Violenza sulle donne

«Scende l’età della violenza di genere, servono campagne di prevenzione»

Parla la giudice Paola Di Nicola Travaglini. Le norme, dice, ci sono, ma serve formazione per applicarle e modelli riconoscibili per i giovani

di Simona Rossitto

3' di lettura

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Campagne di prevenzione, come chiede la Ue, «a partire da scuole e mass media, contro i pregiudizi sessisti che creano il contesto culturale per nascita, crescita e normalizzazione della violenza». In un contesto che vede la cultura della violenza diffusa anche tra le nuove generazioni, con casi di stupri di gruppo e violenza sessuale su giovanissime, è questo lo strumento principale secondo la giudice Paola Di Nicola Travaglini, consigliera della Corte di Casszione, da anni attiva nella lotta alla violenza di genere.

Dottoressa Di Nicola, riscontra un aumento della violenza, agita da giovani uomini, sulle giovani e giovanissime?

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Sì, l’età sta scendendo. D’altronde non si riesce a fare un contrasto efficace senza una vera e costante prevenzione culturale, noi arriviamo quando è ormai troppo tardi.

Perché?

Penso che non abbiamo dei modelli riconoscibili: mentre prima c’era un modello millenario, strutturato, con un’identità delineata - il capofamiglia, la mamma a casa e tutto rientrava in un cliché discriminatorio e rassicurante - oggi non riconosciamo ancora la libertà delle donne. D’altro canto, la presenza femminile è talmente potente da pretendere e, talvolta, ottenere i propri spazi in tutti i settori. Alla base, in un contesto che vede un conflitto durissimo tra una struttura millenaria patriarcale e la libertà femminile che non intende essere più arginata da niente e nessuno, quello che emerge drammaticamente è che gli uomini hanno costruito nuovi modelli maschili adeguati e ampiamente condivisi disposti a rinunciare alle proprie ataviche rendite di posizione. Non ha aiutato l’uso dei social che spesso trasmettono un’immagine ancora stereotipata dell’uomo che non piange mai, muscoloso, autoritario, greve, insensibile, che prende persone e cose senza chiedere.

Dal punto di vista normativo si sono susseguiti in Italia vari provvedimenti, dalla legge contro il femminicidio del 2013 al Codice Rosso al ddl di novembre 2023. Intravede spazi di miglioramento?

Abbiamo già tutti gli strumenti, rafforzati dall’ultima legge, approvata all’unanimità dal Parlamento che inserisce anche l’obbligatorietà del braccialetto elettronico. Quest’ultimo è uno strumento fondamentale nei confronti dell’autore, per evitare di reiterare le condotte e aggravare la propria posizione, e nei confronti della vittima, al fine di proteggerla efficacemente.

Sul fronte della prevenzione che cosa suggerirebbe?

Il primo strumento è la formazione obbligatoria di tutti gli operatori di giustizia, ma non basta. Occorre formare anche insegnanti, medici, pediatri, geriatri, assistenti sociali, forze di polizia, farmacisti, dipendenti delle banche per la violenza economia. L’ultima direttiva Ue sul contrasto alla violenza del maggio 2024 va in questa direzione, prevedendo come strumento di prevenzione campagne a tappeto, a partire dalle scuole e mass media, contro i pregiudizi sessisti che creano il contesto culturale per nascita, crescita e normalizzazione della violenza.

La direttiva tuttavia non ha definito nettamente il reato di violenza sessuale come atto sessuale senza consenso, elemento cruciale per cambiare la cultura delle nuove generazioni..

È vero, ma quella direttiva è frutto di mediazione tra gli Stati e, d’altro canto, sono state inserite norme che impongono di svolgere campagne culturali e sociali focalizzate sull’importanza del consenso. Anche in Italia non abbiamo una legislazione specifica che qualifica la violenza sessuale come atto senza consenso, ma la Corte di Cassazione interpreta il codice penale in questo senso: c’è violenza sessuale ogni volta che manca il libero consenso della vittima. Interpretazione conforme alle fonti sovranazionali, alle direttive europee, alla Convenzione Istanbul che l’Italia ha ratificato oltre dieci anni fa. In conclusione, gli strumenti, se volessimo attuarli, sono a nostra disposizione, il problema è la loro concreta applicazione che richiede formazione seria, anche sui pregiudizi, e poi controllo che venga svolta. Serve, infine, un controllo sociale diffuso, anche attraverso la lettura critica delle sentenze, la vigilanza sull’operato di tutte istituzioni e la segnalazione di eventuali disservizi e omissioni. Ciascuno faccia la propria parte, isoli il violento dal proprio contesto, non lo giustifichi e non ridimensioni la violenza, sostenga la vittima, la aiuti, la accompagni, le dia sostegno economico, una via di fuga. Allora, passando per lo sradicamento degli stereotipi che ha ognuno di noi, avverrà il vero cambiamento.

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