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Web e social sono luoghi pubblici: legittimo limitare la libertà d’espressione

Il diritto di esprimere un dissenso non giustifica oscenità e parole di odio

di Marina Castellaneta

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Nessuna protezione per i “leoni da tastiera” dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, in particolare nei casi in cui l’utente divulga messaggi aggressivi con un linguaggio osceno senza usare accorgimenti per limitare l’accesso ai contenuti, lasciando tutto nelle mani degli algoritmi impostati da TikTok. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza del 19 maggio, Miladze contro Georgia (ricorso 41585/83), con la quale Strasburgo ha anche precisato che la nozione di spazio pubblico include il cyberspace, i social media e i blog.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Di conseguenza, le regole che disciplinano lo spazio pubblico si applicano anche al dominio cibernetico e il diritto alla libertà di espressione, che include quello di contestare le scelte di un’amministrazione comunale nel campo della mobilità urbana, si ferma laddove un messaggio contro i politici, autori di quelle scelte, diventa virale su TikTok malgrado contenga espressioni oscene o che incitano all’odio.

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La vicenda

Un attivista georgiano aveva criticato le decisioni dei politici del comune di Tblisi che avevano messo in atto una riforma dei trasporti pubblici per migliorare le infrastrutture a vantaggio dei pedoni e soprattutto dei ciclisti, con corsie che erano però usate, a suo dire, in modo privilegiato da alcuni esponenti pubblici. L’uomo aveva poi montato un video su TikTok con affermazioni oscene nei confronti del sindaco e di altri amministratori che, in breve tempo, era diventato virale. Era stato avviato un procedimento amministrativo nei suoi confronti per motivi di ordine pubblico conclusosi con un’ammenda a suo carico.

Di qui il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo che, a suo avviso, era tenuta a garantire l’articolo 10 sul diritto alla libertà di espressione anche nel caso di messaggi e video simili a quelli da lui condivisi. Una posizione non accolta da Strasburgo che ha riconosciuto che la misura nazionale era un’ingerenza nella libertà di espressione prevista, però, dalla legge, anche se le regole interne non facevano espresso riferimento allo spazio digitale. La nozione di luogo pubblico, infatti, include lo spazio cibernetico così come le piattaforme online, i social network e i blog. Non è necessario – scrive la Corte – che la legge interna indichi espressamente questi nuovi ambiti perché il mondo digitale vi rientra in modo automatico e, così, le restrizioni previste per il materiale cartaceo o televisivo valgono anche per il cyberspazio.

La motivazione

Riconosciuta, quindi, che la limitazione era prevista dalla legge seppure non esplicitamente riferita al mondo digitale, la Corte ha ritenuto che la restrizione alla libertà di espressione fosse legittima a causa del linguaggio aggressivo e volgare, considerando il contesto culturale e linguistico del Paese. Nel valutare i testi, Strasburgo ha rilevato che non si trattava di un testo di satira o critica politica e non vi era alcuna esigenza linguistica nell’usare espressioni volgari. Né è sufficiente a salvare “il leone da tastiera” l’avvertenza che, sulla propria pagina, sarà usato un linguaggio osceno perché ciò che conta è usare accorgimenti idonei a impedire l’accesso a quei contenuti a soggetti come i minori, senza lasciare che il flusso dei post sia regolato solo dagli algoritmi.

Pertanto, poiché il ricorrente non aveva usato alcuno strumento per impedire l’accesso involontario a contenuti, anche osceni, è stata legittima la limitazione alla libertà di espressione. Promosso l’operato delle autorità nazionali che hanno applicato una sanzione minima senza eliminare il video dai social o impedire all’attivista di continuare a criticare i politici.

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