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Vini rifermentati in bottiglia e ancestrali: l’altra via alle bollicine in bilico tra il rustico e il raffinato

Nati come prodotti popolari e contadini, per anni guardati con sospetto dai custodi dell’ortodossia enologica, oggi sono presenti nelle carte dei vini più ricercate

di Cristiana Lauro

Vini rifermentati in bottiglia: quelli che fanno le bollicine senza mettersi in smoking

3' di lettura

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Se il Metodo Classico è il re delle bollicine in abito da sera, il vino rifermentato in bottiglia è il cugino anticonformista che si presenta alla festa in bici ma, alla fine, si fa notare lo stesso. Negli ultimi anni i rifermentati si sono diffusi in molti wine bar, nelle enoteche e anche in parecchie carte dei vini con una sezione dedicata. Ma cosa significa esattamente “rifermentato in bottiglia”?

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Il principio è piuttosto semplice. Il vino viene imbottigliato prima che la fermentazione sia completamente terminata (in questo caso parliamo di Metodo Ancestrale), oppure con una piccola quantità di mosto destinata a riattivarla. I lieviti continuano così il loro lavoro direttamente in bottiglia, trasformando gli zuccheri residui in alcol e anidride carbonica: nascono le bollicine.

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A differenza del Metodo Classico, qui normalmente non si procede alla sboccatura, cioè all’eliminazione dei lieviti dopo la presa di spuma. I lieviti, una volta terminato il loro lavoro, si depositano sul fondo formando un sedimento naturale che rende il vino spesso leggermente velato o torbido. È quel piccolo “fondale marino” che spesso sorprende chi incontra questi vini per la prima volta. In realtà non è un difetto ma una delle loro caratteristiche distintive.

Vini rifermentati in bottiglia: quelli che fanno le bollicine senza mettersi in smoking

Il Metodo Ancestrale e il “rifermentato in bottiglia” hanno trovato una nuova popolarità internazionale sotto il nome francese di Pétillant Naturel, spesso abbreviato in Pét-Nat.

Il caso più noto è probabilmente il Col Fondo veneto prodotto con uve Glera, considerato l’antenato del Prosecco moderno. Ma la famiglia è ampia e comprende molti Lambrusco rifermentati emiliani e numerose produzioni artigianali sparse un po’ in tutta Italia.

Nel bicchiere il risultato è spesso molto riconoscibile. Le bollicine sono meno disciplinate rispetto a quelle di uno spumante classico; i profumi ricordano pane, lievito, agrumi, erbe aromatiche e frutta fresca. Il sorso è vivace, sapido e spesso accompagnato da una piacevole nota rustica.

Attenzione però: rustico non significa trascurato. Per qualche anno si è diffusa l’idea che bastasse un vino torbido per parlare di autenticità. Non è così. Un vino può essere artigianale e impeccabile, oppure artigianale e pieno di difetti. Le due cose non sono sinonimi.

Anche il servizio lascia spazio a interpretazioni personali. C’è chi versa lentamente lasciando il deposito sul fondo e chi preferisce rimettere in sospensione i lieviti con una leggera rotazione della bottiglia. Entrambe le scuole hanno i loro sostenitori e, fortunatamente, nessuna ha ancora dichiarato guerra all’altra.

A tavola questi vini danno spesso il meglio in abbinamento con salumi, fritti, pizze, focacce e cucina regionale. Hanno freschezza, energia e una naturale vocazione gastronomica che li rende compagni ideali della convivialità.

Il loro successo racconta anche qualcosa delle mode del vino. Nati come prodotti popolari e contadini, per anni guardati con sospetto dai custodi dell’ortodossia enologica, oggi sono presenti nelle carte dei vini più ricercate. In pratica sono passati da scelta per irriducibili appassionati a oggetto del desiderio degli stessi che dieci anni fa li avrebbero scambiati per una bottiglia venuta male.

Forse il loro fascino sta proprio qui: ricordare che le bollicine possono essere anche una faccenda semplice. Meno cerimoniale, meno perfezione ostentata e un po’ più di personalità nel bicchiere. Personalmente riconosco il loro carattere e capisco perché abbiano tanti estimatori; semplicemente, tra noi non è mai scoccata una vera scintilla.

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