Fiere e agricoltura

Al via Macfrut, l’ortofrutta punta sull’export ma la guerra costa (per ora) 200 milioni

Le vendite di frutta e verdura made in italy all’estero salgono a 6,6 miliardi nel 2025 ma cresce anche l’import: il saldo commerciale si riduce del 26% e rischia di peggiorare per il surplus di merce che arriverà sul mercato Ue a causa del blocco di alcuni mercati causato dalla guerra in Iran

di Silvia Marzialetti

 Roberto Fasoli - stock.adobe.com

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La filiera dell’ortofrutta si dà appuntamento dal 21 al 23 aprile al Macfrut di Rimini, dove sono attesi 800 operatori esteri, da 80 Paesi. Il settore italiano porta in dote un nuovo primato per l’export del fresco, il cui valore – 6,6 miliardi nel 2025 – risulta in crescita dell’11% rispetto al 2024 (quando era di poco sopra i 6 miliardi), ma con il freno a mano innestato dalla crisi in Medio Oriente, che rallenta i commerci e infiamma i costi, stimati al momento da Frutimprese in 200 milioni di euro tra rincari energetici e dei carburanti, applicazione di surcharge straordinarie nel trasporto marittimo, criticità nelle rotte, allungamento dei tempi di transito e aumento dei costi del trasporto terrestre.

Peggiora la bilancia commerciale

Analizzandola bilancia commerciale 2025, in termini di quantità (ma non di valore), continuiamo a importare più di quanto esportiamo: 4.118.164 tonnellate (+7%) per 6,2 miliardi (+14,9%). Il saldo commerciale si attesta quindi poco sopra i 408mila euro (in calo del 26,8% rispetto al 2024) e a -195.960 tonnellate (+7,7% rispetto al saldo 2024).

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La frutta fresca rappresenta la quota maggiore dell’export, con 3,6 miliardi e 2,3 milioni di tonnellate (entrambi in crescita rispettivamente del 15 e del 13%), seguita da tuberi, legumi e ortaggi (stabili a 1,9 miliardi di euro, per un milione di tonnellate). La frutta continua però a rappresentare un dato significativo anche nell’import, con un +8,3% a dimostrazione del fatto che diminuisce l’autosufficienza anche sul fronte dei nostri prodotti core.

In termini di esportazioni colpiscono l’exploit della frutta secca (+24,4% in volume e +35,4% a valore) e l’inversione di trend della frutta tropicale – tipico prodotto in transito dai nostri porti verso il resto d’Europa – che dopo anni di crescita segna il passo con un -18,1% in volume e -10,2% a valore. Il podio dell’export è (storicamente) conteso da mele (1,1 miliardi di valore), uva da tavola (973 milioni) e kiwi (700 milioni), categorie particolarmente penalizzate dalla guerra in Medio Oriente. L’Italia è infatti la maggiore esportatrice europea di ortofrutta verso l’area, con una quota di mercato che lo scorso anno ha superato i 150 milioni di euro.

«L’effetto negativo del conflitto si amplifica – spiega il presidente di Fruitimprese, Marco Salvi – se consideriamo che il Canale di Suez stava riprendendo lentamente a funzionare e che stavamo tornando sul mercato indiano e nel sud-est asiatico». Preoccupa anche il surplus in arrivo sul mercato europeo (con conseguente caduta dei prezzi) da parte di partner commerciali storici dei Paesi arabi, come Egitto e Turchia, le cui esportazioni di mele e agrumi sono al momento in stand by.

Il comparto degli agrumi teme anche l’invasione di prodotto dal Sudafrica, da tempo protagonista nei mercati del Medio Oriente, che dirotta i suoi carichi verso l’Europa, in concomitanza con l’arrivo sul mercato delle nostre varietà tardive. L’ultima spallata dopo i danni arrecati dal ciclone Harry, che ha messo a dura prova il segmento.

Produzione in calo per cambiamenti climatici e fitopatie

Nonostante i buoni risultati in termini di export del 2025, quindi, il percorso di rilancio del settore rimane comunque in salita anche perché – per dirla con le parole di Paolo Bruni (presidente Cso) – in dieci anni, a parità di ettari, sono andate perse 1,3 milioni di tonnellate di produzione: il che fa capire quanto la redditività sia minata da cambiamenti climatici e fitopatie. «E poi c’è l’emergenza manodopera – dice Salvi – ci mancano 100mila persone, le aziende non investono più perché mancano profili specializzati».

Consumi interni in ripresa, ma incognita nuova inflazione

Ma è importante anche la (lenta) ripresa dei consumi interni. Gli acquisti al dettaglio di ortofrutta da parte delle famiglie italiane raggiungono i 5,45 milioni di tonnellate nel 2025, con un incremento del 5% rispetto al 2024. Il dato segna un’inversione rispetto alla fase di contrazione osservata tra il 2021 e il 2023 e rappresenta un recupero significativo, pur restando ancora inferiore ai livelli del 2021 (-9%). La spesa complessiva si attesta a 13,7 miliardi di euro, in crescita del +7% su base annua e del +15% rispetto al 2021.

L’aumento del valore risulta superiore a quello dei volumi, ma in misura più contenuta rispetto agli anni precedenti, segnale di una fase di maggiore equilibrio tra dinamica delle quantità e andamento dei prezzi al consumo. «Il 2025 si inserisce in un contesto socio-economico ancora caratterizzato da elementi di incertezza, ma con segnali di progressiva stabilizzazione rispetto agli anni precedenti – commenta Elisa Macchi di Cso Italy –. La spesa alimentare continua a rappresentare una quota significativa del bilancio familiare e, pur in assenza dei picchi inflattivi degli ultimi anni, l’attenzione al prezzo rimane elevata: in questo scenario, l’ortofrutta si trova a competere non solo con altre categorie del fresco, ma anche con prodotti trasformati e soluzioni ready to eat, sempre più presenti sugli scaffali e spesso percepite come alternative pratiche e programmabili».

Ma l’enneisma crisi in corso può cambiare gli scenari: i primi aumenti dei prezzi sui mercati nazionali, fino al 30%, sono già stati registrati dalla Borsa merci telematica (Bmti) soprattutto per gli ortaggi in serra (vedi Il Sole 24 Ore del 21 aprile).

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