Cicerone e la nascita della giustizia cosmopolita
Ci sono non pochi elementi della teoria aristotelica della giustizia che hanno esercitato una influenza profonda nel pensiero successivo e alcuni dei quali che sono arrivati quasi intatti fino a noi
di Vittorio Pelligra
6' di lettura
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Ci sono non pochi elementi della teoria aristotelica della giustizia che hanno esercitato una influenza profonda nel pensiero successivo e alcuni dei quali che sono arrivati quasi intatti fino a noi. Altri, però, appaiono alla sensibilità moderna decisamente arcaici se non addirittura offensivi. Uno di questi aspetti fa riferimento, per esempio, al fatto che per Aristotele la giustizia è “locale”, sia nel senso che essa si esercita e si può sviluppare esclusivamente all’interno della polis, sia per il fatto che ha senso parlare di giustizia solo tra eguali. Come Platone e molti altri pensatori antichi, Aristotele credeva che le persone differissero nelle capacità per natura e che tali differenze ne stabilissero il ruolo sociale all’interno della polis e, con esso, i diversi diritti associati ad un ordine sociale diseguale per natura. Nei secoli successivi questi presupposti della teoria aristotelica, assieme a molti altri, vennero messi in discussione e, in definitiva, superati nelle elaborazioni successive del pensiero politico occidentale.
La giustizia locale
La qualità “locale” della giustizia non era naturalmente una prerogativa dei greci. Babilonesi ed Ebrei condividevano, per esempio, la stessa propensione a considerare soggetti a norme di giustizia solo i rapporti con persone accomunate dalla stessa identità politica o culturale. Con gli altri, gli stranieri era perfettamente lecito usare l’inganno e la violenza.
Nella Politica, ad un certo punto, Aristotele fa un accenno che sembra indicare uno slittamento dalla dimensione locale ad una più globale della giustizia. In un passaggio, riferendosi a Sparta e Creta, sostiene che proprio perché gli spartani e i cretesi si aspettano un giusto trattamento dagli altri popoli con cui vengono in contatto, dovrebbero, per questo stesso motivo, essere capaci di trattare con eguale giustizia quegli stessi popoli. Aristotele sta, in questo modo, suggerendo di estendere l’idea di giustizia, oltre la cerchia del gruppo politicamente e culturalmente omogeneo? I commentatori non si spingono fino a questo punto. Al di fuori del mondo greco, infatti, sono tutti “barbari” e Aristotele li considerava intellettualmente inferiori ai greci.
La giustizia cosmopolita
Le cose iniziano a cambiare come conseguenza del tradizionale disprezzo dei cinici per le convenzioni che li portano a mettere in discussione punti consolidati del pensiero +dominante e poi soprattutto, con gli stoici. È con Zenone di Cizio, in particolare, che la giustizia smette di essere legge esclusiva dalla polis per essere riconosciuta come norma centrale del kosmos, del mondo. Il mondo diventa la kosmopolis, la città universale e gli esseri umani, tutti gli esseri umani, i suoi cittadini. Diogene di di Sinope, non a caso aveva preso a definirsi “kosmopolitês”, “cittadino del mondo”.
Fu questa la visione del mondo e del posto che in esso possiamo avere conducendo vite virtuose e secondo ragione, che più fece breccia tra le élite della Roma ellenistica e poi Imperiale. Gli stessi miti fondativi dell’Urbe fanno riferimento alla inclusione delle differenze, alla compresenza degli opposti. Roma fu fondata sulla base di un trattato che regolava la coesistenza di popoli diversi e ostili. Per i romani è questa legge (lex) che dà effetto alla giustizia (ius). Il diritto, ius, che fonda la giustizia (iustitia) è l’immagine di quel movimento che congiunge (iungerte) i diversi, perfino i contrari, in uno, le parti in guerra, in una comunità pacificata.









