsi, è ancora lì: evidente, pesante, e sempre meno compatibile con l’idea stessa di Formula 1.

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