“Wild Horse Nine”, potente commedia nera dal sapore politico
In concorso il nuovo lavoro di Martin McDonagh, regista di “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” e “Gli spiriti dell’isola”
4' di lettura
4' di lettura
Che Martin McDonagh fosse una delle penne più affilate del cinema contemporaneo è qualcosa di cui c’eravamo già ampiamente accorti con “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” e “Gli spiriti dell’isola”, ma lo sceneggiatore e regista inglese si è superato con “Wild Horse Nine”, forse il film più importante visto in questi primi giorni della 83esima Mostra di Venezia.
Ambientato in Cile nel 1973, poco prima del colpo di Stato, il film vede protagonisti gli agenti della CIA Chris e Lee, pronti a partire da Santiago per trascorrere una settimana sull’Isola di Pasqua.
Tra le emblematiche statue locali, mentre i due compagni di lunga data si confrontano con i propri oscuri trascorsi e con le cospirazioni del presente, il legame stretto da Chris con due studentesse ribelli rischia di far prendere una piega imprevista al soggiorno di tutti in questo remoto paradiso.
Il cinema di Martin McDonagh continua senza dubbio a essere influenzato dalla formazione teatrale e dal lavoro per il palcoscenico dello stesso regista, che lo ha portato a vincere anche in quel campo numerosi premi lungo la sua carriera: i suoi film sono infatti basati su sceneggiature dal ritmo serratissimo e, soprattutto, dall’idea di ragionare su spazi estremamente limitati, in apparenza pieni di libertà ma paradossalmente anche molto claustrofobici.
Non è un caso che abbia scelto ancora un’isola come centro nevralgico della narrazione (ma anche in parte nel suo esordio “In Bruges” o nel già citato “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”), un territorio di scontro tra due nemici-amici che finiscono per mettere costantemente in dubbio l’affidabilità del loro rapporto.






