Tribunale di Macerata

Non era vergine e sapeva cosa aspettarsi, ma in appello annullata assoluzione per stupro

La ragazza di 17 anni si era appartata di notte con uno sconosciuto. Lui assolto in primo grado, ora condannato a 3 anni in appello

di Patrizia Maciocchi

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Una ragazza che accetta di appartarsi in macchina con uno sconosciuto, in tarda sera e in un luogo isolato, e di scambiarsi effusioni con lui, deve sapere cosa aspettarsi. Soprattutto se ha già avuto rapporti, e dunque è «in condizione di immaginarsi i possibili sviluppi della situazione». Con queste motivazioni il Tribunale di Macerata aveva assolto un 31enne (all'epoca dei fatti 25enne) dall'accusa di violenza sessuale nei confronti di una 17enne, islandese. Una sentenza annullata oggi dalla Corte d'Appello che ha condannato il ragazzo a 3 anni di reclusione.

La ragazza, avevano scritto i giudici di primo grado nella sentenza annullata dalla Corte territoriale, aveva «accettato la proposta dell'amica di un'uscita in quattro, in compagnia di due ragazzi italiani pressoché sconosciuti e di appartarsi in tarda serata in automobile in un luogo isolato e scarsamente illuminato». Lì l'amica e l'altro ragazzo erano scesi dalla macchina, mentre lei «era rimasta in compagnia dell'imputato, accettando di accomodarsi sul sedile posteriore e qui di scambiarsi effusioni amorose con lui, senza manifestare fino a quel momento alcuna contrarietà, nonostante fosse evidente a chiunque che fossero giunti in quel posto proprio a tale scopo». La parte lesa però poi aveva denunciato.

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Il ripensamento della giovane

Ma anche in questo caso, i giudici di prima istanza hanno trovato una motivazione per il presunto ripensamento, rispetto all'accettato approccio iniziale. I giudici hanno, infatti, riconosciuto che la giovane «possa aver subito conseguenze sotto il profilo psicologico a seguito del rapporto che sicuramente non era avvenuto secondo le sue aspettative e forse in maniera troppo fugace e priva di tatto». In più, hanno valorizzato l'assenza di ecchimosi, a dimostrazione di una scarsa difesa, malgrado l'abitacolo ristretto e la mole sia dell'imputato sia della persona offesa. E, ancora, la rievocazione, da parte della difesa dell'imputato, di una “moda” delle ragazze nordiche, come la presunta vittima, di concedersi agli sconosciuti al primo incontro.

L'appello contro una sentenza anacronistica

Contro la sentenza, hanno fatto appello il pubblico ministero e le parti civili, assistite dall'avvocato Fabio Maria Galiani. E oggi la Corte d'appello di Ancona, ha annullato quell'assoluzione. Il legale, nell'atto di appello, contestava la conclusione del Tribunale, secondo la quale dalla disponibilità della ragazza per un'uscita a quattro, in un luogo appartato, doveva necessariamente discendere una sua consapevolezza di quanto sarebbe accaduto. «Tale prospettiva - si legge nell'atto della difesa - ricorda un'anacronistica tendenza a ritenere che la donna che vestisse una minigonna di sera dovesse aspettarsi di essere stuprata (quasi a configurare un concorso di colpa)».

La richiesta del Pg di condannare

Il Pg di Ancona Cristina Polenzani aveva chiesto di riformare la sentenza di assoluzione e condannare l'imputato per violenza sessuale alla pena richiesta in primo grado (4 anni e 1 mese), o in subordine per fatto di minore gravità con pena che potrebbe scendere entro i limiti della sospensione condizionale.

La sostituta pg ha sottolineato le parole «precise e puntuali» della ragazza, che aveva acconsentito a “effusioni” e manifestato subito di non voler andare oltre. «Per non incorrere in violenza - ha ricordato la pg - il consenso ci deve essere dall'inizio alla fine del rapporto: lei aveva manifestato subito il suo no» mentre «l'imputato non aveva percepito volontariamente la volontà della ragazza». La giovane, hanno ricordato accusa e parte civile (avvocato Fabio Maria Galiani), è uscita dall'auto e ha raccontato subito alla sua migliore amica che gli era stato fatto del male.

