Federvini

Vino al ristorante: il 55% dei clienti lo ordina sempre nei locali di fascia alta, l’11% nella fascia bassa

Secondo i dati Tradelab presentati all’Assemblea Federvini, interesse crescente per i vini biologici o a basso contenuto alcolico. La spesa per magiare e bere fuori casa nel 2025 oltre i 100 miliardi

di E.Sg.

Aggiornato il 12 giugno 2026 alle ore 14.30

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La ristorazione rimane un canale di vendita fondamentale per vini e liquori e spesso viene tirata in causa per il calo dei consumi in relazione all’inasprimento delle nuove regole del Codice della strada o per i ricarichi eccessivi sulle bottiglie. In un mercato da 102 miliardi di consumi complessivi del fuori casa nel 2025 (pasti e bevande insieme diversamente da quanto indicato in una prima versione dell’articolo, ndr), secondo l’Osservatorio Federvini elaborato in collaborazione con TradeLab e presentato in occasione dell’assemblea annuale a Roma, c’è però un pesante divario nelle scelte delle bottiglie a seconda della capacità di spesa dei clienti e del tipo di ristorante.

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Secondo un’indagine su un campione rappresentativo di mille consumatori italiani, infatti, l’acquisto di vini e liquori nella ristorazione sono influenzate dalla disponibilità di spesa e dal livello del locale. Il 55% dei frequentatori di locali di fascia alta dichiara, infatti, di consumare «sempre» vino; dato che si abbassa notevolmente in quelli di fascia media al 25% e all’11% di fascia bassa. Situazione analoga per la categoria amari e dopo pasto.

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 Nel percepito dei consumatori, secondo la ricerca, la categoria vini e bollicine assume un’importanza centrale: il 67% dichiara che la scelta di un buon vino influisce in maniera importante sulla qualità complessiva dell’esperienza al ristorante.

 Le evidenze raccolte mostrano inoltre segnali di evoluzione nelle preferenze, soprattutto tra le fasce più giovani, con un interesse crescente verso vini biologici o naturali (percepiti come interessanti per il 62% dei 18-24enni) e, in misura più selettiva, vini senza alcol o a basso contenuto alcolico.
«Si tratta di tendenze ancora da leggere con equilibrio, che non mettono in discussione la centralità delle categorie tradizionali, ma confermano l’importanza per le imprese di intercettare nuovi linguaggi di consumo e occasioni diverse, anche in chiave generazionale», si legge nell’indagine.

Per quel che riguarda il business delle cantine, nel quadro tracciato nel corso dell’assemblea generale di Federvini, il primo trimestre segna ancora una frenata per le esportazioni italiane di vino con un calo a valore del 13,3%; segno positivo, invece, per gli spiriti con 5,8% nei primi due mesi. Sul fronte interno salgono le vendite nel canale della Grande distribuzione organizzata di vini (+2,2%) e spumanti (+8,7%), mentre sui consumi fuori casa, pesa l’effetto dell’inflazione, tranne che nella ristorazione di fascia alta.

«Siamo portatori di un valore strategico-economico, culturale, identitario che nessun dazio può intaccare, anche se il 2025 ci ha messo alla prova - ha detto il presidente di Federvini Giacomo Ponti - le nostre imprese hanno dimostrato una capacità di adattamento straordinaria, ora è fondamentale che la ratifica dell’accordo Ue-Usa si concluda, visto che l’attuale regime al 10% in vigore fino al 24 luglio. Non possiamo pensare di sostituire il mercato americano, dobbiamo invece diversificare, innovare, presidiare i tavoli europei».

Intanto i consumatori americani restano fedeli al made in Italy. Di fronte a una prospettiva di rincaro del 20%, secondo l’Osservatorio Federvini in collaborazione con Nomisma, la stragrande maggioranza dichiara che non modificherebbe le proprie abitudini d’acquisto. 

Il principale driver di scelta resta l’alta qualità percepita associata ai vini italiani (47%), agli spirits (48%) e all’Aceto Balsamico di Modena Igp (42%). Tornando in Italia in Gdo, secondo l’Osservatorio, oltre a vino e spumanti, avanzano anche gli spirits (+2,9% a volume), trainati dagli aperitivi alcolici e dai sodati; cresce anche il gin, mentre la grappa rimane in terreno negativo. Segno positivo, invece, per gli aceti, in crescita sia a valore (+2,4%) che a volume (+1%), trascinati dall’aceto di mele e dalla stabilità dell’Aceto Balsamico di Modena Igp.

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