Agostino di Ippona e la giustizia come Imago Dei
Il significato di giustizia nel corso dei secoli, dalla Torah al Nuovo testamento passando per Artistotele, Cicerone e Agostino
di Vittorio Pelligra
7' di lettura
I punti chiave
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La giustizia, in ebraico tzedaqah, è secondo la Torah uno degli attributi principali di Dio. È questa giustizia che guida la sua azione nei confronti di Israele, azione volta a riparare gli effetti della malvagità e dell'iniquità degli esseri umani. L'esodo degli ebrei dall'Egitto, la liberazione del popolo oppresso dal giogo della schiavitù, è la prima manifestazione di questo intervento divino nella storia. E agli occhi di Israele, anche una volta liberati, Dio continuerà ad essere considerato, come ci ricorda Enzo Bianchi, «il difensore degli oppressi, dell'orfano, della vedova, dello straniero, di coloro che sono vittime dell'ingiustizia, di coloro i cui diritti vengono violati e negati. La prima azione di Dio è pertanto quella del giudice che interviene per ristabilire la giustizia».
Fare giustizia ed essere giusti
Fare giustizia ed essere giusti significa, in questa prospettiva, dunque, essere e vivere ad immagine di Dio. Solo una vita giusta è una vita di fede che può portare alla vera conoscenza di Dio. Troviamo questa identità tra vita e conoscenza espressa in Geremia, quando il profeta, rivolgendosi al malvagio re Jehoiakim, usa queste parole: «Guai a chi costruisce la sua casa senza giustizia e le sue stanze superiori senza equità, che fa lavorare il prossimo per nulla e non gli retribuisce il suo lavoro, e dice: “Mi costruirò una casa grande con spaziose stanze superiori”, e vi apre finestre, la riveste di legno di cedro e la dipinge di rosso. Pensi forse di essere re, perché sei circondato da cedro? Tuo padre non mangiava e beveva? Ma agiva con rettitudine e giustizia e tutto gli andava bene. Egli difendeva la causa del povero e del bisognoso e tutto gli andava bene.
”Non significa questo conoscermi?” dice l'Eterno».
Operare con giustizia
Operare con giustizia soprattutto nei confronti dei più deboli e degli oppressi è, dunque, la via privilegiata per conoscere l'Eterno. Non attraverso riti e osservanze vuote, ma praticando la giustizia, perché “il Signore è giusto”. Nel Nuovo testamento Gesù viene a ribadire questa necessità di dare anima alla Legge e all'osservanza rituale attraverso l'intenzione giusta. «Non pensiate che io sia venuto a sciogliere la Legge o i Profeti; non son venuto per sciogliere, ma per riempire» (Mt 5, 17). E ancora «se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5, 20).
«Questo non significa, continua sempre Enzo Bianchi, in una conferenza tenuta qualche anno fa al Consiglio superiore della magistratura, che la giustizia degli scribi dei farisei fosse ipocrita; no, era un adempimento della giustizia prescritto dalla Torah, dalla parola di Dio. Gesù però osa risalire all'intenzione del Legislatore, non si ferma alla norma oggettiva, chiedendone invece un adempimento più radicale e profondo».
L’intenzione
L'accento viene posto ora sull'intenzione quale aspetto essenziale di ogni azione giusta. «Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa» (Mt 6, 1-2).
La giustizia evangelica è una giustizia che sorprende e scandalizza, che interrompe il nesso causale tra il delitto e il castigo, che perdona «settanta volte sette», che paga l'operaio dell'ultima quanto quello della prima ora, che non condanna l'adultera. Non c'è giustizia senza misericordia sembrano volerci dire tutti questi episodi. L'apostolo Giacomo è ancora più esplicito nell'affermare l'indissolubilità di misericordia e giustizia. «Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo la legge della libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà fatto misericordia. La misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio» (Gc 2, 12-13).









