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Acqua potabile, l’Ue avvia procedura di infrazione contro l’Italia

Intanto l’Ispra ha pubblicato il Rapporto “Lo stato delle acque in Italia – verso il 4° ciclo di gestione” che fotografa lo stato dei corpi idrici nazionali per il raggiungimento degli obiettivi di qualità ambientale

di Davide Madeddu

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La direttiva Ue sull’acqua potabile, che prevede misure più stringenti in materia di qualità e sicurezza dell’acqua non sarebbe stata recepita correttamente. Per questo motivo la Commissione europea ha deciso di avviare una procedura di infrazione contro l’Italia.

Ad annunciarlo è l’esecutivo Ue, che spiega anche che la trasposizione della direttiva nel diritto interno «presenta ancora diverse carenze».

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Dai rischi agli obblighi

Tra le motivazioni ci sarebbe anche la «limitazione dell’ambito di applicazione della valutazione dei rischi dei sistemi di distribuzione domestici, il rinvio di determinati obblighi, la mancanza dell’obbligo di informare le persone vulnerabili sulle modalità di accesso all’acqua potabile, di limitare le deroghe solo a circostanze debitamente giustificate e al periodo più breve possibile».

L’Italia ha ora due mesi di tempo per rispondere e porre rimedio alle carenze segnalate dalla Commissione che, in assenza di una risposta soddisfacente, può decidere di emettere un parere motivato, portando avanti l’iter di infrazione.

Il rapporto Ispra

Un quadro aggiornato sullo stato delle acque in Italia, intanto, arriva dall’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) che ha pubblicato il Rapporto “Lo stato delle acque in Italia – verso il 4° ciclo di gestione”.

Dallo studio emerge un quadro da migliorare.

Su un totale di più di 7.700 corpi idrici superficiali, composti da fiumi, laghi, acque marino-costiere e di transizione, il 43,6% è in stato potenziale ecologico buono o superiore, mentre poco più del 75% è in stato chimico buono.

La situazione migliora quando si analizzano le acque sotterranee: «su un totale di 1.007 corpi idrici, quasi l’80% è in stato quantitativo buono, mentre il 70% è in stato chimico buono».

Segnali positivi ma si deve accelerare

«Il Rapporto sullo stato delle nostre acque conferma segnali positivi, ma evidenzia anche quanto sia urgente accelerare sul raggiungimento degli obiettivi di qualità delle nostre acque - sottolinea Maria Alessandra Gallone, presidente Ispra e Snpa (Sistema nazionale protezione ambiente).

L’acqua è una priorità nazionale e una leva strategica per ambiente, salute ed economia; è fondamentale ridurre le pressioni, soprattutto quelle diffuse, e rafforzare una gestione integrata e sostenibile della risorsa.

In un contesto di cambiamento climatico, investire in prevenzione e monitoraggio non è più un’opzione, ma una responsabilità condivisa. L’acqua è il nostro bene più prezioso e tutelare la sua salute, significa proteggere anche la nostra».

Lo stato di salute dei fiumi

Il rapporto evidenzia che «la maggior parte dei corpi idrici superficiali in stato elevato* ricadono nel distretto della Sardegna e sono costituiti in prevalenza da acque marino-costiere (44%) e di transizione (10%)».

Non solo: «Le maggiori percentuali di fiumi in stato potenziale ecologico buono si registrano in Sardegna 76% di corpi idrici fluviali del distretto - prosegue il rapporto -, seguono i distretti delle Alpi Orientali e dell’Appennino Centrale per entrambi, 43%».

Ci sono poi le cosiddette pressioni sulla risorsa idrica che derivano dall’antropizzazione, l’agricoltura ma anche gli scarichi urbani e le opere di difesa idraulica.

Una scelta strategica per il Paese

«In un contesto climatico e di sviluppo economico e sociale in rapida evoluzione - sottolinea ancora il rapporto -, la gestione integrata e sostenibile dell’acqua si configura non soltanto come una priorità ambientale, ma come una scelta strategica per il futuro del Paese».

* le zone con il più alto stato di qualità (elevato) si trovano spesso in aree naturali protette o in tratti di costa meno antropizzati, mentre le zone critiche sono limitate e note, come il Sulcis-Iglesiente-Guspinese, compromesso dalle passate attività minerarie.

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