Giustizia

Referendum riforma giustizia: quorum, posizioni e tempistiche. Tutti i dettagli

Il referendum sulla riforma giustizia: regole, schieramenti e precedenti. Scopri cosa c'è da sapere.

di Redazione Roma

Riforma giustizia, Meloni "Separazione carriere per giusto processo"

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Dopo il via libera del Senato alla riforma costituzionale che prevede la separazione delle carriere dei magistrati la politica guarda già al referendum confermativo.

1) Quando si vota?

La legge sul referendum (la 352 del 1970) stabilisce che dopo il sì definitivo del Parlamento e la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, ci sono tre mesi per raccogliere le firme o tra i parlamentari (un quinto dei membri di una Camera, quindi servono quelle o di 80 deputati sui 400 totali, o di 41 senatori su 205), o dei cittadini (500mila) o anche di cinque Consigli regionali. Una volta depositate in Cassazione questa ha 30 giorni per il via libera, che va subito comunicato al Governo e ai presidenti delle Camere. A quel punto il Presidente della Repubblica, «su deliberazione del Consiglio dei ministri», entro 60 giorni convoca il referendum che deve svolgersi tra il 50° e il 70° giorno successivo al decreto di indizione. I tempi sono dunque elastici ma il ministro Carlo Nordio ha detto che il governo è orientato a far svolgere il referendum tra metà marzo e metà aprile.

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2) Come si vota?

Il referendum costituzionale confermativo è uno strumento di democrazia diretta previsto dall’articolo 138 della Costituzione italiana. Serve a confermare o respingere una legge di revisione costituzionale o altre leggi costituzionali approvate dal Parlamento. Il referendum si svolge solo se, dopo l’approvazione parlamentare della riforma costituzionale, non è stata raggiunta la maggioranza dei due terzi dei componenti in entrambe le Camere nella seconda votazione. Nel suo secondo via libera il 18 settembre la Camera aveva dato il suo via libera senza raggiungere il quorum dei due terzi. Il ricorso al referendum era quindi già scontato. Il referendum è confermativo, non abrogativo: si vota per approvare definitivamente la riforma, si vota no per respingerla. Il voto riguarda l’intera legge costituzionale, non singoli articoli.

3) Serve il quorum?

A differenza del referendum abrogativo, non è previsto un quorum di partecipazione: il risultato è valido qualunque sia il numero dei votanti e la legge è approvata se la maggioranza dei voti validi espressi è favorevole. Quindi se vince il sì la legge costituzionale è promulgata ed entra in vigore. Se vince il no la legge non entra in vigore e decade.

4) Quali sono le posizioni dei partiti?

La maggioranza è schierata per la conferma della legge attraverso il referendum. «Saremo i primi a promuoverlo» promette da Forza Italia. Gli azzurri hanno già individuato i referenti dei comitati referendari per il sì: il deputato Enrico Costa e il senatore Pierantonio Zanettin. Per richiedere la consultazione popolare nel modo più veloce possibile, la maggioranza raccoglierà le firme di un quinto dei parlamentari di una Camera, ma non è escluso che per rafforzare la campagna successivamente si possano percorrere anche le altre strade: i banchetti per l’eventuale sottoscrizione da parte di cinquecentomila elettori o la richiesta di cinque consigli regionali. Favorevole alla riforma Azione di Carlo Calenda.

Il centrosinistra mira alla cancellazione della riforma. Dentro il Partito democratico c’è però chi si è detto favorevole alla riforma come Gianfranco Bettini, Vincenzo De Luca ed Enrico Morando. Matteo Renzi lascerà alle urne libertà di voto. Tra i contrari alla modifica costituzionale, oltre alla minoranza parlamentare, gli italiani troveranno schierata l’Associazione nazionale magistrati con il suo comitato per il no.

5) Quali sono i precedenti?

Quello sulla separazione delle carriere è il quinto referendum sulle riforme costituzionali. Nel 2001, il 7 ottobre le urne approvarono la riforma del Titolo V promossa dal centrosinistra che nel frattempo, in primavera, aveva perso le elezioni. Votò solo il 34,05% degli elettori, ma i sì furono il 65,21%. Nel giugno 2006, a parti inverse, dopo le elezioni vinte dal centrosinistra, il referendum riguardò la riforma della devolution varata a fine legislatura dal centrodestra: in quel caso partecipò il 52,46% dei cittadini, ma prevalse il “no” con il 61,29%. Costò il governo a Matteo Renzi il referendum del 4 dicembre 2016 sulla sua riforma che superava il bicameralismo: 65,47% i votanti, 40,88% i si, 59,12% i “no”. Diverso il caso del referendum del 20 settembre 2020 sul taglio dei parlamentari, approvato con voto bipartisan. Solo un piccolo gruppo di senatori di vari partiti raccolse le firme necessarie ma le urne confermarono la riforma: i partecipanti furono il 51,12%, i sì il 69,96% e i no il 30,04%.

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