In subordine alla condanna per violenza sessuale, l'accusa ha chiesto l'applicazione dell'ultimo comma dell'articolo 609 bis riguardante abusi sessuali di minore gravità, «tenuto conto delle circostanze e dell'età» dei giovani coinvolti. Il legale di parte civile ha ricordato anche il percorso di sostegno psicologico di circa due anni che la parte offesa, non presente in aula, dovette sostenere a suo tempo. In quel momento, aveva raccontato la giovane, aveva tentato di urlare ma non ci era riuscita, mentre l'imputato la bloccava con una mano sulla spalla.

I difensori dell'imputato, che oggi era presente in aula, gli avvocati Mauro Riccioni e Bruno Mandrelli, hanno invece chiesto la conferma dell'assoluzione: il processo è di tipo indiziario, avevano invece ribadito, elencando una serie di circostanze e contraddizioni che, a loro giudizio, dimostrerebbero la non credibilità delle dichiarazione rese dalla ragazza, tra cui il fatto che non avrebbe urlato o chiesto aiuto al momento del fatto e l'assenza di lesioni riscontrate durante gli accertamenti medici prima di sporgere la denuncia. Dopo i fatti, hanno sottolineato i difensori, nella chat con un amico il loro assistito usava toni scherzosi senza avere alcuna contezza di poter aver commesso un abuso.

Una legge sul consenso

Dopo la sentenza del Tribunale, i parlamentari del Pd in commissione Femminicidio Cecilia D'Elia, vicepresidente; Sara Ferrari, capogruppo dem; Filippo Sensi; Valeria Valente; Antonella Forattini e Valentina Ghio, hanno invocato una legge sul consenso. «La sentenza choc del Tribunale di Macerata, che ha assolto in primo grado un giovane dallo stupro perché la ragazza non era vergine e quindi sapeva cosa l'aspettava sul sedile posteriore di un auto, conferma che in Italia c'é assoluto bisogno di una legge sul consenso. Chiediamo - scrivono in una nota i parlamentari - alla Commissione bicamerale di inchiesta sul femminicidio e al Parlamento tutto di schierarsi senza distinzione di colori politici e appartenenze su una battaglia per l'approvazione di un testo di civiltà per le donne».

Le reazioni

Sulla sentenza del Tribunale era intervenuta anche la ministra per la Famiglia, Natalità e Pari Opportunità Eugenia Roccella. «Come sempre non dò giudizi di natura giudiziaria o processuale sulle singole vicende, ma a me pare che ancora una volta, alla luce di alcune frasi contenute in questa sentenza, si ponga una questione di cultura e di consapevolezza che rende necessaria quella formazione degli operatori sulla quale, non a caso, stiamo lavorando molto a livello normativo e non solo. Entrambe le leggi promosse dal governo - aggiunge Roccella- prevedono attività di formazione specifica nei confronti delle professionalità che a vario titolo si occupano di violenza contro le donne e vi entrano a contatto. La legge sul reato di femminicidio, in particolare, prevede la formazione obbligatoria per i magistrati. E allo stesso scopo il comitato tecnico-scientifico dell'osservatorio anti-violenza, insediato presso il mio ministero, ha realizzato un libro bianco per aiutare gli operatori ad acquisire consapevolezza di un fenomeno che presenta fortissime specificità».

Per la ministra, «non è una questione di decisioni giudiziarie, che hanno le loro sedi per essere discusse. Invece, è una questione di cultura, di linguaggio, di percorso argomentativo, di consapevolezza».

Il sit-in

«Facciamo rumore, non restiamo in silenzio». Il Forum delle donne ha promosso un sit-in per esprimere solidarietà alla ragazza parte offesa in un processo per violenza sessuale, per fatti del 2019 nel Maceratese, dopo che sono state rese note le motivazioni dell'assoluzione.

Il presidio si è svolto davanti alla Corte d'appello di Ancona per solidarietà e protesta, sottolineando che il presunto stupratore è stato assolto «perché hanno creduto a lui e non a lei e perché non ci si è basati sui fatti particolarmente evidenti». «Siamo qui con la nostra presenza - ha detto Eleonora Fontana della Cgil Marche - per manifestare con la nostra presenza l'inquietudine che abbiamo provato nel leggere la notizia della sentenza che interpretiamo come un abuso, un'ulteriore ingiustizia che avviene sulla pelle delle donne, di una minorenne al tempo dei fatti, che è stata stuprata - afferma - ma il suo aguzzino è stato considerato innocente». La corte d'Appello ha riformato quella sentenza.

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