Formula 1

Antonelli, vittoria storica in Cina: doppietta Mercedes. Ferrari solida al terzo e quarto posto

Kimi ha conquistato la sua prima vittoria in Formula 1 trasformando il primo podio in un’impresa dal valore storico. Hamilton ha chiuso terzo centrando il suo primo podio da ferrarista

di Alex D'Agosta

Kimi Antonelli e Lewis Hamilton sul podio in Cina (REUTERS/Jakub Porzycki)

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Shanghai consegna alla Formula 1 una giornata che per l’Italia ha un peso storico: Andrea Kimi Antonelli vince l’Heineken Chinese Grand Prix 2026, coronando il weekend iniziato con la pole position record del sabato e riportando il tricolore sul gradino più alto del podio per la prima volta dai tempi di Giancarlo Fisichella. Alle sue spalle George Russell completa la doppietta Mercedes, confermando una superiorità tecnica che in questa fase del campionato appare già nettissima. Se il sabato di Shanghai aveva già raccontato l’irruzione di Antonelli nella grande statistica della Formula 1, la prova odierna lo consegna a una dimensione ancora più pesante: quella dei vincitori, cioè quei piloti capaci di reggere pressione, strategia e leadership lungo tutto l’arco di un Gran Premio.

In una rara occasione in cui il meteo non è stato protagonista del gran premio cinese, questa seconda prova senza incidenti gravi nel 2026 è però iniziata con l’amara notizia di vedere il mondiale scendere a ventidue appuntamenti per le note tensioni nel Middle East. Grazie all’assenza di pioggia e a un asfalto insolitamente favorevole sotto il profilo del grip, sulla distanza di 56 giri, con quattro zone in cui si poteva attivare l’aerodinamica attiva, la gara si presentava sulla carta come una possibile corsa a una sola sosta, anche se la realtà ha subito mostrato che la variabile affidabilità accompagnerà ancora a lungo la fase di debutto di questa nuova generazione di monoposto.

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I riflettori erano inevitabilmente puntati già dal sabato su Andrea Kimi Antonelli, scattato dalla pole position a 19 anni e 202 giorni. Ma al via emerge subito anche il peso specifico di Lewis Hamilton, autore di uno spunto più convincente. Antonelli riesce inizialmente a restare davanti al compagno di squadra: tuttavia Hamilton, con un mestiere che nessuno ha ancora ereditato davvero, riesce nell’arco di un paio di curve a prendersi la leadership con grande carattere. Alle loro spalle Charles Leclerc si infila poi fra Antonelli e Russell, ma gli equilibri cambiano quasi immediatamente. Il sogno rosso dura solo due giri: prima Antonelli si riporta in testa alla corsa e, scoccato il terzo giro, Russell passa Leclerc conquistando il terzo posto. E con l’inizio del quarto giro Russell passa anche Hamilton. Le Mercedes, semplicemente, non si nascondono più: nella gestione dell’energia confermano di non avere rivali; tutto il pacchetto tecnico sembra lavorare a un livello oggi irraggiungibile per gli altri.

In questo quadro spicca, in negativo, un’altra partenza molto difficile per Red Bull, ancora una volta incapace di inserirsi davvero nella lotta di vertice nelle primissime fasi, tracollando con un mesto ritiro di Verstappen e Hadjar a rosicchiare i pochi punti dell’ottava piazza. Ma va persino peggio ai quattro che non hanno nemmeno visto spegnersi regolarmente il semaforo: le due McLaren, Bortoleto e Albon sono costretti a partire dalla pit-lane o comunque restano subito tagliati fuori da problemi di natura elettronica, dopo una qualifica già deludente. La terza fila raccolta al sabato era stata infatti ben poco onorevole per i campioni del mondo in carica, sia nella classifica piloti con Norris, sia fra i costruttori.

Per Oscar Piastri il bilancio è particolarmente pesante: due zeri nei primi due Gran Premi dell’anno fanno male, e l’australiano deve aggrapparsi almeno ai tre punti raccolti nella Sprint del sabato, dominata da Russell, per non vedere la stagione complicarsi immediatamente. È un avvio che pesa anche sul piano psicologico, perché McLaren era attesa a una conferma ad altissimo livello e invece si trova subito a inseguire.

Non manca neppure un momento quasi grottesco in partenza, con il contatto tra le due Cadillac di Perez e Bottas, episodio che finisce per regalare alla gara una parentesi quasi comica in un avvio già molto agitato. Un contrasto interno che stride con le ambizioni di un team chiamato soprattutto a costruire credibilità e solidità, anche se fino al 2028 sarà in fase di apprendimento e con motorizzazioni acquistate dai concorrenti.

A un quarto di gara iniziano i primi movimenti importanti: i distacchi vengono neutralizzati da una lunga safety car causata dal ritiro per avaria della Aston Martin di Lance Stroll (farà la stessa fine Alonso, rientrando però ai box come Verstappen). La neutralizzazione rimette tutto in discussione e apre una fase strategicamente delicatissima. Alla ripartenza, molto mescolata, Antonelli si ritrova ancora in testa ed è l’unico tra i team di vertice a non approfittare del rallentamento per fermarsi a cambiare gomme. È una scelta da leader, quasi d’altri tempi, che ricorda le stagioni dei grandi dominatori capaci di costruire la propria superiorità anche attraverso una sequenza feroce di giri velocissimi nel momento decisivo: viene naturale pensare a Michael Schumacher, quando trasformava tratti di gara in una specie di qualifica prolungata.

