Analisi

Violenza, dipendenza e fake news: il vero business dei social media

Non è corretto dare tutta la colpa alle piattaforme per l’aumento del disagio tra gli adolescenti, ma è evidente che i social possono diventare pericolosi perchè progettati per trattenere l’attenzione. Serve un “passaporto” per l’accesso

di Riccardo Pirrone *

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Negli ultimi anni il dibattito sulla pericolosità dei social network si è intensificato, anche perché con l’avvento dell’intelligenza artificiale è diventato ancora più facile produrre contenuti dannosi e fake news.

Nati come strumenti per connettere le persone, i social network sono progressivamente diventati social media che ci intrattengono e orientano il modo in cui ci informiamo e ci relazioniamo.

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Contenuti autorevoli e fake news sullo stesso piano

Secondo diverse analisi (Stanford, MIT, 2025), su Internet, “tutte le cose sembrano avere lo stesso valore”: contenuti autorevoli e disinformazione convivono sullo stesso piano, e perfino “le grida di un pazzo sui social sembrano credibili come le scoperte di un premio Nobel e spesso il pazzo si finge anche premio Nobel”. Questa dinamica contribuisce a far perdere una base comune di fatti su cui tutti possiamo concordare.

Parallelamente, si è diffusa la percezione di vivere in un mondo sempre più pericoloso, anche perché gli algoritmi tendono a far circolare maggiormente i contenuti sensazionalistici e violenti. I dati, però, raccontano altro. In Italia, ad esempio, secondo il report ufficiale Istat, nel 2024 gli omicidi sono stati circa 327, quindi quasi uno al giorno, ma vent’anni fa erano circa il doppio e negli anni ’80 oltre il triplo.

Anche altri indicatori di criminalità e le morti per incidenti stradali risultano in calo nel lungo periodo. Insomma, il mondo non è più violento o più pericoloso, ma vediamo e quindi commentiamo sempre più post che parlano di violenza. Non va però tutto bene: sempre secondo i dati Istat (2024) e i report recenti della Polizia Postale, sono in forte crescita le truffe, soprattutto online, mentre non diminuiscono i suicidi.

Social e giovani

Il tema diventa ancora più delicato quando riguarda i giovani. Non è corretto dare tutta la colpa ai social network per l’aumento di depressione, ansia e disagio tra gli adolescenti. Tuttavia, è evidente che le piattaforme hanno amplificato a dismisura il lato oscuro dell’adolescenza, costruendo su questi malesseri dei veri e propri modelli di business. I social possono essere utili, perfino formativi, ma sono anche ambienti pericolosi, progettati per trattenere l’attenzione e massimizzare il tempo di permanenza.

La letteratura scientifica sul tema è ormai vastissima. Psicologi, psichiatri e data scientist hanno studiato l’impatto dei social sul sonno, sull’attenzione e sulle performance scolastiche. Alcuni ricercatori hanno persino coniato l’espressione “TikTok Brain” per descrivere le modifiche nel funzionamento del cervello dei più giovani esposti per molte ore al giorno ai social. Questo non significa che TikTok renda automaticamente stupidi o incapaci di concentrarsi, guardate che bella questa scimmia che balla YMCA come Trump… scusate, di cosa stavamo parlando?

La perdita di responsabilità

C’è poi un altro nodo centrale: la perdita di responsabilità. Quello che un tempo era networking oggi è diventato consumo rapido di contenuti, spesso senza contesto né verifica. In questo ecosistema, post violenti, hate speech e profili fake proliferano facilmente.

Il punto è che ci stiamo abituando, quasi anestetizzando. Vi siete accorti che contenuti che prima avrebbero fatto scandalo oggi sono solo l’ennesimo video che scorriamo o condividiamo con gli amici?

Più ci esponiamo a questo tipo di contenuti, più si abbassa la nostra soglia di tolleranza. E se pensiamo a quanti giovani stanno crescendo con lo smartphone in mano, diventa chiaro che i social stanno ridefinendo ciò che percepiamo come “normale”.

Le leggi per vietare i social ai minori

Di fronte a questo scenario, stanno emergendo anche risposte normative: alcuni Paesi, come l’Australia, hanno già introdotto restrizioni, mentre altri, tra cui Spagna, Portogallo, Gran Bretagna e Francia, stanno valutando leggi per vietare l’accesso ai social ai minori di sedici anni.

Stanno arrivando anche segnali dal mondo giudiziario: una giuria popolare di Los Angeles ha recentemente stabilito che i social possono creare dipendenza, condannando Meta e Google a risarcire con 3 milioni di dollari una donna che aveva sviluppato una forte dipendenza durante l’infanzia, con conseguenze su ansia, depressione e percezione del proprio corpo. È la prima volta che una giuria si esprime su un caso di questo tipo, e la decisione potrebbe creare un precedente importante: il processo è infatti simile a circa duemila altri procedimenti attualmente in corso.

I social sicuramente non sono l’unica causa del disagio contemporaneo, ma è evidente che hanno contribuito a intensificare vulnerabilità già esistenti. Tutti noi paghiamo ogni giorno il prezzo di questo squilibrio, mentre le piattaforme continuano a difendersi e a negare una responsabilità diretta.

L’identità digitale verificata è una possibile soluzione

Tra le possibili soluzioni, propongo un’identità digitale verificata, una sorta di “passaporto” per accedere ai social, capace di ridurre drasticamente l’odio online e gli account falsi. Non è difficile capire perché le piattaforme non siano entusiaste: strumenti di verifica efficaci limiterebbero inevitabilmente il traffico e, di conseguenza, anche i loro guadagni.

Chiaramente userò le stesse piattaforme che ho criticato in questo articolo per condividerlo, sperando di farlo diventare virale sui social… più o meno come una scimmia che balla la Trump dance.

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