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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
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Trump potrebbe presto usare la carota e fare qualche concessione ai suoi nemici statunitensi e/o stranieri. A prevederlo è un indice finanziario che calcola il “punto di dolore” del presidente degli Stati Uniti, un livello oltre il quale continuare ad usare il bastone in Medio Oriente, contro la Cina o contro i suoi rivali interni del partito democratico, può diventare controproducente. E ora, quando manca un mese e mezzo alle elezioni del mid-term, “il Trump Pain Index” – questo il nome dell’indicatore elaborato dalla boutique londinese JDI Research– è sui massimi a 10,5 punti, il valore più elevato dell’intera serie che nasce analizzando cinque variabili: andamento dell’indice S&P 500, rendimento dei Treasury a 10 anni, tassi dei mutui a 30 anni, aspettative di inflazione a un anno e indice di gradimento del presidente. Combinando questi fattori (ovviamente Borsa e consenso politico sono calcolati all’inverso, ovvero una loro discesa fa salire l’indice) si ottiene un punteggio che delimita lo spazio di aggressività potenziale in politica di Trump. Uno spazio che ora pare essersi esaurito.
L’idea di fondo è che il tycoon sia disposto a sopportare una certa dose di volatilità finanziaria e di tensione economica pur di eseguire i propri obiettivi politici. Ma non una dose illimitata. Quando Wall Street corregge, i rendimenti salgono, i mutui diventano più costosi, le aspettative di inflazione peggiorano e il consenso arretra contemporaneamente, si raggiunge un livello oltre il quale il costo della strategia politica comincia a superarne i possibili benefici. Ed è lì che aumentano le probabilità di una retromarcia o di una tregua.
Quando il punteggio dell’indice scende sotto zero si entra nella cosiddetta “Instigation Zone”, quella in cui le condizione finanziarie e politiche consentirebbe a Trump di alzare la posta, come minacciare nuovi dazi o aprire un fronte militare. Sopra lo zero comincia invece la “Taco Zone”, espressione ironica derivata dall’acronimo “Trump always chickens out”. In questa fascia il presidente osserva attentamente i mercati e tendono a fare marcia indietro quando le classi di rischio gli presentano il conto. I precedenti danno ragione al metodo di calcolo del “Trump pain index”. Nell’aprile del 2025, dopo l’aumento della pressione finanziaria seguito all’annuncio sui dazi, arrivò all’improvviso la sospensione di 90 giorni. Lo stesso schema si è ripetuto all’inizio del 2026 con il ridimensionamento delle minacce alla Groenlandia. Più recentemente, dopo gli attacchi all’Iran, l’impennata dell’indice ha preceduto l’invio dell’ultimatum e il successivo cessate il fuoco.
Il livello di 10,15 toccato nei giorni scorsi suggerisce quindi che l’amministrazione si trovi molto vicina, se non già oltre, il proprio punto di massima tolleranza. Questo non significa che domani Trump farà pace con il mondo intero ma che aumentano le probabilità che cerchi una “wild card solutions”, una via d’uscita che gli consenta di presentare la retromarcia come una vittoria: sia essa un accordo parziale, una tregua temporanea, una concessione ottenuta all’ultimo momento oppure una nuova iniziativa capace di spostare l’agenda setting mediatica. Quando le strade tradizionali diventano troppo costose, cresce la probabilità di una soluzione fuori copione.
Ovviamente l’indice potrebbe anche sbagliarsi in futuro ma finora è servito ad indicare chiaramente che Trump può ignorare più facilmente le critiche al suo operato politico di quanto possa ignorare una forte azione contraria dei mercati.