A metà corsa, dunque, il dato più forte è duplice: da una parte la conferma impressionante della forza Mercedes, dall’altra la sensazione che Antonelli stia già imparando a gestire non solo la velocità pura, ma anche il peso della leadership. E proprio da qui, con il gruppo ricompattato e le strategie ancora aperte, il Gran Premio di Cina entra nella sua fase più delicata.

Degno di nota e di futuri replay da social infatti qualche giro di puro show rosso, con ruota a ruota senza eccessi di Hamilton e Leclerc, per contendersi ancora il secondo e il terzo posto. Ma fra i due litiganti, il terzo ha inesorabilmente approfittato: Russell ha sudato parecchio, ma è tornato secondo, alle spalle di Kimi.

Purtroppo anche questi sorpassi, come già visto a Melbourne, si prestano a polemiche praticamente infinite: salvo poche eccezioni, il loro aumento così verticale rispetto alle stagioni passate non nasce dalle capacità, dal rischio o dall’azzardo del pilota, ma soprattutto dalle differenze di gestione dell’energia e dalla bontà del progetto tecnico. È un’anomalia che andrà corretta, perché se questa deriva non verrà fermata rapidamente finirà per incidere in modo pesante sul rispetto e sulla reputazione stessa della Formula 1.

Per Antonelli, però, il dato che resta va ben oltre il tema tecnico e oltre la pole del sabato. La sua vittoria riporta infatti l’Italia dentro uno dei capitoli più pesanti della statistica iridata: per ritrovare un successo di un pilota italiano bisogna tornare a Giancarlo Fisichella, e da allora il tricolore aveva continuato a inseguire segnali, exploit isolati, lampi promettenti ma mai un ritorno pieno al vertice. Nessun tricolore ha mai più avuto occasioni vere né auto competitive: dopo Fisichella e Trulli, gli ultimi a podio, non c’è mai arrivato Liuzzi, attivo solo in scuderie di secondo piano, né Luca Badoer. Nel secondo decennio di questo secolo, Davide Valsecchi, da campione Gp2 in carica, in Formula 1 è stato in panchina un anno e al momento del ritiro anticipato di Raikkonen in Lotus gli era stato preferito l’altro finlandese, con la valigia più pesante. Anni dopo, Antonio Giovinazzi ha avuto auto più tempo in Ferrari di Giancarlo ma in anni non troppo migliori: gli è andata meglio con il Wec.

Per Antonelli è diverso. La pole conquistata il 14 marzo 2026 aveva già restituito all’Italia un record di enorme rilievo, quello del più giovane pole sitter di tutti i tempi, ma il successo della domenica cambia completamente scala al fine settimana di Shanghai: non più soltanto un primato anagrafico o un indizio sul futuro, bensì la prova concreta dell’arrivo di un nuovo protagonista italiano nella lotta stabile per le prime posizioni. Il giovane bolognese non è soltanto il ragazzo giusto al posto giusto sulla macchina migliore del momento, ma un pilota che ha saputo sostenere la pressione, amministrare i momenti più delicati della corsa e trasformare una condizione favorevole in un risultato storico. Per questo Shanghai, più ancora di Melbourne, racconta che il 2026 potrebbe diventare davvero l’anno in cui l’Italia torna a contare con continuità ai piani alti della Formula 1.

La guerra cancella due GP e oltre 100 milioni di mancati introiti

La cancellazione dei GP di Bahrain e Arabia Saudita ha provocato all’estero reazioni meno neutrali di quanto si possa pensare leggendo i comunicati ufficiali della Formula 1. Molti commentatori anglosassoni parlano di una decisione inevitabile, ma anche rivelatrice: per anni il campionato ha dimostrato di voler correre quasi ovunque e in qualunque condizione, quindi il fatto che questa volta abbia rinunciato a due delle gare più redditizie del calendario viene letto come il segnale che la situazione regionale ha superato la soglia di rischio considerata gestibile. Diversi editorialisti britannici sostengono che continuare a correre nel Golfo in questo momento sarebbe stato semplicemente irresponsabile: non tanto per ragioni politiche o morali, quanto perché nessuna organizzazione sportiva globale può ignorare una crisi militare potenzialmente in espansione mettendo squadre, piloti e centinaia di tecnici a lavorare in un’area sotto tensione. Altri commenti insistono invece sul lato economico della decisione: Bahrain e soprattutto Arabia Saudita pagano tra le hosting fee più alte del mondiale e la cancellazione vale oltre cento milioni di dollari di mancati introiti, ma la Formula 1 oggi è abbastanza solida da assorbire il colpo senza conseguenze strutturali.

In molti ricordano anche il precedente del 2022, quando il grand prix saudita si disputò nonostante un attacco missilistico a pochi chilometri dal circuito a danno di un deposito petrolifero di Aramco, proprio durante lo svolgimento della prima sessione di prove libere. Dopo una lunga riunione notturna tra piloti, team e organizzatori, quella notte ha lasciato un segno nella gestione della sicurezza del campionato. Durante il Covid, era il 13 marzo 2020, tutti erano arrivati a Melbourne ma già le prime prove libere vennero cancellate, anche se il giorno prima qualche categoria inferiore aveva iniziato a girare. Questa volta la Formula 1 ha preferito fermarsi prima di trovarsi di nuovo davanti a una decisione drammatica presa all’ultimo minuto, con le squadre già sul posto e il mondo a guardare.

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